FANNO PARTE DELLA CONFEDERAZIONE

31.5.17

L'ASSOCIAZIONE CERVETERI LIBERA ADERISCE ALLA CLN

L'associazione Cerveteri Libera, tramite il suo portavoce Luca Massimo Climati, aderisce convintamente alla Confederazione per la Liberazione Nazionale, dopo aver partecipato all'assemblea fondativa del 25 aprile scorso a Roma.
Esprimiamo soddisfazione per questa nuova adesione. 


«L' associazione Cerveteri libera, come collettivo di base di lavoro politico globale sul proprio Territorio, ha aderito con convinzione al processo in itinere, intrapreso dalla CLN.
Lo riteniamo l'unico contesto credibile,se non uno stato d'eccezione rispetto un ingessato ed orticellesco ambiente politico che non produce se non appelli testimoniali, identitari e velleitari: una vera e propria "gabbia di Brancaleone", che solo questo percorso, con prudenza e determinazione, potrà di fatto rompere.
Aderiamo attivamente, pesantemente e prendendoci la nostra fetta di responsabilità, non contando le virgole e di punti a nessuno: magari sostenendole nostre proposte, ma disponibili sempre ad un punto di sintesi collettiva.
La CLN è l'unica compagine potenziale ad avere un ragionato respiro, articolato, e chiarezza di intenti su un orizzonte di sovranità Nazionale e Popolare , che sia ispirata alla Costituzione del 1948, avanti allo scenario neo-feudale post-moderno della seconda repubblica delle banane franco-renane-atlantiche e delle operanti plutocrazie.
Alla riuscita di siffatta titanica impresa, dalla quale dipenderanno, senza panegirici di falsa modestia, le sorti del nostro Popolo, mite e laborioso, che gli apparati sub-culturali mediatici del nemico cercano di sclerotizzare e scoraggiare da ogni intento di ingegno o proiezione futura, è ineludibile l'apporto di intervento territoriale ed a collettore delle realtà che debbono comporre un fronte unitario articolato di proposta e resistenza al liberismo ed al capitale trans-nazionale.
La lotta culturale e formativa contro il post-moderno e la cura del senso di appartenenza Territoriale, da "fieri Etruschi", la critica per il superamento del fiscal compact e delle conseguenze dei trattati anti-popolari e delle politiche di liberiste e il danno sociale delle privatizzazioni, la valorizzazione del prodotto locale, mutuo soccorso e organizzazione proletaria e di zona dal basso, sul modello bolivariano, e i comitati di difesa territoriale dallo sterminio differito dell'inquinamento prodotto dalla logica barbara profitto, ammazza-agricoltura è la nostra prima-linea di intervento.

La proiezione successiva sarà, unitamente alla sincronica azione ad altri gruppi proletari auto-organizzati, a Civitavecchia come ARDITI DEL POPOLO, altrove con altre forme di aggregazione articolata è la creazione di un frande Movimento per la sovranità Popolare per la Etruria meridionale, che si sappia congiungere ad un fronte unico Nazionale.
La nostra azione deve portare allo scoperto e smascherare i papocchi elettoralisti di una sinistra priva di progetto, ali e radici e sapere con umiltà e dedizione lavorare ad un utile rafforzamento del progetto che avrà bisogno di una applicazione almeno quinquennale, forse, per vedere risultati consistenti.
Siamo fratelli a tutte le realtà presenti nella CLN, rispettosi, proponenti: ma lottiamo per vincere insieme: non è concesso timore e titubanza suicida, come accelerazioni avventuriste.
La storia ci darà ragione ,forse; dipende da NOI!
 

per Cerveteri Libera
Il portavoce Luca Massimo Climati

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28.5.17

LA PIÙ BELLA MANIFESTAZIONE D'ITALIA di Sandokan

Ieri si è svolta a Roma l'annunciata manifestazione di solidarietà con le maestranze di Alitalia, per l'esattezza, con quelle che hanno votato NO all'accordo truffa del 24 aprile. Con i lavoratori che oggi, malgrado le intimidazioni, stanno incrociando le braccia —mi dicono che questo sciopero è stato un successo, se è vero, com'è vero che solo a Fiumicino ben 242 voli sono stati cancellati.

Di passata mi viene da fare una proposta: facciamo santi Fabio Frati e Antonio Amoroso, della CUB Trasporti, due sindacalisti che si tengono sulle spalle quasi tutto il peso della resistenza di quest'azienda che il governo vuole squartare per venderla a pezzi ai concorrenti. Di loro due scrivevo già il 26 aprile scorso.
E' grazie alla tenacia di questi due sindacalisti, al loro vero e proprio apostolato combattente che la manifestazione di ieri è stata un successo.

Mi dicono che fino all'ultimo istante i due, per quanto potessero contare sull'appoggio di un manipolo di precari e di lavoratori decisi a vendere cara la pelle, temevano il peggio. Invece anche questa volta hanno avuto la meglio, hanno avuto ragione. In migliaia e migliaia hanno risposto al loro appello alla mobilitazione. Ed è stata una manifestazione rumorosa, festosa, combattiva, bella.

I media di regime l'hanno completamente oscurata — niente, nemmeno nelle loro cronache locali -  giornali come Repubblica, Il Messagero o il Corriere. Un caso? No, un disegno preciso del nemico e dei suoi pennivendoli. Deve calare un tombale silenzio sulla resistenza dei lavoratori Alitalia. Non solo perché essi disprezzano chi si guadagna da vivere col proprio lavoro, non solo per fare un favore ai tre commissari liquidatori. Questa volta c'è una ragione in più, una ragione tutta politica. 

Questi lavoratori non si limitano a resistere, chiedono la nazionalizzazione della compagnia, avanzano misure e proposte precise, fattibili, in merito al rilancio di Alitalia. E' quindi, la loro, una lotta che ha oramai uno spessore tutto politico. Non è in ballo soltanto questo o quel diritto, è in ballo il destino della compagnia di bandiera. Non è questa una mera vertenza sindacale, è una partita nazionale, strategica. Da una parte un governo che in ossequio ai suoi padroni e ai dogmi liberisti ti dice che deve decidere "il mercato". Dall'altra chi lavora che risponde che Alitalia è un bene comune, un patrimonio nazionale.

A nessuno deve sfuggire che lo striscione d'apertura del corteo suonava "Giù le mani da Alitalia! Giù le mani dall'Italia". Segno di un orgoglio al tempo stesso, proletario e patriottico.
Forse è proprio per questo che si sono viste tante assenze, la ragione, infine, di chi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Una grande e bella manifestazione, dicevo, anche perché è stato il punto di raccolta (inatteso) di tante realtà del mondo del lavoro di Roma e dintorni. C'erano infatti almeno una ventina di delegazioni di aziende in lotta, di cui nessuno parla né vuole parlare, e che ieri hanno fatto sentire le loro voce, la loro rabbia contro il precariato, contro salari di fame spesso saldati in ritardo, contro i tanti soprusi che si debbono subire in ambienti di lavoro diventati da anni vere e proprie palestre di schiavismo.

Chi conosce il clima nei posti di lavoro, chi conosce quanto la città di Roma sia puttana e maligna, sa che questa manifestazione è stata un mezzo miracolo, un evento.

Che essa segni davvero una svolta, verso un'unione dei lavoratori, verso un riscatto dei senza voce, non sono in grado di dirlo. Lo vedremo nei prossimi mesi. Sugli arditi del popolo di Alitalia che l'hanno promossa sembra gravi ora un'altra grande responsabilità: fungere da punto di raccordo di tutte queste realtà del mondo del lavoro metropolitano disperso e atomizzato. Ciò senza dimenticare che Alitalia è adesso il centro geometrico di quella polvere d'umanità che è diventato il mondo del lavoro a Roma e dintorni.

Ora serve continuità, alzare il tiro inventandosi azioni esemplari e intelligenti.
 

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27.5.17

Per una legge elettorale proporzionale - Risoluzione della CLN

La Confederazione per la Liberazione Nazionale, nel dire no ad ogni forma di legge maggioritaria e sì invece al ritorno ad una legge elettorale proporzionale, ha approvato la seguente risoluzione

No a nuovi imbrogli
Per una legge elettorale proporzionale


A sei mesi dal referendum che ha rottamato la truffa dell'Italicum il PD ci riprova. Stavolta con una sorta di nuovo Mattarellum, addirittura peggiorativo della pessima legge che, nel 1993, aprì la strada alla Seconda Repubblica voluta dalle oligarchie finanziarie. Il peggioramento sta sia nell'eliminazione dello scorporo (che renderebbe ancor più maggioritario il sistema), sia nella determinazione dei seggi della quota proporzionale in base ai voti dei collegi uninominali (un enorme premio ai potentati locali, siano essi di carattere economico, clientelare o mafioso).

La forzatura di Renzi, e del sistema di potere che lo sostiene, va denunciata con forza. Poiché il Pd non ha i consensi per governare, si vuol trasformare una minoranza del 30% in una maggioranza assoluta. Poiché i partiti sistemici, quelli fedeli ai poteri economici nazionali ed esteri, sono tutti in declino, ecco che ci si inventa un sistema per tenerli a galla in ogni modo.

Tutto ciò è tanto più grave alla luce di tre fatti:
Il primo è che la riproposizione di un sistema maggioritario cozza frontalmente con la volontà popolare espressasi con tanta nettezza nel voto del 4 dicembre, con il quale gli elettori si sono pronunciati per una democrazia parlamentare basata sul principio della rappresentanza.

Il secondo è che si chiama a legiferare su questa decisiva materia un parlamento delegittimato, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, formato in larga parte da deputati pronti a vendersi al miglior offerente per mettere magari in piedi risicatissime maggioranze, unicamente finalizzate a mandare in porto l'ennesima legge truffa.

Il terzo è che, al di là della sentenza pasticciata sull'Italicum, la stessa Corte Costituzionale ha più volte affermato la necessità di tutelare i principi della rappresentanza e dell'uguaglianza del voto, esattamente quelli che ci si vuol mettere sotto i piedi ancora una volta.

Chiari sono dunque i motivi per opporsi con tutte le forze al nuovo progetto truffaldino congegnato da Renzi e dalle èlite al potere. Ma il problema non è solo il Pd. Se la Lega salviniana si è messa a far da sponda al disegno renziano, ancor peggio fanno i Cinque Stelle con la loro proposta (esplicitata sia da Di Maio che da Grillo) di ripristinare l'Italicum, abbassandone addirittura al 35% la soglia per ottenere il premio di maggioranza al primo turno.

Ora, siccome le contraddizioni presenti tra e nelle forze politiche sono comunque notevoli, è possibile che si arrivi alla fine al cosiddetto "sistema tedesco" voluto dal redivivo Berlusconi. Un'ipotesi che trova estimatori anche in luoghi apparentemente insospettabili (vedi, ad esempio, le dichiarazioni del segretario di Sinistra Italiana).

E' quello tedesco un sistema democratico? No, non lo è. Lo sbarramento al 5% non solo terrebbe fuori dal parlamento forze politiche con 2 milioni di voti, ma determinerebbe di nuovo una forte accentuazione maggioritaria nella distribuzione dei seggi. Non solo, è pressoché certo che quel sistema verrebbe in qualche modo "italianizzato", o meglio "renzizzato" e "berlusconizzato" per favorire con trucchi e trucchetti i contraenti di questa possibile intesa.

In conclusione, la nuova legge truffa può assumere forme diverse, ma tutte volte a garantire gli attuali assetti di potere, a svuotare ancor di più la funzione del parlamento, a tenere a debita distanza dai palazzi dove si prendono le decisioni le istanze ed i bisogni popolari.

Per contrastare al meglio questo disegno oligarchico bisogna dire con chiarezza che l'unico sistema elettorale democratico è quello proporzionale. Occorre dunque contrapporre il principio della rappresentanza al dogma antidemocratico della "governabilità". E bisogna anche ricordare che le classi dominanti vogliono stravolgere quel principio democratico non tanto per ottenere la certezza di avere un governo, quanto piuttosto per assicurarsi che si tratti di un loro governo.

La Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN), nel denunciare il disegno antidemocratico in corso, figlio di una degenerazione della politica italiana del tutto funzionale al dominio delle oligarchie euriste di Berlino, Bruxelles e Francoforte, dice dunque no ad ogni forma di legge maggioritaria e sì invece al ritorno ad una legge elettorale proporzionale. Quella che non a caso vide la luce in parallelo con la Costituzione Repubblicana del 1948.


26 maggio 2017

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26.5.17

UN BELL'ESEMPIO DI SOLIDARIETA' OPERAIA!

Licenziata una neo mamma di 30 anni, appena rientrata dalla maternità, stamattina tutti i 230 lavoratori della Reggiani Macchine (Grassobbio), colleghi della donna, sono entrati in sciopero per solidarietà e per protestare contro quello che l'azienda definisce "licenziamento per giustificato motivo oggettivo e soppressione della mansione".
Riportiamo la notizia da bergamonews.it

«Uno sciopero immediato e improvviso, che ha visto la partecipazione di tutti i dipendenti della Reggiani Macchine ora Efi di Grassobbio: sono in 230 venerdì mattina davanti ai cancelli per protestare contro il licenziamento di una collega e sostenere la trattativa che Fim Cisl e Fiom Cgil stanno intrattenendo con l’azienda, da meno di 18 mesi assorbita dal gruppo americano EFI e specializzata nella produzione di macchinari per la stampa.

“Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e soppressione della mansione”. L’oggetto della lettera arrivata alla lavoratrice non lascia spazio a fraintendimenti, “giunta di colpo e senza alcuna comunicazione alle organizzazioni sindacali”, dicono i responsabili aziendali di Fim e Fiom. Tra l’altro, recapitata a una donna di 30 anni, da poco rientrata dalla maternità.

“I lavoratori sono preoccupati soprattutto dalle modalità e dalle relazioni sindacali che la proprietà ha adottato da qualche tempo – dicono i sindacalisti -, e chiedono il ritiro del licenziamento e il ripristino di un sistema di relazioni corrette”».


Fonte: bergamonews.it

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25.5.17

ITALIA: BOLLETTE NON PAGATE = 26 MILIARDI....Guido da Landriano

L’eredità della crisi: in Italia 26 miliardi di bollette non pagate

Bollette di vecchia data non pagate, crediti al consumo, rate di mutuo non ancora onorate. Sono quelli che in gergo gli addetti ai lavori chiamano “Non Performing Loans”: capitali che le famiglie italiane – ma anche le piccole e medie imprese – faticano a pagare e che gli enti creditori hanno affidato alle agenzie specializzate nel recupero crediti.

Oggi, nel limbo dei crediti deteriorati fluttuano – secondo la recente stima di Unirec, l’Unione nazionale a tutela del credito – 26 miliardi che riguardano proprio bollette ‘dimenticate’, rate di mutui e piccoli finanziamenti.

Secondo quanto emerge dalla ricerca annuale, la ‘zavorra’ dei NPL ha rappresentato nel 2016 il 38% degli importi complessivi da riscuotere e il 14% del numero totale delle pratiche gestite dalle società di recupero associate a Unirec (circa l’80% dell’intero mercato), sulle cui scrivanie sono accumulati quasi 36 milioni di fascicoli. In media, una pratica ogni due persone.

I debitori, per quanto riguarda i NPL, sono per il 91% famiglie e per il 9% piccole o medie imprese. Si tratta prevalentemente di bollette e utilities per telefonia, luce e gas: a ‘dimenticarle’ sono soprattutto i clienti cessati (74%), che hanno cambiato operatore e che devono saldare, in media, 830 euro ciascuno. Il 26% degli importi da recuperare riguarda invece clienti ancora attivi, che devono in media 277 euro a testa. Per i primi, il recupero è più difficoltoso e il tasso di successo non supera il 17%, contro il 28% dei secondi.

L’importo medio da rintracciare ammonta invece a 2 mila euro se si considerano anche i debiti che derivano da finanziamenti e prestiti bancari (importo medio di questi ultimi è di 2400 euro, nel 2016 metà di queste pratiche sono andate a buon fine con un recupero del 16% dei capitali totali) e leasing (574 milioni di euro, il 47% dei quali è stato riscosso).

A preoccupare maggiormente sono le previsioni: nel 2017 il volume dei NPL sembra destinato a lievitare del 15%, con un aumento degli importi complessivi che dovrebbe oscillare tra l’8 e il 10%.

Dei 26 miliardi di euro accumulati nel 2016 e ancora da recuperare, soltanto 8,1 si prevede siano destinati a rientrare nelle tasche dei creditori, con performance di recupero che variano a seconda della tipologia del debito. Lavoro extra per le società di recupero crediti a Milano: la Lombardia, infatti, detiene il primato italiano – con il 14% – sia per numero pratiche che per importi.

* Fonte: Scenari Economici

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24.5.17

ECCO LA RINASCITA DI ALITALIA di Sandokan


«Il documento su ALITALIA che qui sotto presentiamo in anteprima è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari».

Sul quotidiano LA STAMPA di oggi, 23 maggio, il commissario Enrico Laghi evita furbescamente di dare risposte chiare ed esaustive al giornalista che gli chiede come coi suoi compagni di merende (in conflitto di interessi) intenda "salvare" Alitalia.

La sua parola d'ordine è "riduzione dei costi" e, tra questi, nuovi licenziamenti, anzitutto del personale di terra.

Resta insomma dentro la cornice di ferro del "Piano" coraggiosamente (e sonoramente) bocciato dai lavoratori, tenendo fermo l'obbiettivo assegnatogli dal governicchio Gentiloni-Del Rio: cura dimagrante per (s)vendere al miglior offerente Alitalia, chiunque esso sia. Ne è riprova che i tre commissati abbiamo affidato alla Rothschild il ruolo di advisor finanziario per la vendita di Alitalia.

Laghi e i sui compari si comportano così come liquidatori: nessuna intenzione di far rinascere la compagnia di bandiera, ciò che implica non tagli al personale bensì, al contrario, un forte e credibile piano di investimenti.

Non è con questi tre signori che occorre prendersela ma con il governo, affinché cambi direzione.
Il governo non solo può ma deve! dare incarico ad un comitato di tecnici e manager competenti, che abbiano cioè mostrato una comprovata conoscenza ed esperienza del settore del trasporto aereo, non solo di svelare le ragioni del disseto finanziario di Alitalia, ma come risanarla e rilanciarla, affinché diventi di nuovo una grande compagnia di bandiera.

Abbiamo mostrato (QUI) che lo Stato ha le risorse per essere, non Pantalone, ma garante di prima istanza di questo rilancio. Dimostreremo che è anche un grosso affare.

L'ipotesi primaria resta dunque quella della nazionalizzazione.
Esistono certo delle subordinate in fatto di assetti societari in cui lo Stato sia comunque protagonista responsabile, quello che va escluso è insistere nel consegnare Alitalia a privati, peggio che mai stranieri (peggio del peggio compagnie Low Cost).

Presentiamo ai lettori un PIANO DETTAGLIATO PER LA RINASCITA DI ALITALIA.
E' STATO ELABORATO DA UN GRUPPO DI TECNICI AMICI DI ALITALIA E DELLE SUE MAESTRANZE.

Questo Piano, dopo un'analisi comparata dei bilanci Alitalia e dei clamorosi errori di gestione (come si vedrà non si escludono maneggi di altra natura) indica delle soluzioni concrete per il rilancio della compagnia di bandiera, senza tagli all'occupazione. Come si capirà leggendo questo gruppo di tecnici non sposa la proposta della nazionalizzazione. Ritiene anzi che con l'adozione di un efficace piano industriale, e senza aiuti di Stato, Alitalia sia a quel punto appetibile a cordate private.

Al netto di questa differenza politica il documento che presentiamo qui sotto è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari.
Buona e attenta lettura...

PIANO PER LA RINASCITA DI ALITALIA

Fonte: sollevazione.blogspot.it


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23.5.17

ALITALIA: Roma 27 maggio manifestazione ore 16:00

GIÙ LE MANI DA ALITALIA
GIÙ LE MANI DALL'ITALIA
MANIFESTAZIONE 27 MAGGIO ORE 16 AL COLOSSEO
SARANNO TANTE LE REALTÀ DI LAVORATORI IN LOTTA
UNITI SI VINCE!


No a svendita, licenziamenti e riduzione dei salari.
Si alla NAZIONALIZZAZIONE

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Articolo 1: “Fondamenta” di cosa? Una scissione a destra del PD

Si è conclusa domenica "Fondamenta" la tre giorni di discussione politica e programmatica promossa da Articolo 1 -Mdp.
Di seguito pubblichiamo un intervento critico di Risorgimento Socialista a firma di Ferdinando Pastore (responsabile Europa), Riccardo Achilli (responsabile Economia) e Antonino Gulisano (Risorgimento Socialista della Sicilia).

«A Milano, con “Fondamenta“, il Movimento Democratico e Progressista di D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi e Scotto muove i suoi primi passi, all’ombra di un documento programmatico, scritto da Vincenzo Visco: il paradosso è quello di una scissione che nelle intenzioni dei militanti dovrebbe riportare la barra degli ex PCI a sinistra, dopo la svolta liberista renziana, ma che nelle parole dei dirigenti è quasi una “svolta a destra”.

Il documento di Visco, negli anni ’90 come Ministro uno dei responsabili massimi delle politiche ordo-liberiste e di austerità imposte all’Italia, nel descrivere i punti programmatici di Articolo 1, fa immediatamente saltare agli occhi due cose:

1) la globalizzazione viene descritta come un fenomeno naturale, non politico; quindi è impossibile invertire la tendenza. Al massimo si possono effettuare accordi al ribasso per le classi deboli.

2) la UE e l’euro rappresentano capisaldi ai quali è impossibile rinunciare, anzi originariamente, si dice, mentendo, erano progetti di democratizzazione e di gestione sociale della globalizzazione.

A conferma di questa impostazione, troviamo le parole di Pier Luigi Bersani sull’Europa e su Macron a La Gabbia: ” Chi pensa di risolvere i gravi problemi causati dalla finanza, dalle piattaforme informatiche, delle multinazionali ecc, cone le “mini sovranità” si sbaglia di grosso. Solo con sovranità mondiali tutto ciò può essere risolto. Macron non è Renzi, ha avuto esperienze di alto livello e governerà coi voti suoi a differenza di Renzi che lo ha fatto coi voti miei“.

Questo progetto politico, che vede D’Alema e Bersani come registi, serve solo ad annacquare e impedire (nella loro testa perché è destinato a fallire) la nascita di forze votate al recupero della sovranità politica e popolare e ispirate ad un costituzionalismo radicale. E quindi a limitare la nascita di una vera sinistra socialista e popolare.
Quella operata da D’Alema e Bersani è di fatto una scissione a destra del PD, dato che immaginano un rafforzamento delle strutture sovranazionali e contemplano un riformismo reazionario fatto un passo alla volta, gestito da tecnocrati italiani.

Loro eviterebbero la troika, con le troike fatte in casa. Sorprende, ma non più di tanto, che alcuni dirigenti, anche promettenti, della sinistra italiana possano essere affascinati da una lettura così mistificatoria della realtà e così assolutoria nei confronti della vecchia stagione della Seconda Repubblica.
La capacità di interpretare correttamente la Storia, in un periodo di così forti diseguaglianze, è l’unica premessa per essere credibili di fronte alla popolazione ed è l’unico modo per riuscire a parlare utilizzando il linguaggio della verità.

“Fondamenta“, da questo punto di vista, è stata un sostanziale fallimento: ai limiti enormi del documento di Visco, si unisce un D’Alema incapace di suggerire un sia pur timido processo di autonomia culturale della sinistra, ribadendo anche lui i Ciampi e gli Amato di 25 anni fa, sull’ineluttabilità dell’Europa, con una critica di facciata alla globalizzazione (quando l’euro altro non è che una manifestazione della stessa globalizzazione) e, in mancanza di un modello politico, un invito ad andare a catechismo da Bergoglio.

Dimenticando però quella parte del catechismo cattolico in cui si parla di accoglienza, D’Alema ha proposto di ripristinare la Turco-Napolitano, la legge istitutiva del sistema carcerario dei Cie, pur interrompendo la kermesse per partecipare alla marcia “senza muri“.

Una posizione ondivaga, utile per raccogliere qualche voto tra la borghesia benpensante ai Parioli, ma senza nessuno spunto di analisi, pensiero critico, opposizione sociale, lotta di classe, anti-liberismo, sovranità nazionale: non pervenuti.

D’Alema è tornato a criticare Renzi, salvo dire chiaramente che ci potrà essere un governo di centrosinistra, quindi evidentemente con Renzi. Bersani, rincarando la dose con involontario umorismo romagnolo, ha ribadito il no ad una alleanza con Renzi, ma sì ad una alleanza con il Pd, dimenticando che Renzi è il segretario del Pd. Tutti a strillare contro il liberismo, ma con ospiti due campioni del liberismo come la Bonino e de Bortoli.

Fondamentalmente, da “Fondamenta” è emerso un triste e malinconico rimpianto del tempo che fu, da parte di personaggi oramai superati dalla storia, che si aggrappano ad un mondo che non esiste più: l’ulivismo, inteso come coalizione di forze politiche che raggruppino liberali moderati, cattolici popolari e socialisti liberali. Un mondo che non esiste più perché la crisi economica ha spazzato via quel ceto medio a bassa differenziazione interna che, negli anni Novanta, si era espanso assorbendo e rimescolando in un mix liquido ed a bassa tensione conflittuale elementi delle tradizionali classi sociali proletarie e piccolo borghesi.
I lunghi anni di crisi ed ora di stagnazione hanno ripolarizzato la società, creando forme nuove di aggregazione sociale, fra piccola borghesia in rovina e sottoproletariato urbano in crescita, alimentato dalla caduta di componenti del proletariato industriale ed impiegatizio, e ceti emergenti, come il precariato cognitivo o i lavoratori della sharing economy, che esprimono un disagio socio-economico, accanto ad elementi ideologici vicini a quelli borghesi, e che vivono dentro una contraddizione fra struttura obbiettivamente disagiata e sovrastruttura ideologicamente orientata verso i gruppi sociali dominanti.
Questo nuovo assetto sociale è più facilmente catturabile dal populismo leghista (che interpreta bene i punti di contatto fra lumpenproletariat, ex élite operaie in crisi e piccola borghesia) e grillino (che riesce a dare una soluzione al dilemma strutturale/sovrastrutturale dei ceti emergenti, espungendo le tematiche ideologiche dalla sua proposta politica, che ne risulta così impoverita, ma più facilmente digeribile).

Il contrasto da sinistra a tale situazione richiederebbe una nuova forma di autonomia culturale e politica su temi delicati, come l’euro, l’immigrazione, il posizionamento geopolitico del Paese, una riflessione profonda sul rischio di una società lavoristica che si trovi a dover ridurre il ricorso al lavoro per via della rivoluzione tecnologica in atto.

Invece, la risposta dei pisapii-dalemian-scottian-bersaniani è una impaurita fuga all’indietro, verso formule politiche defunte (e, diciamolo pure, inefficaci anche quando furono proposte) con tanto di ritorno al Mattarellum.

La Storia schiaccerà queste posizioni, e se si continueranno a seguire posizioni come quelle di Articolo 1, l’evaporare della sinistra lascerà il campo ad un conflitto sociale che si giocherà tutto dentro la metà campo del capitale, fra piccola e media borghesia nazionale, alleata con i ceti emergenti e con il sottoproletariato urbano, e grande post-borghesia apolide e finanziarizzata, alleata con gli ultimi strati di ceto medio novecentesco disperatamente aggrappati alla speranza di non scomparire del tutto. Uno scenario in cui alla fine perderemo tutti.

Con “Fondamenta” è nato non un progetto, ma una formazione sociale per conquistare un posto al sole o un Consiglio d’amministrazione per una nuova “Ditta“. Il suo inizio è sempre contro qualcuno o qualcosa e mai per l’Italia.

Il progetto di Risorgimento Socialista ha messo in chiaro che la nostra prospettiva politica è costruire il Progetto e il Programma del Socialismo del XXI secolo per una alternativa di Governo: per una Italia ed Europa delle eguaglianze, delle equità, del nuovo lavoro del tempo libero, per un reddito e una redistribuzione per il lavoro come valore».




Fonte: risorgimentosocialista.it

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22.5.17

Prima l'italiano. Riprendiamoci la nostra lingua di Diego Fusaro

È ora di reagire all'imperversante tirannia della lingua inglese, emblema della mondializzazione dei corpi e delle menti. È giunto il momento di opporsi criticamente all'invasività dell'inglese coatto dei mercati e dello spread, della spending review e dell'austerity. Apoteosi dell' "esterofilia" e dell' "apatriottismo" - parole che prendo in prestito dal Gramsci dei "Quaderni" -, l'inglese operazionale dei mercati nulla ha, ovviamente, a che vedere con l'inglese culturale di Wilde e di Shakespeare: è, al contrario, un inglese aprospettico e asimbolico, che gli inglesi stessi, con giusto disprezzo, chiamano "globish".

L'inglese - si dice - dovrebbe servire a porre in dialogo le culture e favorirne il confronto: il suo obiettivo è, invece, oggi l'annichilimento delle culture e delle identità nazionali, di modo che sopravviva un'unica cultura, quella dello scambio e dell'economia. Che è, poi, l'annullamento della cultura, se è vero, come è vero, che essa può esistere solo nella pluralità delle culture in dialogo tra loro. Non v'è dialogo ove i plurali siano meri riflessi del medesimo, del consumatore apolide e asimbolico. Si crea, anzi, un monologo di massa fintamente multiculturale, che tutto riduce al "monocromatismo assoluto" (Hegel) della società a capitalismo integrale e a pluralità livellata.

L'uso coatto della lingua inglese - diciamolo senza perifrasi - serve oggi a rendere subalterni i popoli, conferendo, come con il latinorum, un'aura di sacralità autorevole alle scelte irresponsabili delle politiche neoliberiste (spending review and austerity), presentandole come necessitate, sistemiche, oggettive e addirittura intrinsecamente buone. Riprendiamoci dunque la nostra lingua e, con essa, la nostra dignità sovrana: parliamo italiano e dialoghiamo con le altre culture senza obliare la nostra.

Di qui occorre ripartire per un riscatto dei popoli. Nelle lingue nazionali, ce l'ha insegnato Herder, è da ravvisare lo scrigno in cui sono custoditi i tesori delle civiltà, i beni più preziosi del nostro passato.


Fonte: interessenazionale.net

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20.5.17

SOGNO UN'ITALIA SPACCATA IN DUE di Franz Altomare

Perché sostengo con forza la Confederazione per la Liberazione Nazionale - CLN

Sappiamo che non si può stare dalla parte di qualcosa o di qualcuno se non si ha il coraggio di stare contro qualcuno o qualcosa.

Da una parte il potere che oggi domina e governa, un potere avido e malsano, un potere che odia questo Paese e disprezza il nostro popolo ogni giorno più povero e infelice; un potere asservito alle oligarchie delle banche, della Unione Europea e della NATO dispensatrice di guerre.

Dall'altra parte del campo sogno un popolo che si compatta per riconquistare la democrazia, liberare il Paese dal vincolo della moneta unica e dei criminali dell'Unione Europea; un popolo che decida di essere sovrano in una nazione sovrana dove il Parlamento possa realmente decidere e dove la Costituzione del 1948 sia l'elemento unificante di posizioni diverse ma autenticamente democratiche: per una democrazia politica, sociale ed economica.

Da una parte le oligarchie del capitalismo finanziario e globalista e dall'altra le democrazie minacciate con i popoli che rivendicano la propria sovranità nell'unico spazio dove è possibile esercitarla, che è la sovranità nazionale sancita in Italia dalla nostra Costituzione del 1948.

Popolo contro élite.

Lavoratori oppressi, ceti produttivi, disoccupati, studenti e pensionati contro ceti speculativi, privilegiati, parassiti, banche e tutti i loro maledetti servi.

Sogno quindi che la parte migliore del nostro popolo prenda coscienza per trasformare il dissenso sociale in dissenso politico e diventi capace di convergere in una grande forza unitaria di liberazione nazionale per riportare la sovranità nelle mani di chi oggi ha perso ogni diritto.

Sogno un paese spaccato in due in cui sia chiaro chi sono i veri nemici della democrazia, della giustizia sociale e della pace e chi sono invece i sinceri sostenitori di un profondo cambiamento politico e sociale.

Tutti quelli che non prenderanno posizione in campo, tutti gli ignavi, gli opportunisti, gli ambigui, i politicanti carrieristi e gli ipocriti, i parolai e gli inetti saranno i nemici della giustizia sociale e della pace, saranno i nostri nemici.

Bisogna essere di parte.

Bisogna essere partigiani.

Lo dobbiamo ai nostri padri, e ai padri dei nostri padri che non hanno esitato a versare il proprio sangue per amore del nostro popolo e del nostro amato Paese.

Lo dobbiamo ai nostri figli.

Lo dobbiamo a noi stessi.

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19.5.17

"LAGER FABBRICA"

di Douglas Mortimer
Pubblichiamo una lettera scritta per La voce delle lotte da un operaio di FiatChrysler di Pomigliano d’Arco a Napoli, che descrive i livelli di ricatto nelle fabbriche degli Elkaan e gli aspetti psicologici dei lavoratori costretti a seguire la catena di montaggio. Per evitare una rappresaglia padronale terremo segreta la sua identità.

Mi alzo alle cinque. Tra un’ora parte la linea. Tempo di fare colazione, una rinfrescata e sono in fabbrica.
Un buongiorno veloce ai colleghi e la catena parte: 120 e passa vetture. Devo stare attento a non sbagliare nulla se no creo problemi ai colleghi e il direttore è lì pronto al richiamarci in caso contrario.
Girano voci di esuberi strutturali e se sbaglio potrei essere tra quelli o se non sono fra quelli potrei essere obbligato ad andare a Cassino. La cosa sarebbe peggio. 120 e passa vetture e la linea si fermerà. In quei dieci minuti di sosta spero di non aver bisogno di andare in bagno, se no non potrò gustarmi con piacere una sigaretta.
Nei seicento secondi di sosta che mi spettano ci sono molti colleghi che continuano a lavorare. Forse sbaglierò a fermarmi, sarò visto come un lavativo dai pezzi grossi che bazzicano fra i reparti, ma proprio non ce la faccio.
Alle otto e dieci devo stare sulla mia postazione di lavoro. Noi siamo quello che facciamo.. Altre vetture, 120 e passa. Guasto tecnico. Meno male! Posso prendere fiato. Giusto il tempo di sgranchirmi le ossa. Proseguo. Devo mettere a posto la postazione. Il WCM prevede che la mia postazione di lavoro sia più in ordine della mia casa. Speriamo che sia abbastanza breve la sosta forzata se no sarò costretto a rinunciare alla pausa mensa a fine turno.
Un quarto d’ora: la linea è ripartita!
Abbiamo fatto 16 vetture in meno, molto probabilmente non pranzerò- Quando producevamo le Alfa Romeo eravamo più operai e 100 vetture a turno in meno, il sabato restavo a casa. Me ne strafotto del riposo compensativo della prossima settimana. Sei giorni continui in catena di montaggio ti sfiancano. Tra cinque anni sarò un quarantenne. Non è come dieci anni fa, ma vivo di questo.
Arriva il team leader per avvisarci che nei prossimi dieci minuti di sosta tireranno cinque vetture, tasta il terreno per vedere chi è disponibile a restare, molti miei colleghi anche di altre linee solitamente lavorano anche nei dieci minuti di sosta, io dico di non voler restare, perché ho le mie esigenze fisiologiche, lui mi fa un’alzata di spalle molto seccata. Intanto si arriva alla seconda sosta. Usciamo fuori io e quattro miei colleghi, gli altri che restano a lavorare ci guardano con aria sbalordita. Stiamo solo fermandoci per riprendere un po’ il fiato, neanche fosse uno sciopero.
Una fila per il bagno; una fila per un caffè; mezza sigaretta buttata, perché non riesco a finirla prima del rientro.
Riprendo a lavorare e gira la voce che la mezz’ora di mensa servirà a recuperare le vetture perse in precedenza.
Penso che questa situazione è diventata insostenibile. Lo pensano i miei colleghi, tutti si lamentano, ma nessuno agisce. I sindacati firmatari sono i complici compiacenti delle decisioni aziendali, tutti li accusano, pochi strappano le tessere, qualcuno ha fatto la tessera con la Fiom, che è l’unico sindacato in rotta con l’azienda, lo farei anch’io, ma ho paura. Ho il mutuo da pagare, mia moglie non lavora sempre e i bimbi crescono assieme alle spese. Spesso penso che con questi ritmi e questo clima di oppressione psicologica ci lascerò le penne. E’ già capitato a qualche collega. Lavorare con l’ansia addosso non fa bene alla salute.
Altre 120, o forse qualcuna in più di vetture, la linea si ferma e siamo in otto a riposarci, fumo due sigarette una dietro l’altra. La linea riparte: l’ultima ora e mezza, anzi due ore.
Sono digiuno da stamattina, cominciano i capogiri dovuti alla fame, prima della cassa integrazione la mensa era alle undici, quella mezz’ora serviva oltre a rifocillarci anche a fermarci un po’ di più e ad affrontare le ultime fatiche con più forza, ma qualcuno ha deciso che non doveva essere così. “A Melfi si fa la pausa mensa a fine turno da una vita, ci riescono i colleghi lucani, ci possiamo riuscire anche noi” ci dicono. Una volta ci chiamavamo Alfa Romeo, Alfasud, ora siamo FCA. Il mondo e i mercati sono cambiati.
Una volta questa fabbrica dava lavoro a oltre 15 mila persone, ora siamo circa il 30 per cento di quella forza lavoro, e molti colleghi lavorano pochi giorni al mese, perché la Panda da sola non riesce a saturare l’intero impianto. Senza contare che sono più i capannoni vuoti e abbandonati che quelli attivi.
Finita. Finalmente sono nel parcheggio. Ho comprato uno snack vicino al distributore per alleviare il senso di fame. Mentre avvio la macchina una sensazione strana mi assale: sono appena arrivato a mercoledì, mancano tre giorni alla fine della settimana lavorativa, la prossima sarà corta ma di pomeriggio, salvo sorprese. Salvo che non venga chiamato dalla direzione aziendale per andare a Cassino.
Noi siamo quello che facciamo.


Fonte: lavocedellelotte.it

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18.5.17

Assemblea Alitalia a Cerveteri: “Riprende il volo la nazionalizzazione”

Si è svolta a Cerveteri il 12 maggio scorso l'assemblea pubblica con i lavoratori Alitalia per la nazionalizzazione di un'impresa strategica.
Qui un breve resoconto  

«Si è svolta il 12 maggio scorso a Cerveteri un Assemblea Pubblica tra Lavoratori e cittadini dopo la coraggiosa bocciatura , anche a Fiumicino, di un accordo irricevibile. 
Tale proposta prevedeva tagli al salario, nuovi processi di riduzione organico futuri e peggiori condizioni di lavoro, dopo il crollo della gestione Ethiad. L’assemblea aveva due obiettivi: non lasciare soli i lavoratori, molti dei quali residenti nel territorio e proporre soluzioni e una opportuna informazione circostanziata, oscurata dal circuito mediatico ufficiale, che esprime soltanto gli interessi di parte delle cordate di chi specula ed ha portato al collasso un azienda all’attivo in bilancio, per alcuni anni, nel 1980. 
Un paese che si fonda su una industria turistica ancora da valorizzare ed adeguare non può prescindere da una propria compagnia di bandiera: nella UE c’e’ posto soltanto per Lufthansa e Air France, con la parallela British Airwais.

Presente ed intervenuto il sindaco uscente Alessio Pascucci, che ha condiviso l’interesse per la vertenza attivandosi, ed alcuni esponenti della politica locale, come il segretario del PD di Cerveteri. 

Insieme a Fabio Frati della CUB trasporti, del Comitato per il NO a Fiumicino, è intervenuto anche un delegato della USB, Alessandro Villa.

Gli interventi di Labonia ( Ass. Indipendenza) Pastore (Risorgimento Socialista) De Paoli ( Arditi del Popolo di Civitavecchia ) Fabio Massimo ( Partito Comunista) e Climati ( Cerveteri Libera), hanno dato vita ed articolato un primo interessante esordio politico e convergenza delle forze sovraniste e anti-liberiste di una Sinistra dalla parte dei Lavoratori e dei diritti sociali spesso oggi trascurati».

Per Cerveteri Libera 

Il portavoce Luca Massimo Climati 

Fonte: terzobinario.it

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17.5.17

Il partito della nazione di Luciano Canfora

Un «partito della nazione» lo aveva abbozzato, in un certo senso, già Ciampi al tempo della sua presidenza. Alla base di una tale costruzione, descritta come «patriottismo repubblicano», c’erano molto Risorgimento e, in dosi minori, un po’ di Resistenza, resa però il più possibile apartitica, così come già era stato sterilizzato – da una lunga tradizione parascientifica – il Risorgimento, impastato in un’unica “polpetta”, e trasformato in moto corale armonico e univoco (l’esatto contrario di ciò che era stato nella realtà).

Ma il progetto naufragò, perché non era facile replicare sulla Resistenza la stessa operazione. La vicenda della guerra civile italiana, nel corso della quale si era sviluppato il movimento di liberazione, non poteva essere sterilizzata agevolmente. Bisognava rimuoverne la componente comunista, innegabilmente maggioritaria. Con schietto entusiasmo, uno studioso italiano che appare oggi incerto sull’orientamento da adottare, parlò – in un saggio dell’ormai lontano 1976 – di «epopea» comunista nella Resistenza italiana (ed europea). Né era facile, sol perché nell’89-’91 era crollato il “socialismo reale”, far svanire nel nulla tale epopea, così determinante per la vittoria del côté antifascista nella guerra civile italiana. Per altro verso il crollo del “socialismo reale” incoraggiava la sub-storiografia alla Montanelli-Pansa, intenta a fare della Resistenza, con un notevole successo editoriale, un bersaglio costante ed un costante oggetto di discredito.

In conseguenza di ciò, più che sterilizzarla, si provvide ad espungere la Resistenza dal codice genetico di un possibile “partito della nazione”: tanto più che, nel frattempo, il centro-destra, insediatosi saldamente al potere, grazie alle infami leggi elettorali di tipo maggioritario, provvedeva a ricollocare in una luce positiva larghe fette dell’esperienza fascista. E il fascismo come tale riprendeva comunque quota – nella frastornata coscienza diffusa – per il fatto stesso di essere stato l’antagonista più coerente del comunismo, che ideologi colti e meno colti si affannavano, per intanto, a descrivere come il vero male assoluto del secolo.

A questo punto il basamento ideale di un auspicato “partito della nazione” («patriottismo repubblicano» già diventava qualcosa di troppo sbilanciato a sinistra) si riduceva quasi a nulla. Oltretutto, nel frattempo, anche il Risorgimento veniva preso a spallate e fatto oggetto di scherno da parte del pilastro politico che ha consentito, per anni e anni, al centro-destra di governare, e cioè la Lega Nord; il cui leader carismatico incitava, in pubblici comizi, ad adoperare la bandiera nazionale come risorsa d’emergenza per l’igiene intima.

Venuti meno entrambi gli ingredienti, la destra non leghista si appagava della genericissima qualifica di “liberale” e il centro-sinistra adottava come propria qualifica fondante “l’Europa” (assunta quasi come un valore in sé!). E poiché sia gli uni che gli altri pretendevano a spada tratta di non essere né liberali né anti-europei, ne scaturiva che una qualche significativa e qualificante distinzione tra i due gruppi cominciava a diventare problematica (fatta eccezione, beninteso, per il diverso modo degli uni e degli altri di impiegare il tempo libero e soprattutto le serate).


[1] E. Galli della Loggia, Ideologie, classi e costume, in L’Italia contemporanea. 1945-1975, a cura di V. Castronovo, Einaudi, Torino 1976, p. 391.

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16.5.17

Lettera a Eurostop di Moreno Pasquinelli

Cari tutti compagni di Eurostop,

Nel momento in cui stiamo tentando di “fare il salto”, ovvero sostenere il passaggio da coordinamento a soggetto politico unificato, ritengo sia ineludibile sciogliere un nodo che è preliminare a tutto quanto il resto.
Lo faccio, data la posta in palio, senza troppi giri di parole.
Questo “nodo preliminare” si chiama SOVRANITÀ NAZIONALE.

Che questo concetto sia divisivo tra noi, è cosa nota.
Ogni volta che abbiamo sollecitato una riflessione sulla questione della SOVRANITÀ NAZIONALE, abbiamo infatti registrato forti resistenze. 


Molti tra noi ritengono che impugnare da sinistra l’idea della difesa della SOVRANITÀ NAZIONALE (contro non solo la gabbia della Ue ma come via per lo sganciamento dalla grande globalizzazione imperialista) sia un cedimento al nazionalismo, da cui deriverebbe un inevitabile connubio strategico con le destre xenofobe e sicuritarie —alla Le Pen per intenderci.
Non è così.

Abbiamo spiegato, ogni volta che ci è stato possibile, che dovremmo fare nostra la tradizione del patriottismo democratico, costituzionale e quindi antifascista. Tradizione che viene da molto lontano e che fu il suggello identitario e unitario della Resistenza.

Un discorso simbolico che ci consentirebbe (nel contesto storico in cui siamo, segnato dalla tendenza mondialista a fare strame delle sovranità statuali —gli Stati restano ovviamente, ma solo come guardiani notturni e sbirreschi degli interessi delle multinazionali e della grande finanza predatoria) sia di opporci alla visione del mondo cosmopolitico-imperialistica*; che di contrastare l’avanzata nel campo proletario e popolare delle destre nazionaliste e sicuritarie.


Di più, ci consentirebbe di fare spazio al nostro soggetto politico entrando in quella “connessione emotiva e sentimentale con il popolo”, riuscendo a parlare alla pancia e al cuore di chi sta in basso, liberandoci dalla sindrome dell’intellettualismo e del programmismo che paralizza i marxisti.
Per fare così del soggetto politico il perno di un ampio blocco sociale, antioligarchico e antiliberista.
Di qui la nostra insistenza nel fare nostro ciò che ci serve della modalità populistica. Modalità che dato il tramonto delle élite dominanti e del “politicamente corretto” lib-lab è diventata oramai il modus operandi di ogni campo politico —di qui la tesi che è necessariamente nel “campo populista” che si gioca la partita dell’egemonia.

Dalla Francia, questo è il punto compagni, ci viene una conferma empirica, non temo di esagerare, strepitosa, di quanto stiamo dicendo.

Il fatto davvero enorme della contesa delle presidenziali è infatti la potente avanza della France Insoumise di J.L. Mélenchon.


Diverse sono le cause del suo sfondamento, ma la principale è proprio aver fatto suo il discorso patriottico, senza per questo fare alcuna concessione al nazionalismo revanchista, xenofobo e islamofobo —discorso patriottico che del resto ha dovuto, pur a chiacchiere, utilizzare lo stesso Macron.

Ci sono due immagini icastiche che danno l’idea del passaggio avvenuto con France Insoumise rispetto al Front de Gauche (presidenziali del 2012) e che spiegano il raddopio dei voti.
Mi permetto di segnalarvele qui sotto. Parlano da sole.


Nella foto a sinistra il comizio di chiusura di Mèlenchon nelle presidenziali del 2012. In quella di destra la chiusura della campagna per le recenti presidenziali 2017. Il tricolore francese ha rimpiazzato la bandiera rossa, senza per questo abdicare né agli ideali del socialismo, né venir meno alla difesa degli interessi di classe del proletariato.

E’ quella la strada, la sola strada che ci resta, se davvero vogliamo dare vita ad un soggetto unificato che esca dal recinto dell’estrema sinistra e punti all’egemonia nel campo antioligarchico e antiliberista, alternativo dunque ai cinque stelle, per non palare della Lega salviniana.

E’ questa la strada che come P101, assieme ai compagni di Risorgimento Socialista, Noi Mediterranei e Indipendenza e Costituzione, abbiamo intrapreso dando vita alla Confederazione per la Liberazione Nazionale, che potrebbe raggiungere Eurostop ove noi, come ci auguriamo, ci decideremo ad imboccare la strada indicata dalla sinistra popolare francese.

Possiamo discettare ancora mesi su piattaforme programmatiche e “carte dei valori”, perderemo solo tempo se non scioglieremo il nodo gordiano della SOVRANITÀ NAZIONALE.
Ce la farà Eurostop?
Ce lo auguriamo, prevale tuttavia in noi, un ragionevole pessimismo.

Moreno Pasquinelli
12 maggio 2017

* Cosmpolitismo borghese che partendo da Kant e passando per Kelsen, su su, arriva fino a Habermas ed a Norberto Bobbio e Luigi Ferrajoli. Ciò per dire che il liberismo sfrenato, la destra economica, ha conquistato sin dagli anno ‘80 l’egemonia ideologica, solo grazie alla copertura strumentale di un certo pensiero di sinistra. Pensiero borghese, certamente, che ha tuttavia contaminato in maniera devastante lo sterile gauchisme europeo (il negrismo su tutti), il cui internazionalismo funge da foglia di fico del cosmpolitismo imperialista. Un cosmopolitismo, ce lo ricordava Gramsci nei Quaderni quando scriveva sugli intellettuali e il risorgimento, che in Italia veniva rafforzato dall’antinazionale universalismo cattolico. E quanto ciò sia vero lo si vede nel pietismo moralistico e anti-politico sulla vicenda dell’immigrazione e quanto a fondo esso abbia contaminato di sé la sinistra.
Fonte: sollevazione

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12.5.17

La infine ingloriosa della II Repubblica

Le élite dominanti hanno giustificato il seppellimento della prima repubblica con il mito "costituente" del bipolarismo.
Si apriva l'alternanza tra i due poli, di centro-destra e centro-sinistra. Governabilità assicurata.
Quando tuttavia nel novembre 2011 esplose, pilotata, l'emergenza dello spread sui titoli di debito pubblico, arrivò il governo Monti o delle "larghe intese".
E' su questo decisivo passaggio che si sofferma Luciano Canfora nel suo pamphlet del 2012 dal titolo "E' l'Europa che ce lo chiede!" (Falso!) ed. laterza. 
Qui sotto il primo capitolo.

«Siamo spettatori di un paradosso. Il paradosso è che, al termine di un ventennio consacrato, con regolari vampate salmodianti, al culto del «bipolarismo», i medesimi idolatri siano ora passati, con analoga foga, al culto della «coesione». Il nuovo dogma è: fare «tutti insieme» le “cose che contano”, le fondamentali sulle quali è «ovvio» che «siamo tutti d’accordo». Buono a sapersi. Evidentemente il bipolarismo serviva a non farle, le “cose che contano”.

La religione del bipolarismo può comunque vantare alcuni bei successi: non solo ha distrutto la cosiddetta “Prima repubblica” ma ha ridotto la sinistra alla caricatura di se stessa, ad una macchietta speculare della destra, protesa a «contendere il centro alla destra» con le stesse “armi” lessicali e concettuali dell’antagonista. Inglobata nella pulsione bipolaristica, la sinistra è diventata infatti, via via, sempre meno sinistra.

Dovendo fare insieme “le cose che contano” – cioè far deglutire ai gruppi sociali più deboli una cura da cavallo a botte di tassazione indiretta – centro-destra e centro-sinistra archiviano il bipolarismo. E lo archiviano per un periodo lunghissimo visto che la cura da cavallo è programmata per il prossimo ventennio se vuole risultare «efficace».

(E non sarebbe male cercare di chiarire cosa s’intenda per “efficacia”.)

Il processo è abbastanza lineare:

1) si abroga il principio proporzionale e si innesca il maggioritario (più o meno totale) in omaggio alla religione idolatrica del bipolarismo;

2) bipolarismo significa necessariamente penalizzazione delle ali dette pomposamente “estreme” e convergenza al centro dei due «poli»;

3) il perseguimento di tale “conquista” ha come effetto la crescente rassomiglianza tra i due poli, i quali infatti rinunciano ben presto a chiamarsi destra e sinistra, e adottano una formula (centro-destra versus centro-sinistra) che almeno per il 50% ribadisce la coincidenza, se non identità, dei due cosiddetti «poli»;

4) quando questo processo è finalmente compiuto, si constata che la “via d’uscita” dal grave momento nazionale e mondiale è la «coesione»;

5) a quel punto l’idolatrato bipolarismo non solo boccheggia ma viene senz’altro archiviato, e l’operazione appare agevole (o almeno fattibile) perché la marcia dei poli verso il centro ha dato finalmente i suoi frutti, e infatti – come ci viene ripetuto – sulle “cose fondamentali” si deve andare tutti d’accordo!

6) a questo punto i teorici del “superamento” della distinzione destra/sinistra in quanto concetti obsoleti possono esultare. E difatti esultano. E’ impressionante che, in Italia, inconsapevoli della gaffe lessicale, alcuni si dispongano addirittura a dar vita ad un «Partito della Nazione» (il paetito fascista si chiamò per l’appunto «nazionale», e «nazionali» erano detti i seguaci di Franco, mentre «socialista-nazionale» era il partito del «Furer»);

7) l’effetto della progressiva assimilazione tra i due poli culminata nella «coesione» è il non-voto di coloro che non si riconoscono nella melassa. Ma questo non preoccupa l’ormai «coesa» élite, passata giocosamente attraverso la dedizione ad entrambe le ideologie (bipolarismo prima e coesione poi). Anzi, si gioisce ulteriormente perché si può sperare, procedendo per questa strada, di raggiungere i record delle cosiddette “grandi democrazie” dove – come negli USA – vota meno della metà degli aventi diritto. Anzi i più sfacciati dicono che il fenomeno del non-voto è un segno di maturità della democrazia».

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11.5.17

Populismo, antifascismo e la falsa coscienza della sinistra di Ferdinando Pastore

 
POPULISMI

Cosa è emerso dai risultati dei referendum svoltisi in Europa – da quello greco, per passare alla Brexit, fino ad arrivare a quello Costituzionale in Italia? Sicuramente l’avvento di un blocco sociale, composito ed eterogeneo, che ha iniziato a dare risposte politiche, composto da tutti i soggetti che restano schiacciati dalla libera circolazione di capitali, merci e persone. Salariati e lavoratori precari del settore privato, giovani disoccupati, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori rappresentano la nuova classe sfruttata dal capitalismo globalizzato, la quale reagisce al sistema istituzionale ordo-liberista che ha accompagnato, in modo repressivo, la de-strutturazione al tessuto sociale delle nazioni: l’Unione Europea.

Questo blocco sociale non è ancora rappresentato, in maniera coerente, da un blocco politico, ma è fluttuante e divide i suoi voti tra una destra protezionistica e una nuova sinistra – che ha le espressioni più significative in Spagna e in Francia con il successo di Jean-Luc Mélenchon – che supera, definitivamente, la terza via Blairiana alla globalizzazione e individua nella lotta di classe nazionale il problema politico centrale per i nuovi ceti sfruttati. Entrambe le scelte del basso sono denominate dal blocco dominante, che ha i suoi epigoni politici nel PSE e nel PPE e in tutte le loro emanazioni nazionali, populiste.

Non si fa riferimento ad un populismo storico, bensì si cerca di derubricare queste nuove forze politiche nel terreno dell’avventurismo, con riferimento alle esperienze populiste del Sud-America, una evidente forzatura che mistifica la realtà dei fatti. Al contrario il sistema fondato sulle strutture sovra-nazionali ha avuto il compito di annientare tutti i soggetti che componevano il quadro costituzionale dei Paesi europei così come si era sviluppato dal secondo dopoguerra: Stato, partiti politici, sindacati, soggetti economici, cittadini sono stati trasformati in amplificatori della concorrenza economica e a loro sono state sottratte le prerogative che le Costituzioni gli attribuivano e che avevano lo scopo, esplicito, di salvaguardare la coesione sociale.

Se si prende per buona la definizione che Nicola Genga dà del populismo “l’appello a un popolo mitizzato da parte di un leader e la contestazione, dal basso, degli istituti di democrazia rappresentativa nelle loro forme storicamente determinate, una visione a-classista della società, la propensione al nazionalismo” sarà chiaro che proprio le strutture sovranazionali hanno interpretato queste mutazioni dall’alto.

Difatti tutte queste caratteristiche sono perfettamente compatibili con il sistema tecnocratico, che poggia le proprie basi su una legittimazione economica e non più sulla sovranità costituzionale e popolare. In questo modo il pilota automatico, gestito dai tecnocrati, ha prodotto uno svuotamento di significato della politica che non è più il luogo della formazione della decisione, ma che si riduce a sterile competizione sottoposta alle regole del marketing politico dove si annullano le componenti ideologiche e storiche per dettare un messaggio, seppur ideologicamente prefigurato in senso liberista, apparentemente neutro che si rivolge a un pubblico perlopiù indifferente ma ancora schierato, ingenuamente, tra destra e sinistra, categorie del tutto omogenee e compatibili con il sistema neo-liberale.

Così lo Stato nazionale è stato ridotto a protettorato e a passacarte delle multinazionali, le quali hanno i propri rappresentanti burocratici dentro le istituzioni sovranazionali e il manierismo politico si rivolge, proprio, direttamente al popolo, in una dimensione nella quale scompaiono la dialettica politica e gli interessi sociali che, in questo modo, sono nascosti e non rappresentati, con il conseguente smantellamento delle strutture democratiche (Parlamenti) e dei corpi intermedi (Partiti e Sindacati).

Il tutto per presentare come necessaria, inderogabile, una società proprio a-classista, nella quale solo l’individuo, continuamente sottoposto alla carneficina della competizione e immaginato come atomo slegato dalle condizioni socio-economiche, è degno di rappresentare bisogni politicamente rilevanti. Per di più questi bisogni sono artificiosamente esaltati dalle campagne di marketing, pubblicitarie, di propaganda le quali immaginano l’essere umano come uomo/impresa e lo inducono ad aderire sentimentalmente agli schemi della flessibilità lavorativa (il lavoro duraturo e stabile è definito privilegio parassitario) e della mobilità esistenziale.

Per rendere appetibile questo costrutto ideologico si fa richiamo a un vago e anti-storico nazionalismo europeo: l’Europa viene presentata come emblema di pace e di civiltà, e idealizzata a luogo sacrale, proprio utilizzando una retorica nazionalista. Di conseguenza le forze della destra protezionistica e quelle della nuova sinistra popolare sono costrette a richiamarsi alla mobilitazione del popolo, proprio per evidenziare la crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa che non permettono più la partecipazione delle masse alla struttura dello Stato e alla formazione della decisione politica.

Questo richiamo però è accompagnato dalla difesa delle Costituzioni nazionali o dalla immissione nel dibattito della questione costituzionale. Jean-Luc Mélenchon ha difatti proposto una nuova assemblea costituente, mentre in Italia si fa richiamo alla corretta applicazione della Costituzione del 1948 come orizzonte ideale per il recupero della sovranità.

Il problema del populismo va dunque rovesciato, dato che le élite hanno prodotto un sistema tecnocratico e populista e contemporaneamente stigmatizzano come populisti tutti quei movimenti che incentrano la propria azione sul recupero di sovranità popolare e nazionale, colpevolizzando le classi popolari, le quali iniziano a rifiutarsi di votare per il blocco politico che si autodefinisce “responsabile” e che ha gestito i processi di trasformazione della società in senso ordo-liberista attraverso il sistema delle riforme dettate dalla mano invisibile del mercato e che ha provocato squilibri sociali, disoccupazione, precarietà e diseguaglianze ormai divenute insopportabili. Così coloro i quali si dipingono come moderati si trasformano in estremisti nel monento in cui affidano esclusivamente al libero mercato e alla concorrenza la funzione di ordinare la società, con uno spirito assolutistico e totalitario.


IL RICATTO ANTIFASCISTA

L’ulteriore elemento ricattatorio nei confronti dei ceti deboli è rappresentato, oltre alla minaccia di paradossali crisi distruttive sul piano sociale nel momento in cui si procedesse a un mutamento di indirizzo politico, dall’avvento di un ipotetico ritorno al fascismo che sembra essere ormai alle porte. Il ricatto è eseguito ogni qual volta una forza della destra protezionistica ha una qualche possibilità di vincere le elezioni in un determinato Paese ed è direttamente proporzionale al richiamo contrario, quello del pericolo di un ritorno al socialismo reale o a un sistema di inefficienza e di statalismo burocratico ogni qual volta una forza della sinistra popolare aumenta i propri consensi, e quando essa denuncia l’impossibilità di difendere il lavoro e di sconfiggere le diseguaglianze sociali senza una adeguata politica dello Stato che dovrebbe tornare a dirigere i processi economici anche facendo ricorso alla spesa in deficit coperta dalla sovranità monetaria. Il ricatto del fascismo è ovviamente de-contestualizzato storicamente, dato che non esiste alcuna forza politica che si richiama al fascismo storico (i casi sono sporadici e ininfluenti) e quindi a un sistema nel quale lo Stato, attraverso l’uso della forza, silenzia il conflitto tra capitale e lavoro in una dimensione corporativa.

Al contrario le stesse destre protezionistiche si presentano come partiti anch’essi neo-liberali ma che, al contempo, limiterebbero la circolazione dei capitali per proteggere l’industria nazionale. Anche il FN appare oggi più inquadrabile in una forza realmente neo-gaullista, e si affacciò sulla scena politica francese proprio nel momento in cui, alle elezioni europee del 1984, la sinistra francese abbandonò il Programme Commun, per trasformarsi in quella sinistra mercatista e mondialista che oggi è parte integrante del blocco neo-liberale.

In questo modo il FN si iniziò ad accreditare anche tra i ceti bassi della popolazione francese, ma soprattutto iniziò a svilupparsi come partito non più legato a una piccola comunità nostalgica. Con questo non si vuole dire che il FN non avesse all’interno preoccupanti indirizzi xenofobi, ma che il ricatto fascista, dopo l’ulteriore svolta Repubblicana compiuta da Marine Le Pen e una volta che anche i guallisti si sono covertiti al culto liberista, opera come mero stratagemma, utilizzato per il mantenimento dello status quo e con cui le élite si auto-legittimano per raffigurarsi come unico campo politico degno di governare seppur in un continuo stato d’eccezione di fronte ai molteplici pericoli populisti, descritti come continui salti nel buio. L’emergenzialità è congeniale, oltretutto, alla presentazione di ulteriori riforme sempre incentrate sulla privatizzazione dello Stato e sulla mercificazione del lavoro.

In tutta Europa le politiche di austerità, le crescenti diseguaglianze hanno portato alla crescita della consapevolezza delle classi schiacciate dalla globalizzazione dei mercati e all’affermarsi di forze politiche che si pongono in contrasto radicale con l’impianto ordo-liberista di Bruxelles. In Francia, durante il primo turno delle elezioni presidenziali hanno avuto un risultato significativo sia uno schieramento, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che si richiama alla tradizione della sinistra popolare e sia la destra protezionistica di Marine Le Pen che ha conquistato l’accesso al ballottaggio. E proprio in Francia inzia a scricchiolare l’ordine neo-liberale dato che sembra meno pressante di un tempo il richiamo al pericolo fascista, diktat oppressivo e funzionale all’elezione di Macron, perfetto rappresentante delle élite finanziarie, ma che non sembra essere, al momento, in grado di riunire graniticamente quel che resta del Fronte Repubblicano.


IL CASO ITALIANO

Se in Europa inizia a trovarsi una corrispondenza tra blocco sociale schiacciato dal neo-liberismo e blocco politico che si rivolge alle classi sfruttate dallo stesso sistema, in Italia questo stesso blocco sociale che si è palesato con il Referendum Costituzionale e che conduce battaglie nei luoghi di lavoro (si pensi alla vertenza Alitalia ma anche alla battaglia dei tassisti contro le liberalizzazioni del mercato), non ha una rappresentanza politica. Se a destra i richiami alla sovranità monetaria e politica si riducono alla riproposizione di politiche neo-liberiste che guardano solo al mondo dell’impresa con scarsa capacità di diventare egemoni, la sinistra è proprio la parte politica che si rende più disponibile ad accettare i paradigmi ordo-liberisti che sono alla base della costruzione europea.

Quando si parla di sinistra non si fa riferimento al PD, che è partito centrale dello schieramento e che rappresenta il contenitore tendente alla stabilizzazione del sistema e che è responsabile, in via diretta, dello svuotamento della nostra Costituzione e della riduzione della sfera politica a mera competizione impolitica e che, insieme al M5S, si dota di strumenti realmente populistici (per esempio le primarie, ormai competizione che segue le regole dei talent show), bensì si vuole indicare tutto il variegato mondo che avrebbe l’ardire di collocarsi a sinistra del PD.

Ebbene questo schieramento è composto, per un verso, da una scissione, che in qualsiasi paese si considererebbe di destra, dallo stesso PD, effettuata da personaggi politici come D’Alema e Bersani, da sempre in prima linea nell’assecondare tutte le direttive dettate dalla tecnocrazia finanziaria, creatori, dagli anni 90, della linea rigorista in campo economico e ispiratori dei governi tecnici che si sono resi responsabili delle maggiori politiche di macelleria sociale e di distruzione dei principi sottostanti alla nostra Carta Costituzionale.

Ancora oggi questa parte politica rivendica, con orgoglio, le politiche di mercificazione e di precarizzazione nel mondo del lavoro, la svendita degli asset pubblici, le liberalizzazioni selvagge e addirittura la nascita del governo Monti, che contribuì a chiudere in maniera definitiva il sistema istituzionale italiano con la ricezione delle raccomandazioni neo-liberiste imposte dalla BCE e con l’instaurazione di una sorta di troika fatta in casa. Dall’altro lato è composta dalla cosiddetta sinistra radicale, che di radicale non ha nulla, la quale si è concentrata nella promozione dei diritti civili elevando il soggetto a unico elemento sociale e che ha rimosso la critica sociale. In questo modo, attraverso una sorta di anarchismo/libertario, ha contribuito alla definizione ordo-liberista dell’essere umano come imprenditore di se stesso, il quale deve assecondare i propri bisogni per raggiungere una liberazione meramente personale, sganciata dalle strutture collettive e dai bisogni reali connessi alle condizioni socio-economiche.

Questi due agglomerati hanno già delineato una futura alleanza elettorale, senza però che vi sia l’intendimento di rappresentare ciò che la sinistra popolare ha avuto il coraggio di affermare in Spagna e in Francia.

Al contrario i loro esponenti di spicco si sono affrettati nel dire che questa sarà una sinistra responsabile che dovrà essere forza di equilibrio del sistema politico. L’intendimento è proprio quello di deprimere e scoraggiare la nascita di una forza popolare che sappia porsi all’opposizione dell’odierno quadro istituzionale e che possa contrastare le prossime politiche di rigore che la UE continuerà a imporre e, soprattutto, che il dissenso, venga normalizzato o al massimo che continui ad essere canalizzato nel voto al M5S, il quale trasporta il malessere sociale sui canali impolitici della casta e dell’indignazione.

In più la classe dirigente di questa sinistra, contraddistinta da falsa coscienza, è atavicamente attratta da un ministerialismo che porta alla costruzione di cartelli elettorali funzionali esclusivamente alla sopravvivenza del loro management e al mantenimento del loro capitale. Non a caso essi si amano definire Ditta.







Fonte: risorgimento socialista







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10.5.17

Né da destra né da sinistra. Riflessioni dopo l’Eliseo di Mimmo Porcaro

1. Mezzi fascisti e falsi antifascisti

In Francia è andata come doveva andare, secondo i pronostici e soprattutto secondo la logica. La trappola dell’antifascismo in assenza di fascismo è scattata alla perfezione e, anche se non è stata questa la causa principale della vittoria di Macron, è comunque il caso di parlarne, non foss’altro per le castronerie che si sono udite, al proposito, anche da questa parte delle Alpi.

Va ricordato, prima di tutto, che l’europeismo padronale di cui Macron è al momento l’eroe riconosciuto, ha da tempo messo in atto con efficacia una precisa strategia di dissoluzione de iure e de facto delle Costituzioni antifasciste, lavoriste e semi-socialiste che vigevano prima della sublime invenzione della “governance multilivello” dell’Ue. Tale europeismo ha consapevolmente dissolto la sostanza e la forma della democrazia parlamentare sia togliendo potere ai parlamenti nazionali sia traslando questo potere ad organismi non-parlamentari posti scientemente “al riparo dal processo elettorale”. Ha usato ed usa volutamente, come efficace sostituto del terrore politico, la sottooccupazione, la spirale del debito, l’assalto speculativo in risposta alle decisioni politiche sgradite, in una parola il terrore economico. Che gli autori di questo coacervo di politiche antidemocratiche possano essere visti come antagonisti del fascismo è cosa che la dice lunga sulla presunta “cultura” dell’elettore “colto” che più di altri ha fatto proprio l’appello all’Union Sacrée: e non perché, come pure con qualche ragione si dice, questo “antifascismo” non potrà che aprire le porte al fascismo vero, ma piuttosto perché questo “antifascismo” è, oggi, il miglior sostituto funzionale del fascismo stesso, in quanto dissolve l’autonomia delle classi lavoratrici, pone lo stato sotto il comando del grande capitale, sottomette l’intera società ad una discipline ferrea, e lo fa ricorrendo non al manganello ma soprattutto a quella che Marx chiamava la “silenziosa coazione dei rapporti economici”. Che poi tanto silenziosa non è, dato il frastuono mediatico che sempre l’accompagna, ma senz’altro non è l’esercizio di una visibile violenza politica. Ed oltre ad imporre sotto il manto delle esigenze di mercato quegli interessi di classe che il fascismo impose sotto il manto del nazionalismo, l’”antifascismo” europeista (in particolare quello francese) esercita la stessa violenza imperialista del fascismo storico, gabellandola per missione umanitaria ed universalista. E’ proprio il caso di “far fronte” con gente del genere? E contro chi, poi?

E infatti: se questo è l’antifascismo, il fascismo dov’è? Semplicemente non c’è: potrebbe esserci domani o dopo, ma al momento non c’è, e riconoscere questa semplice verità non significa abbassare le armi, ma difendersi con maggior efficacia da un ricatto frontista che, altrimenti, sarebbe sempre vincente, giacché tutto è sempre meglio del fascismo. Il Front National, la Lega e partiti consimili non sono partiti fascisti perché ad essi per ora manca: 1) una milizia attiva, espressione di corpose dinamiche sociali (di tipo, per intenderci, “combattentistico”) strategicamente orientata alla distruzione delle organizzazioni dei lavoratori; 2) un deciso progetto di eversione delle strutture istituzionali e politiche della democrazia; 3) rapporti stretti e preferenziali con gli alti vertici degli apparati di stato in funzione del suddetto progetto e, soprattutto, 4) l’appoggio aperto della frazione dominante del capitale, ossia l’elemento che realmente diede il via libera a Mussolini e ad Hitler. E se domani un tale appoggio dovesse venire servirebbe probabilmente più a smussare il protezionismo dei “fascisti” che a limitare il globalismo dei padroni. Quanto sopra non vuole però legittimare l’idea, che pure ogni tanto viene sostenuta o accennata, che in fondo Le Pen e Salvini sono “un po’ di sinistra”, o comunque “più di sinistra” dei vari Renzi, D’Alema, Bersani e via elencando. Chi in un modo chi nell’altro, tutti sembriamo dimenticare o non aver mai compreso che cosa è veramente un partito o movimento di destra protezionista e autoritaria (abbia esso tratti pienamente fascisti o meno). Si tratta dell’organismo politico della frazione più debole del capitale, una frazione che ha come unica garanzia di sopravvivenza una più piena condivisione del potere di stato (e, in certi casi, il monopolio di quel potere) e che per raggiungere questo scopo è disposta a far proprie, strumentalmente, tutte le possibili parole d’ordine, anche perché deve assolutamente tentare di conquistare un numero rilevante di elettori popolari inserendo nel proprio programma provvedimenti di protezione del lavoro e della piccola impresa familiare. Per questo ha poco senso “spulciare” il programma di queste forze e soppesarne gli elementi di sinistra e quelli di destra. Bisogna piuttosto chiedersi quali interessi stanno dietro a queste forze (quale ne è la base sociale prima ancora della base di consenso di massa) e contro chi esse si scagliano. Se dietro queste forze c’è il capitale protezionista e se esse si scagliano genericamente contro le banche e gli speculatori, ma poi soprattutto contro una parte dei lavoratori, si tratta puramente e semplicemente di forze di destra. E qui bisogna sottolineare che la xenofobia che accomuna tutti i partiti di cui stiamo parlando non è semplicemente un odioso espediente per raccogliere con poca spesa il massimo consenso possibile. Essa viene piuttosto incontro alla specifica esigenza di una parte del capitale, che non è già quella di avere una nazione priva di immigrati (tutti sanno che questo non è possibile), ma piuttosto quella di avere una nazione piena di immigrati clandestini, e quindi più facilmente sfruttabili. Basterebbe solo questo a farci capire che la giusta indignazione contro i Macron non può annebbiarci la vista al punto di non vedere cosa sia la Le Pen (e Salvini) e di attribuire una qualche valenza latamente costituzionale e di sinistra a chi persegue come scopo primario la dualizzazione rigida del mercato del lavoro. E che in cambio non ci porta nemmeno una coerente posizione anti-euro.

2. Estetica delle alleanze

Insomma, i Macron e le Le Pen, e ciò che essi rappresentano, per noi pari sono: se proprio vogliamo semplificare, sono destra tecnocratica e destra populista. E se proprio dobbiamo stabilire una gerarchia possiamo tranquillamente dire che i primi, per la loro potenza di fuoco e la loro riconosciuta capacità di corrompere tutta la sinistra, sono al momento gli avversari più pericolosi. Il che non autorizza, ovviamente, ad appoggiare automaticamente il “meno peggio”, ma serve a ricordarci che le alleanze tattiche, le convergenze obiettive, le giuste e necessarie manovre che una degna forza politica popolare, se mai ci fosse, dovrebbe porre in essere (in particolare in una situazione di crisi) non possono essere bloccate fin dall’inizio da una serie di “mai con Tizio”, “mai con Caio”. Fare politica – è imbarazzante doverlo ricordare – significa anche fare alleanze oggi col diavolo, domani con l’acquasanta e dopodomani con entrambi. E dopodomani l’altro romperle tutte. Rifiutarsi di ammetterlo non è più, ormai, un atto di primitivismo politico dettato da una nobile posizione etica, giacché il primitivismo sarebbe comunque uno stadio evolutivo, ed una matura posizione eticapotrebbe comunque trovare il modo di risolvere la difficile mediazione con la politica. Qui siamo piuttosto di fronte a ben altro: poiché la massima parte della sinistra, sulle questioni essenziali, non è più capace di distinguersi veramente dal discorso dominante, alza la voce sulle questioni secondarie. Poiché non è più in grado di articolare una qualche pur pallida politica, riduce il tutto all’autoaffermazione narcisistica, dentro i flussi dei media, di sé e della propria pretesa differenza. La politica è così sostituita da una specie di selfie permanente e l’estetica (altro che l’etica!) domina su tutto: una miserevole estetica le cui forme sono, appunto, già formattate dall’industria della comunicazione. Per altro, e su questo chiudo, il rifiuto pseudo-etico delle alleanze con questo o con quello è soprattutto un atto ipocrita e imprudente. Ipocrita perché le convergenze spurie sono tutt’altro che rare, e soprattutto in parlamento. Imprudente perché a tutti può capitare di dover inevitabilmente accettare alleanze sgradite. Qualcuno ricorda cosa fece Tsipras per formare il suo primo governo? Qualcuno degli attuali pseudo-antifascisti ebbe qualcosa da eccepire? Giustamente no. Nessuno che abbia un minimo di buonsenso politico rimprovera a Tsipras di essersi alleato con la destra nazionalista per andare al governo. Piuttosto gli va rimproverato di essersi alleato con la destra globalista per restarci.

3. Dopo la destra tocca alla sinistra?

Passiamo al resto, ossia alle cose più importanti. Il risultato della lotta per l’Eliseo segna la fine del primo “ciclo” dell’antieuropeismo di destra. Prima l’Olanda, poi la Francia. In Germania l’Afd è messa in difficoltà dal finto duello tra Schulz e Merkel. In Italia, pur sfruttando al massimo la questione dei migranti e pur usando intelligentemente i social media, Salvini non sembra essere in grado di preparare sorprese, anche a seguito della sconfitta di Marine. A dispetto degli “antifascisti” di cui sopra, la risposta della destra a questa situazione molto probabilmente non sarà quella della radicalizzazione, ma quella della moderazione: in questo senso già giungono esplicite dichiarazioni dall’interno del Front National e si può presumere che la Lega metterà in riga le intemperanze antieuropeiste del suo leader (per la verità ultimamente assai meno accentuate) ed opterà per un accordo con Berlusconi su basi certamente diverse da quelle che precedentemente ipotizzate. Se tutto questo sia un astuto camuffamento o (cosa che mi pare più probabile) il segno della mancanza di autonomia strategica del piccolo capitale rispetto al grande, è cosa che dirà il tempo (che magari ci regalerà qualche riedizione in peius dell’alleanza Renzi-Berlusconi, glorioso compimento di decenni di battaglia frontista contro il fascismo di Mediaset).

Così come il tempo dirà il senso dell’altro fenomeno che si rafforza con le elezioni francesi, ossia la ripresa della sinistra “alternativa”. La cosa non è episodica, e designa ormai una tendenza . Prima di tutto Syriza sulle ceneri del Pasok. Poi Sanders, (l’evento in prospettiva più importante); poi la radicalizzazione di Corbyn e di Podemos, ed ora Mélenchon. Si tratta in buona misura di una tendenza che nasce by default, ossia a causa delle difficoltà dei democratici americani e del volatilizzarsi del partito socialista europeo in tutte o quasi le sue varianti. Se è vero che la rivoluzione mangia i propri figli, è forse altrettanto vero che la controrivoluzione mangia i propri padri: come Renzi ha mangiato D’Alema e Bersani così Macron ha mangiato Hollande e nessuno più sente il bisogno di coprire con una blanda retorica socialista la realtà di un neoliberismo che si racconta ormai facilmente da solo : individualismo, libertà, progresso, meritocrazia, competizione…. Ma siccome un generico spazio socialista esiste pur sempre nello scenario politico europeo, ed anzi viene ampliato dal persistere della crisi, ecco che esso viene fisiologicamente riempito da chi in questi anni si è presentato come “più di sinistra” dei vari PS. Al riguardo non è lecito farsi soverchie illusioni: nonostante le innovazioni organizzative (Syriza, Podemos) e comunicative (ancora Podemos e poi Mélenchon), sulle questioni essenziali le idee non sono affatto sufficientemente chiare, a dispetto dei relativi progressi rappresentati, appunto, da Mélenchon. L’esito delle vicende greche è davanti a tutti, ma nessuno sembra averne tratto fino in fondo la più seria lezione, e ancora ci si illude sulla possibilità di trasformare l’Europa. E’ pur vero, però, che la durezza delle contraddizioni in campo non rende così facile ripetere ad infinitum i mantra dell’europeismo critico e che – a differenza del passato – la possibilità di una rottura dell’Unione e dell’euro non è più vista come una iattura o come un peccato mortale. E soprattutto, se una sinistra radicale entrerà davvero in campo come sostituto di quella moderata, se quindi essa sarà costretta finalmente a scelte reali e non meramente ipotetiche, è probabile che si accentuino sia la tendenza Tsipras che la tendenza Mélenchon e che il loro scontro, in presenza di un’iniziativa politica da parte di quella (pochissima) sinistra che ha maggiormente compreso la posta in gioco, potrebbe produrre spostamenti interessanti. Che comunque non basteranno.

4. Centristi, centrali, eccentrici

A spingermi a dire che non basteranno è una riflessione sui motivi che rendono così difficile un’efficace espressione politica del grave malessere sociale europeo. C’entrano, certamente, fattori come la leggera ripresa dell’economia mondiale, la svalutazione dell’euro, la politica della Bce, il basso prezzo del petrolio. C’entra l’ormai leggendario “diportamento scaricabarilistico” (come l’avrebbe chiamato il Gadda) della governance europea, che è nata proprio per scaricare le responsabilità ora sui governi nazionali, ora sulla Commissione, poi sui ministri dell’economia, poi sul Consiglio d’Europa o su quello europeo, in modo che alla fine, “signora mia, qui non si sa più a chi dare la colpa”. Ma tutto ciò non può comunque nascondere le dure e crescenti contraddizioni dell’Unione: la polarizzazione tra economie nazionali e tra classi procede, e se la continua diminuzione dei redditi che ne consegue non si trasforma in protesta organizzata di massa ciò si deve forse non soltanto alla difficoltà, da parte degli elettori, di articolare con precisione la domanda politica, ma anche all’assenza un’offerta politica adeguata.

La domanda politica è inevitabilmente frammentata, proprio come effetto voluto delle politiche liberiste ed europeiste di questi decenni: chi è disposto a qualunque lavoro e chi vuole solo il lavoro creativo, chi vuole più sicurezza e chi più libertà, chi vuole protezione e chi autonomia, chi si vive come consumatore gratificato dal web e chi come produttore che dal web è “uberizzato”. Per ricomporre il mosaico sarebbe necessario un programma capace di rilanciare la piena occupazione e nel contempo la riduzione degli orari di lavoro, di riproporre il welfare e nel contempo di includervi realmente le figure diverse dal lavoratore stabile e garantito, di ricostruire la proprietà pubblica e attraverso questa di stabilire rapporti positivi con le PMI, di sanare la frammentazione del lavoro (fonte di debolezza politica e di inefficienza produttiva) promuovendo direttamente o incentivando la reinternalizzazione delle funzioni sia nell’apparato di stato che nel settore privato. Un programma e una cultura capaci di promuovere le libertà individuali e nel contempo di tutelare le forme comunitarie liberamente scelte, di valorizzare senza paura la funzione unificante dell’appartenenza nazionale (in quanto appartenenza ad una comunità politica fondata sui diritti dei lavoratori) e nel contempo di promuovere rapporti paritari con le altre nazioni. Né la destra estrema né la sinistra radicale sono attualmente in grado di proporre un programma del genere. In entrambi i casi la ristrettezza della base sociale (il piccolo imprenditore da un lato, il lavoratore garantito e/o qualificato dall’altro) ostacola l’espansione verso altre classi. Certo, la sinistra potrebbe avere nel proprio arsenale la memoria politica e le risorse teoriche necessarie per attuare un’operazione del genere, ma anche ammesso che, superando la cultura radical e neoanarchica che la contraddistingue, riuscisse a ricordarsene, si troverebbe di fronte al muro che anni di liberismo da un lato e di libertarismo spiccio dall’altro hanno alzato tra la sinistra (in tutte le sue espressioni) e i cittadini più colpiti dalla crisi. Insomma, né la destra né la sinistra sembrano oggi in grado di riuscire nell’invasione del territorio elettorale altrui, ossia nell’unica operazione che consentirebbe di costruire la larga maggioranza popolare necessaria a gestire il complesso passaggio sociale e geopolitico che incombe su tutti. Se all’epoca del bipolarismo l’essenziale era mantenere i voti propri e conquistare quelli del centro “moderato”, oggi, e soprattutto per noi, l’essenziale è conquistare i voti popolari che gravitano verso il polo opposto. E superare in tal modo l’artificiosa divisione dei lavoratori tra una destra ed una sinistra entrambe capitaliste. Può sembrare una posizione centrista: in realtà è una posizione eccentrica rispetto a tutto ciò che la sinistra ha lambiccato dalla “presa di Mosca” da parte del capitale ad oggi. Ed aspira a divenire una posizione centrale negli equilibri politici delle nazioni europee.

5. Figlie del ’17 (quello vero)

Proprio perché il disagio sociale europeo è assai vasto ed attraversa ceti popolari molto diversi tra loro, una simile operazione può essere condotta in porto soltanto da una forza che, in ogni singola nazione, si richiami essenzialmente, prima che alla sinistra o alla destra, allo spirito delle Costituzioni, al loro carattere lavorista, alla sicurezza sociale che esse hanno negli anni cercato di tutelare. Non si tratta affatto di rinunciare ai valori della sinistra. Anzi, è assolutamente necessario che nascano ovunque una o più forze radicalmente socialiste: ma tali forze devono poi trasformarsi in qualcosa che le trascenda, oppure dar vita ad una coalizione costituzionale che in ogni caso faccia appello non alle pregresse appartenenze ma ai migliori e più diffusi valori civili e sociali. So che molti rivoluzionari storceranno il naso: eppure se c’è un lascito duraturo dell’Ottobre, se l’onda lunga del movimento proletario del novecento ha lasciato un segno reale nella storia europea, questo è proprio l’insieme del pensiero sociale costituzionale e della prassi conseguente. E se è vero che sia le Costituzioni che il welfare che ne è scaturito sono stati usati per cooptare il movimento operaio e le sue organizzazioni nello stato capitalistico, è altrettanto vero che alla prima occasione quello stato ha dismesso il welfare ed ha stracciato le Costituzioni, cosicché oggi un ritorno al passato è possibile soltanto costruendo rapporti sociali nuovi, nuovi anche rispetto a quelli che hanno sostenuto il precedente compromesso “fordista”: ossia rapporti tendenzialmente socialisti. La Costituzione, in quanto formalizzazione dei diritti dei cittadini come lavoratori, è il punto in cui si raggiunge il mix ottimale tra il massimo di radicalismo ed il massimo di consenso possibile, ed una forza costituzionale è l’unica in grado di raccogliere consensi ovunque. In fondo, nonostante la sua polemica contro il presidenzialismo della Costituzione francese, è stato proprio lo spirito nazional-costituzionale a costituire la base del successo di Mélenchon. I comizi di Mélenchon ve li potete vedere sul web: un tripudio di tricolori. Ve la vedete la sinistra radicale italiana a sventolare il tricolore? Io no.

6. La questione concreta


L’ora della sinistra alternativa (forse l’ora dell’inizio di un ciclo che potrebbe concludersi con la sua definitiva scomparsa o con la sua rilegittimazione storica) è scoccata in gran parte d’Europa, ma non in Italia. E non solo per i paurosi limiti della nostra gauche. Il fatto è che qui da noi lo spazio della forza costituzionale che potrebbe convogliare al meglio le residue energie della gauche è momentaneamente (ma saldamente) presidiato da una forza politica che, però, non sa o non può svolgere veramente questo ruolo: il M5S. Il M5S sta al posto giusto, ma non nel modo giusto. Questa collocazione ne fa il punto archimedico della situazione politica italiana, molto più di quanto non lo siano il PD, il centrodestra la Lega: il futuro di questo paese è in mano al M5S oppure a chi lo sconfigge, a chi lo fa evolvere, a chi ne raccoglie, eventualmente, gli aspetti e le forze migliori. Chiunque, partendo da una posizione di sinistra classista, cerchi di costruire un credibile progetto di rottura dell’Ue e di nuova cooperazione internazionale in funzione di un diverso modello economico-sociale, non può assolutamente evitare di chiarire la propria posizione rispetto al M5S ed alla prossima (quanto prossima?) scadenza elettorale. Scadenza che, mentre si addensano conflitti sociali che per fortuna qualcuno organizza e tenta di indirizzare nel verso giusto (Alitalia, ma non solo), rappresenterà in ogni caso l’epicentro dello scontro politico italiano. Ci sarà modo di riparlarne.


Fonte: socialismo2017.it

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