ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

26.12.17

"Lista del popolo": l'annata buona degli autogol di Leonardo Mazzei

Con la solita maniera pretesca di parlare del peccato ma non del peccatore, il sito Megachip affida una risposta alle ragioni della Confederazione per la Liberazione Nazionale (Cln) al giornalista Glauco Benigni. Ovviamente questo metodo non è casuale, visto che esso consente di dilungarsi in lungo e largo senza mai entrare veramente nel merito delle tesi che si vorrebbero contestare. Tuttavia, pur preferendo parlare di «un vasto arcipelago di gruppi», l'articolista non riesce a nascondere come il vero bersaglio sia la Cln, e più precisamente le motivazioni che ci hanno portato a dissociarci apertamente dal percorso della "Lista del popolo"(Ldp).

Noi, in ogni caso, non seguiremo questo metodo, ed andremo invece subito al dunque.
E qual è il "dunque"? E' che si cerca in tutti i modi di parlar d'altro, pur di far scivolare in secondo piano la necessità di liberarsi dalla gabbia dell'Unione europea e dell'euro.

Naturalmente, quelle del Benigni non sono posizioni personali. Esse cercano invece di dare una qualche dignità al nyet di Giulietto Chiesa ad ogni messa in discussione dell'appartenenza dell'Italia tanto all'UE quanto all'Eurozona. Un nyet certo non smentito dai leggendari balbettii politici di Antonio Ingroia, ed invece senza dubbio benedetto dal terzo padrone della "Lista del Popolo": quell'Alberto Micalizzi inopinatamente assurto al ruolo di grande consigliere economico della lista.

Ma veniamo a quel che scrive il Benigni. La sua tesi è che, siccome il sovranismo ha da costruirsi come "grande mosaico", bisogna lasciar da parte la questione europea per occuparsi di (cito alla rinfusa) Google e Ryanair, dell'e-commerce e della Nato, delle agenzie di rating e del controllo della finanza.

Questo modo di procedere si chiama "prendersi per i fondelli", ma siccome affinché il giochino riesca bisogna essere in due, temo per il Benigni che il suo tentativo sia destinato al più mesto dei fallimenti.

Ora, quale sovranista costituzionale (quali noi siamo) non si occuperebbe di questi temi? Chi di noi sottovaluta la settantennale lesione alla sovranità nazionale rappresentata dall'appartenenza alla Nato? Chi non avverte il peso dei giganti del web e del commercio elettronico? Chi non sa per quali interessi giochino le agenzie di rating? Ma per favore...

Il problema è evidentemente un altro, ed è che siamo in Europa. E qui dove siamo è perfettamente inutile parlare del dominio della finanza, con annessi e connessi, se non si comprende, si denuncia e si opera per liberarsi da quella gabbia che è stata concepita proprio per essere il regno della finanza e del mercato, cioè della progressiva lesione di ogni diritto dei popoli. Questa gabbia è l'UE, e l'euro è il suo principale strumento di distruzione di quanto conquistato in decenni di lotte.

Tuttavia, noi della Cln, non siamo fissati con l'euro. Ed infatti abbiamo sempre detto e scritto che uscire dalla moneta unica è solo una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per uscire dalla crisi e dallo stato di colonia in cui sta progressivamente precipitando il nostro Paese. Ci vanno perciò bene tutti gli altri obiettivi indicati dal Benigni. Ma essi sono perseguibili restando nella gabbia eurocratica? Suvvia, cerchiamo di essere seri.

In ogni caso, noi - lo ribadiamo per l'ennesima volta - non abbiamo proposto ad Ldp il nostro programma. Abbiamo invece proposto di cancellare almeno l'impronta altreurista emersa nella seconda stesura del programma della lista. Ad esempio abbiamo proposto di togliere di mezzo passaggi demenziali come questo:
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza».

La tesi secondo cui gli stati nazionali - in quanto troppo "piccoli" - non possano avere alcun ruolo nel mondo attuale è il primo ed il principale argomento di tutti i fautori della globalizzazione. Che esso venga ripreso come nulla fosse da una lista che per altri versi si definisce sovranista è una cosa che si commenta da sola, parlandoci più che altro della solidità di questo tentativo e della serietà dei suoi promotori (a questo punto dovremmo dire, padroni).

Costoro hanno tuttavia le loro convinzioni. Scrive infatti il Chiesa che non si deve ritornare agli Stati nazionali, che «l‘Italia sarebbe comunque destinata a sparire dal contesto delle forze che possono influire sui destini mondiali». Bene, cioè malissimo. Le opinioni ovviamente le rispettiamo, ma che c'azzecca questo eloquio "politically correct" con il sovranismo costituzionale?

Ovviamente nulla. Non ci interessa qui ragionare sul perché di questa mega contraddizione interna alla "Lista del popolo". Possono esserci tante ragioni, ma forse la più ovvia è anche la più vera: si tratta probabilmente di mera imperizia politica.

I due promotori sono evidentemente convinti di poter sfondare grazie alla loro immagine pubblica. Il programma, le parole d'ordine, il profilo politico della lista, tutto ciò è visto come un orpello secondario, se non addirittura come una possibile zavorra che potrebbe far perdere consensi. Da qui la scelta altreurista - siamo contro questa Ue, ma ne vogliamo subito un'altra; l'euro ha creato problemi, ma non dobbiamo uscirne; i Trattati fanno schifo, ma ne vogliamo di nuovi. Tutto ciò per non prendere atto dell'assoluta, totale ed immodificabile irriformabilità dell'Ue e della sua moneta. Insomma, "Lista del popolo" come tante altre liste: tutte critiche, ma nessuna coerente in materia europea.

Chiarito che questo è il nodo politico, e dunque la ragione della rottura della Cln con Ldp, resta però un altro fatto. Ci è toccato infatti sentir dire che quello dell'euro sarebbe un argomento divisivo, che una parte degli italiani non ne vuol sentir parlare. Ovvio che sia così. E allora? C'è una parte e ce n'è un altra - quella che nessuno rappresenta e che di certo non rappresenterà Ldp - quella di chi è a favore dell'uscita dalla gabbia europea.

Secondo diversi sondaggi (leggi ad esempio QUI, QUI e QUI) questa parte va da un terzo alla metà degli italiani. E - cosa ancora più interessante - è in costante crescita.

Ma che ci dice a tal proposito il Benigni? Egli ci dice che i due temi UE ed euro sono pericolosi perché, testuale: «probabilmente dividono l'Italia al 50%». Il 50%, avete capito bene. Il 50%!!! Percentuale evidentemente rischiosa da rappresentare per Ldp che notoriamente punta sul 60-65% dei consensi...

Ora qui davvero non si sa se ridere o se piangere. I due promotori ragionano infatti come il politicantume da talk show: quanti voti mi fa perdere la tal frase, quanti me ne fa guadagnare, forse è meglio se sto zitto e non scontento nessuno.

A parte il fatto che un simile modo di ragionare ci ripugna, ma chi credono d'essere costoro, i capi di un partito che essendo ad un passo dalla vittoria sentono di dover rassicurare prima ancora che convincere? In tutta sincerità non possiamo pensare ad un simile grado di megalomania. Resta tuttavia il fatto che chi vorrà uscire dalla palude dello zerovirgola dovrà almeno lanciare un messaggio forte. Quel messaggio che in Ldp non c'è, ma - peggio, vedi l'articolo del Benigni come le affermazioni del Chiesa - si teorizza pure che non dovrà esserci.

Insomma, un autentico autogol politico quello di Ldp. Certo, molto meno importante di quello messo a segno dal Pd di Renzi con la legge elettorale a firma Rosato, ma pur sempre pittoresco assai. Si vede che per certe cose è l'annata buona.

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23.12.17

LA C.L.N., LE ELEZIONI E LA LISTA DEL POPOLO

Il Coordinamento nazionale della C.L.N., riunitosi venerdì 22 dicembre 2017, ha approvato la seguente risoluzione:

(1)  Data la scadenza della legislatura prevista per la primavera del 2018, nel giugno scorso, la Confederazione adottò l’idea della costruzione di una lista elettorale del sovranismo costituzionale. Allo scopo veniva dunque lanciato nel luglio successivo l’appello ITALIA RIBELLE E SOVRANA, e contestualmente sollecitati i gruppi e gli amici del campo sovranista. La verifica delle adesioni alla proposta dava esito negativo.

(2)  Il 16 novembre Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia svolgevano con successo una conferenza stampa annunciando la cosiddetta “mossa del cavallo”, ovvero lanciavano la proposta di una Lista del Popolo (LdP).

(3)  Visti i contenuti ampiamente condivisibili della Piattaforma della LdP che Chiesa e Ingroia presentarono in quella conferenza —una rottura decisa della gabbia eurocratica e la contestuale riconquista della sovranità popolare e dunque nazionale—, veniva avviato, tra la Confederazione e i due amici, un dialogo allo scopo di verificare l’eventuale unione delle forze.

(4)  Nel frattempo sul sito della LdP appariva una seconda versione della Piattaforma elettorale che non solo diluiva i contenuti sovranisti ma di fatto configurava un profilo altreuropeista della lista.

(5)  Alla segnalazione del nostro dissenso, accompagnato da ragionevoli proposte scritte, ci veniva risposto che la Piattaforma era modificabile e migliorabile.

(6)  Abbiamo dunque partecipato all’Assemblea costituente della LdP del 16 dicembre (Centro Congressi Frentani) nella speranza che fosse la sede deputata per migliorare la Piattaforma —dandogli quindi un profilo patriottico e democratico che solo avrebbe potuto segnare la vera novità davanti ai cittadini sommersi da partiti e liste diversamente europeisti.

(7)  In barba alle nostre aspettative, e nonostante numerosi interventi abbiano segnalato con noi la necessità di dare alla Piattaforma contenuti sovranisti, la risposta di Chiesa e Ingroia è stata sorprendente quanto drastica: “La Piattaforma non è negoziabile e chi non è d’accordo prenda un’altra strada”.

(8)  Non senza amarezza prendiamo dunque atto che l’auspicata unione di forze in LdP, per quanto ci riguarda, non è fattibile.

(9)  Continueremo, sempre con spirito unitario e saldi sui nostri principi, la battaglia per una rivoluzione democratica che consegni all’Italia, nel rispetto dell’indipendenza di ogni popolo, quella piena sovranità nazionale che è la condizione necessaria per attuare la Costituzione del ’48, ovvero una società fondata sulla libertà, il lavoro e un’effettiva giustizia sociale.

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20.12.17

"POTERE AL POPOLO"... QUALE POPOLO? di Moreno Pasquinelli

Sabato scorso, mentre alcuni di noi erano a Roma al centro Congressi Frentani all'incontro nazionale per la "Lista del Popolo" promosso da Giulietto Chiesa e Ingroia, si svolgeva, non distante, l'assemblea della sinistra-radicale-radicale. Obbiettivo: scendere in campo in vista delle elezioni con una lista che si chiamerà Potere al Popolo.

Un'assemblea che contrariamente a quella di Ingroia e Chiesa ha avuto un indubbio successo. Ampia la partecipazione (teatro stracolmo), grande entusiasmo, grazie anzitutto alla forte presenza giovanile. La vera "mossa del cavallo", quella dei napoletani di Je So' Pazzo, ha sortito dunque l'effetto sperato, quello di galvanizzare e raggruppare i cascami della sinistra antagonista che considera il Pd un nemico e che rifiuta di andare a rimorchio del nuovo partito dalemiano-vendoliano di Liberi e Uguali. Che questo successo preceda quello elettorale (superare la soglia di sbarramento del 3% per mandare in Parlamento una decina di deputati) ne dubitiamo.

A scanso di equivoci voglio fare i miei auguri a questo "esercito di sognatori": nel desolante panorama politico italiano, nell'assenza oramai quasi certa di una lista del sovranismo costituzionale, meglio un Parlamento con una loro pattuglia che senza.

Allora, mi chiederete: "sei forse per votare Potere al Popolo?". No, a meno di fatti nuovi, non li voterò. Il principio tattico di sostenere il "male minore" vale se questo "male minore", essendo una forza di massa, serve almeno a sventare la vittoria del nemico e la stabilizzazione del suo regime. Con ogni evidenza, dato che parliamo di una esigua minoranza politica, non è questo il caso. In questi contesti vale semmai, se non il principio del "bene maggiore", quello del "bene minore", e Potere al Popolo non lo è, e non lo è per alcune sostanziali ragioni.

Alcune di queste ho già provato a spiegarle giorni addietro decifrando la visione sociale e politica dei napoletani di Je So' Pazzo. Il manifesto di Potere al Popolo, per quanto concordato con i diversi moribondi della sinistra radicale saliti sul carro partenopeo, mentre conferma i ragazzi napoletani come i veri artefici dell'impresa, giustifica quanto ho già scritto.

Aggiungo alcune brevi e schematiche considerazioni.

C'è un passaggio del Manifesto ove i promotori la dicono tutta:

«Un movimento (...) che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi».

Come si vede i morti continuano ad allungare le mani sui vivi. Qui, al netto della sequela dei sostantivi, si resta ancora dentro la prigione simbolica e identitaria della sinistra che fu. Il "popolo" a cui ci si rivolge non è quello realmente esistente, quello prodotto da quarant'anni di neoliberismo e da dieci anni di dura austerità (e le cui meschinità attuali son pari alla sua potenza eversiva), resta quello immaginario di piccole minoranze radicalizzate. Non c'è niente da fare, non si vuole prendere atto che il divorzio tra le sinistre vecchie e nuove ed il popolo è oramai consumato, irreversibile. Così i toni "populisti" finiscono per risultare una maschera che non riesce a camuffare l'ennesimo tentativo di resuscitare il cadavere della sinistra. La novità, se di novità si tratta, è la cifra movimentistica e sindacalistica dell'impresa. Un bertinottismo senza Bertinotti —che la lezione del populismo pare invece l'abbia appresa. L'ostinazione con cui si immagina vincente il proporsi come quelli "veracemente di sinistra" ci consegna un populismo cosmetico, anzi, un populismo senza popolo che non va quindi da nessuna parte.

Il "popolo" che questi compagni hanno in mente non ha infatti né anima né sostanza. Se non è un'astrazione metafisica è la risulta del melting pot fallito venuto fuori dalla globalizzazione (prima "parolina" assente nel Manifesto?) Rimosso infatti con disprezzo scaramantico il concetto di Stato-Nazione, il demos che ne viene fuori, ove non sia un luogo di fantasia, è l'inferno della multietnicità post-nazionale, quindi imperiale. Cancellati quindi i principi della cittadinanza (seconda "parolina" mancante) e quello della sovranità (terza "parolina" censurata).

Un popolo che non sia dentro un demos, che non senta la nazione come sua, quindi come patria propria, è un popolo senza identità storica; non cittadini bensì moltitudine (negriana) di sudditi, una plebe destinata a vivere soggiogata ed alla quale si lascia ogni tanto la facoltà di ribellarsi, mai però quella di esercitare il potere.

Che la nostra società ed il nostro popolo si siano definitivamente americanizzati? Che la "società civile" —che il liberismo ha portato al grado più estremo di atomizzazione— sia tutto e il Politico nulla? Se questo fosse vero avrebbero ragione loro, i ragazzi partenopei; non resterebbe che rassegnarsi a costruire qua e là nicchiette multietniche di solidarietà mutualistica, che solo un certo revival social-utopistico può immaginare come immuni dalla pervasività tossica del mercato capitalistico.

Sì, noi siamo molto distanti da questa visione. Noi riteniamo che a maggior ragione davanti ad un popolo spappolato dalla globalizzazione neoliberista, il Politico abbia primazia assoluta, e che solo attraverso la leva politica si possa riconsegnare al popolo italiano, voce, identità, coraggio, missione storica, potenza. Ove Potere è potere statuale nel demos costituito dalla nazione o semplicemente non è.

L'ondata populista che sta travolgendo l'Occidente e le sue élite cleptomani e oligarchiche pare non aver insegnato niente ai promotori di Potere al Popolo. A noi ci indicano che serve costruire direzione politica, ovvero un Partito politico, democratico, patriottico e socialista. Una forza che organizzi chi sta sotto contro chi sta sopra, seguendo una strategia che faccia del popolo lavoratore la forza motrice del processo di liberazione nazionale dal giogo dell'Unione europea e del capitalismo casinò; perno di un'alleanza ampia che sventi la minaccia di una svolta reazionaria e che guidi, dentro lo stato d'emergenza in cui ci stiamo ficcando, il passaggio attraverso la porta stretta della rivoluzione democratica.

Ed ecco che siamo giunti al nodo centrale della questione, quello che la sinistra sinistrata non vuole vedere, quello di un Paese già incatenato da tempo immemore al ceppo della Chiesa cattolica, poi da settant'anni a quello della NATO ed infine inchiodato alla croce euro-tedesca. Il nodo gordiano dell'indipendenza nazionale che può essere sciolto solo con la spada della decisione politica sovrana, e che invece i nostri si sognano di risolvere irenicamente affidandosi non al popolo italiano, in cui non credono e che al fondo disdegnano, bensì al fantasma angelico dei "popoli" europei. Ci mancava solo l'Altra Europa con Tsipras reloaded.

Come ebbe a dire Ciro Menotti, martire della Repubblica Romana, prima di salire sul patibolo invocato dai preti e allestito dalla soldataglia francese: "Italiani ricordatelo, non dovete fidarvi che di voi stessi".




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15.12.17

NOI E LA LISTA DEL POPOLO

Chi ci segue sa che sin dalla primavera scorsa indicammo l’urgenza di utilizzare le previste elezioni del 2018 affinché i cittadini trovassero sulla scheda una lista unitaria del sovranismo costituzionale. 
A questo scopo lanciammo in estate l’Appello “Per un’Italia ribelle e sovrana”. 
Il tentativo non andò in porto, anche a causa dell’indifferenza del campo sovranista. 
A metà novembre Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa annunciarono la decisione di presentare la Lista del Popolo. 
Come Confederazione, malgrado l’enorme ritardo sui tempi, considerato un accordo di massima sui contenuti ed il profilo della lista, segnalammo subito ai promotori la nostra disponibilità all’avventura. 
Disponibilità che confermiamo, a patto : (1) di essere più chiari e netti sul profilo sovranista e antiglobalista della piattaforma elettorale; (2) che la discesa in campo elettorale sia funzionale al dopo-elezioni, quindi alla costruzione di un polo d’opposizione; (3) che la lista riesca ad essere presente in almeno due terzi dell’elettorato.

Partecipiamo dunque con spirito costruttivo e unitario all’assemblea del 16 dicembre, nella speranza che questa possa, oltre a rendere più incisiva la piattaforma, dare la spinta di cui c’è bisogno per svolgere a stretto giro il più vasto numero di assemblee territoriali, da cui dipende il successo dell’impresa.

* * *

LETTERA APERTA AD ANTONIO INGROIA E GIULIETTO CHIESA 
ed ai sostenitori della Lista del Popolo

Cari amici, 

come sapete, la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) ha apprezzato la proposta di "Lista del Popolo", decidendo di partecipare al percorso che dovrà definire il programma, costruire un minimo di organizzazione, decidere le candidature e la gestione comune della campagna elettorale.

Lo abbiamo fatto perché convinti dell'esigenza di portare sulla scheda elettorale le ragioni del sovranismo costituzionale, passaggio a nostro avviso utile per cominciare ad unire tutti i soggetti che possono confluire in una forza popolare e patriottica, in grado di muovere i primi passi verso un percorso di liberazione nazionale.

Lo abbiamo fatto anche perché abbiamo trovato nella prima versione del programma ampi motivi di condivisione, pur ravvisando la necessità di alcune modifiche e precisazioni.

Purtroppo, nella seconda versione del programma, quella ora pubblicata sul sito della lista, ci sono cambiamenti che ne diluiscono il profilo sovranista, ciò che pregiudica l’auspicabile successo elettorale. Più il cittadino ci percepisce simili ai nostri concorrenti meno consensi otterremo. Ciò vale oggi a maggior ragione visto l’abbandono da parte di M5S e la Lega salviniana del discorso no-euro.

Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull'Unione Europea che tende a confondersi con l’ "altreuropeismo" (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell'economia.

Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d'allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla. Se, giustamente, siamo per uscire dalla NATO perché lesiva della sovranità nazionale e popolare, non si capisce il perché non si debba indicare la necessità della rottura con la gabbia europea ed il suo principale strumento coercitivo: l'euro. Così come non si capisce, se davvero siamo contro il marasma neoliberista, la rinuncia al programma di nazionalizzazioni, senza il quale l'obiettivo di riassegnare allo Stato un ruolo centrale nell'economia del Paese non si regge in piedi.

E' sulla base di queste nostre convinzioni che vi proponiamo, tornando in buona sostanza al programma originario, le seguenti modifiche alla seconda versione pubblicata sul sito:

1. Modifica della prima parte del punto 6 come segue: «Noi ci batteremo in tutte le sedi per ripristinare la sovranità nazionale. Con due immediate conseguenze: a) La fuoriuscita dall'attuale gabbia europea, per sua natura irriformabile — come dimostrato dalle vicende di questi anni (Grecia in primis) — a partire dall’immediata rinegoziazione e, se impraticabile, dal recesso unilaterale da tutti gli accordi europei».

2. Cancellazione integrale dell'attuale punto 7 o, in alternativa, sua profonda riscrittura che eviti ogni malinteso.

3. Sostituzione del punto 11, tornando alla versione iniziale, in particolare per quanto concerne le nazionalizzazioni.

4. Al punto 18, sulla salute, aggiungere l’abrogazione della Legge Lorenzin.

5. Un deciso rafforzamento del punto 20 sull’ambiente segnalando la minaccia che quest’economia rappresenta per l’ecosistema quindi l’urgenza di cambiare a fondo modelli produttivi, distributivi e di consumo.

Cari amici, 

quello che vi chiediamo è un chiaro e forte patto politico in vista del dopo-elezioni. Non possiamo dare l’impressione che la nostra impresa si esaurisca nelle urne. Se vi saranno le condizioni, ed in primo luogo le forze, per un'adeguata presentazione - noi riteniamo che essa abbia senso solo se saremo in grado di coprire almeno i due terzi dell'elettorato, con comitati regionali adeguati allo sforzo richiesto dalla campagna elettorale — dobbiamo impegnarci, dato che la battaglia decisiva è davanti a noi — a, a dare continuità alla «Lista del Popolo» anche dopo il voto, nella prospettiva, da voi stessi evocata, e che noi pienamente condividiamo, di dare vita ad un Comitato di Liberazione e di salvezza Nazionale.

Confidiamo in una vostra positiva risposta sulle questioni poste, che è per noi condizione imprescindibile per il proseguimento del lavoro in comune.

ROMA, 14 dicembre 2017

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12.12.17

LE ELEZIONI E LA QUESTIONE DELL'EURO

Alle porte di importanti elezioni il rischio è che la questione delle questioni, ovvero l'euro e la gabbia dell'Unione europea, venga fatta sparire dal dibattito pubblico, trasformando la contesa politica in un chiacchiericcio tra europeisti e diversamente europeisti.
Ma gli italiani vogliono tenersi l'euro o sbarazzarsene? Quanti sono i cittadini che vorrebbero uscire dall'Unione europea? E a quali aree politiche appartengono?
Stiamo ai sondaggi più seri.
Ce ne fu uno elaborato da Alessandro Amadori, Università Cattolica e vice-presidente di Istituto Piepoli e datato 2016, il quale diceva che in un eventuale referendum in stile Brexit, il 40% degli italiani avrebbe votato per l'Italexit.
L'ultimo sondaggio autorevole è quello elaborato nel febbraio scorso da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, che pubblichiamo qui sotto.
Ebbene, solo il 38 % ha ancora fiducia nell'Unione europea mentre il 36% sostiene che l'uscita dall'euro sarebbe un vantaggio.
Visto che sia la Lega salviniana che i Cinque Stelle han deciso di derubricare la rottura della Ue, sorge la domanda: chi, in vista delle elezioni, darà voce a più di un terzo di italiani eurocritici?



Italiani e Ue, amore in crisi
di Nando Pagnoncelli

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«Cade la fiducia nell’Unione Europea ma prevale ancora il sì all’euro. L’«exit» vince tra chi vota centrodestra e Cinque Stelle.

Il rapporto con l’Europa sta diventando uno dei principali argomenti del dibattito politico. È un tema molto cavalcato per accrescere il consenso nell’elettorato, facendo leva sul progressivo calo di popolarità dell’Unione tra i cittadini.

Oggi, infatti, la maggioranza assoluta (59%) dichiara di non avere fiducia nell’Ue mentre solamente un italiano su tre (36%) manifesta un’opinione positiva. Dal 2008 l’indice di fiducia si è dimezzato, passando da 75 a 38. Analizzando la serie storica dei dati si osservano due momenti in cui il calo è risultato particolarmente brusco: nel 2002, dopo l’introduzione della moneta unica e la disillusione rispetto all’attesa di un miglioramento delle condizioni di vita, e nel 2012, dopo la prima crisi greca e l’affermarsi di un’Europa considerata poco indulgente nei confronti degli stati membri in difficoltà.

La fiducia prevale soprattutto tra gli elettori del Pd (77%) mentre gli atteggiamenti negativi sono largamente diffusi tra quelli di Forza Italia (77%), del M5S (75%) e, soprattutto, della Lega (89%).

Il clima mutato
Nel volgere di tre lustri l’opinione pubblica è passata dall’entusiasmo allo scetticismo per l’Europa. Prima si guardava ad essa come fattore di modernizzazione dell’Italia e la fiducia elevata rappresentava spesso un riflesso della sfiducia per la politica e le istituzioni italiane. Negli ultimi tempi le opinioni si sono rovesciate: laddove il vincolo esterno era considerato un’opportunità di cambiamento per il nostro Paese oggi è vissuto come un limite, un freno alla crescita imposto da un’Europa considerata arcigna, tecnocratica e sempre più distante dalla vita dei cittadini e dai loro bisogni.

I più recenti dati dell’Eurobarometro offrono molti spunti di riflessione sulle cause dell’appannamento dell’immagine dell’Europa, a partire dal senso di esclusione dei cittadini: solo il 21% degli italiani ritiene che la propria voce sia ascoltata in Europa, collocando l’Italia al 25° posto tra i 29 paesi in cui viene realizzata l’indagine.

La netta sfiducia manifestata dagli italiani non significa tuttavia la volontà di uscita dall’Unione Europea o l’abbandono dell’euro: infatti un cittadino su due (49%) considera l’ipotesi di «Italexit» uno svantaggio, mentre il 36% si mostra non particolarmente preoccupato, anzi, intravede possibili vantaggi.

Nonostante l’articolo 75 della nostra Costituzione precluda la possibilità di indire un referendum per abrogare leggi di ratifica di trattati internazionali, nel sondaggio odierno abbiamo voluto verificare gli orientamenti di voto nel caso di una consultazione sulla moneta unica e la nostra permanenza nell’Unione.

In entrambi i casi prevale il mantenimento dello status quo: il 41% voterebbe per conservare l’euro (mentre il 33% vorrebbe tornare alla lira) e il 49% opterebbe per restare nell’Ue (contro il 25% che preferirebbe uscire).

Gli orientamenti
Le opinioni sono fortemente influenzate dall’orientamento politico: infatti solo gli elettori del Pd e i centristi si mostrano eurofili, mentre a favore dello «strappo» risultano in misura molto netta i leghisti e i pentastellati e in misura più contenuta gli elettori di Forza Italia.

Ciò spiega il crescente innalzamento dei toni contro i leader e le istituzioni europee da parte degli esponenti dei partiti di opposizione, alcuni dei quali sono stati definiti «sovranisti»: attaccare l’Europa rende molto, compatta l’elettorato e consente di individuare un bersaglio comune su cui riversare l’insoddisfazione per le condizioni economiche e occupazionali in cui versa il nostro Paese e le responsabilità della gestione dei flussi migratori. Per costoro da tempo si è rotto un tabù e l’uscita dall’Europa non rappresenta motivo di preoccupazione, probabilmente anche a causa delle conseguenze meno drammatiche del previsto subite dalla Gran Bretagna a seguito della Brexit.

Dunque la maggioranza degli italiani è insoddisfatta ma non vede vie d’uscita e si mostra rassegnata ad una sorta di appartenenza «forzata»: insomma, in Europa non possiamo non esserci se vogliamo evitare il peggio.

Il peso degli indecisi
Ma una convivenza priva di entusiasmo rischia di non durare a lungo e, a questo proposito, non va sottovalutata la quota di cittadini (il 26%, circa 12,5 milioni) che oggi sta alla finestra e tra la permanenza e l’uscita sceglie di non scegliere. E il silenzio generalizzato nel dibattito pubblico sul significato dell’Europa e le ragioni della nostra appartenenza, a poco più di un mese dal 60° anniversario dei Trattati di Roma, non contribuisce a cambiare le opinioni».

* Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 12 febbraio 2017

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11.12.17

PER LA SOVRANITÀ NAZIONALE di Antonio Ingroia

Alle porte delle elezioni generali la sola lista elettorale che metterà al centro la contestazione radicale dell'Unione europea e la necessità di riguadagnare piena sovranità nazionale sembra essere quella promossa da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa
Le difficoltà, anche visti i temi strettissimi che ci dividono dal voto, sono enormi.

Sabato prossimo a Roma si svolgerà l'assemblea generale dei sostenitori della LISTA DEL POPOLO.

Di seguito l'intervento di Antonio Ingroia all'assemblea per il coordinamento nazionale di "Attuare la Costituzione", che si è tenuta a Napoli a fine settembre.





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10.12.17

ELEZIONI: I 5 PARADOSSI DI UNA STRANA STAGIONE POLITICA di Leonardo Mazzei

Premessa
Più le urne si avvicinano, più la confusione aumenta. Di tutto si discute fuorché di un banale dettaglio: il destino del Paese. Destino che rischia di decidersi a Bruxelles o, peggio ancora, a Berlino. Ma di questo — lo nota anche Federico Fubini sul Corsera — non c'è traccia nel cosiddetto «dibattito politico».

La cosa non è stupefacente, vista l'antica tradizione di parlar d'altro per schivare i problemi veri. Stavolta però il macigno è più grande del solito, perché alla fine l'Italia ne uscirà o come stato nuovamente sovrano, o come colonia definitivamente asservita all'Euro-Germania. Ma di tutto ciò parleremo in un prossimo articolo.

Qui ci limitiamo ad osservare l'impressionante accumulo di paradossi che si vanno producendo in vista delle imminenti elezioni politiche. Il fenomeno è interessante proprio perché, almeno a giudizio di chi scrive, esso discende largamente proprio dalla gigantesca fuga dalla realtà — di certo dalle responsabilità — di un'intera classe dirigente. E' questa una tendenza di lunga durata, ma certo un bilancio dei disastri prodotti dalla Seconda Repubblica non guasterebbe.

In ogni caso la realtà dei fatti si va incaricando di mettere in ridicolo i protagonisti — praticamente tutti — di questa strana stagione politica.

Paradosso n° 1: la legge elettorale


Pensata, voluta ed imposta al parlamento per dare concretezza al progetto di un nuovo governo Renzi-Berlusconi, oggi questa legge sembra poter dare la vittoria alla coalizione di destra. Certo, non sarà facile, visto che ci vorrà almeno il 40% dei seggi assegnati con la proporzionale ed il 70% di quelli attribuiti nei collegi uninominali. Ma di sicuro non vincerà il Pd, a picco nei sondaggi (l'ultimo gli dà il 24,4%), con un leader che ormai piace solo al suo ristretto clan, con una coalizione che a definirla tale viene solo da ridere.

E viene da ridere a pensare allo straordinario acume politico di chi quella legge l'ha scritta, convinto di aver così congegnato la furbata del secolo. Vien da ridere a pensare all'«uomo solo al comando», adesso rimasto soltanto «solo», abbandonato perfino da quegli insuperabili esempi di coraggio e maestria che corrispondono ai nomi di Angelino Alfano e Giuliano Pisapia. «Non tutte le ciambelle riescono col buco», l'abbiamo detto più volte a proposito della nuova legge elettorale. Certo, nessuno poteva pensare che il patatrac piddino si rivelasse così presto, ma questi — si sa — sono tempi assai veloci.

Paradosso n° 2: l'élite


Ma cosa vogliono ai piani alti del potere? Da quelle parti hanno appoggiato il fiorentino per tre anni. Gli hanno messo al servizio i loro media per vincere il referendum costituzionale. L'hanno invece perso, e lì hanno capito che Renzi era ormai bruciato. Da allora mirano alla strategia del caos, visto che un esito elettorale incapace di produrre un governo potrebbe riaprire la strada ad un «governo del presidente», cioè — più prosaicamente — ad un esecutivo del tutto prono ai loro interessi.

Lorsignori vogliono sbarrare la strada ad M5S, non perché ne abbiano paura, ma perché ne comprendono la contraddittoria natura di contenitore dell'indignazione popolare. Neppure l'osceno inginocchiarsi del Di Maio di fronte ad ogni potere costituito, nazionale come internazionale, può rassicurarli. Magari in futuro si vedrà, ma per ora meglio non correre rischi. Ma lorsignori non vogliono neppure una vittoria della destra: troppo peserebbe il «populista» Salvini, troppe sarebbero le promesse da onorare.
 

Il problema è che per l'élite anche Renzi non va più bene. Troppo preso dalla sua carriera politica, mentre per loro contano solo i propri interessi di classe. Quel difetto potevano accettarlo finché vinceva, ma ora che è in declino vogliono mandarlo a casa. Hanno preso perciò a colpirlo. I media amici sono diventati nemici, mentre i nemici del fiorentino (vedi la congrega Mdp-Liberi e Uguali e soci) godono adesso di buona stampa.
 

Ma così facendo — ecco il paradosso — è proprio la destra che rischia di vincere. Come ne verranno a capo non si sa. Certo, lorsignori vorrebbero colpire Renzi ma non il Pd, visto che è quest'ultimo il vero cardine politico del loro sistema. Ma come fare se Renzi e Pd sono ormai la stessa cosa? Insomma, in quanto a strategia, neppure il blocco dominante è messo troppo bene. E questo non può che farci piacere.

Paradosso n° 3: la destra, una coalizione nata per poi dividersi subito dopo il voto
 

A destra non hanno mai pensato di arrivare al 50%+1 dei seggi. Non a caso la coalizione messa in piedi non ha né un programma, né tantomeno un leader condiviso. Il perché è presto detto: ad ognuno così conveniva. Berlusconi e Salvini hanno innanzitutto pensato a fare il pieno dei seggi nell'uninominale, poi il primo li avrebbe utilizzati per dar manforte a Renzi, il secondo per rafforzarsi come grande oppositore del nuovo programmato inciucio.

Senza dubbio una coalizione assai paradossale. Ma adesso il paradosso è che la mancata vittoria non è più così certa. Che fare allora nel caso si ottenesse la maggioranza? Ancora non si sa, ma trovare la quadra non sembra così facile. Governare l'Italia non è come amministrare il Veneto o la Lombardia. Intanto andranno avanti così, sfruttando i vantaggi che la legge elettorale gli concede, poi si vedrà. Ma a occhio e croce né Salvini né Berlusconi auspicano davvero una vittoria della loro coalizione. Se non è un paradosso questo!


Paradosso n° 4: il Pd e il suo tesoretto dei collegi uninominali

Chi conosce il modo di ragionare dei maggiorenti di Piddinia City non può avere dubbi: da quelle parti si punta tutto sui collegi uninominali. O, almeno, si puntava. Perché il problema è semplice: nell'uninominale si avvantaggia chi ha candidati più forti e conosciuti, specie se appartengono ai due schieramenti sui quali si polarizza il voto. Ora il Pd ha sicuramente i candidati più conosciuti, ma di questi tempi non è detto che essere conosciuti sia sufficiente per essere forti elettoralmente. E questo è il primo problema per Renzi. Ma è il secondo quello più grave, ed esso consiste nel fatto che non è più certo che uno dei due poli su tre sui quali si concentrerà il voto sarà il Pd.

Vediamo meglio questa decisiva questione. Esiste certamente un 80% dell'elettorato che non risente dell'effetto polarizzazione. Questo segmento maggioritario non è scalfibile dalle dinamiche che qui stiamo considerando. Dunque, chi oggi voterebbe Pd, lo voterà anche a marzo; idem per l'elettore pentastellato, così pure per quello di destra e così via. Ma esiste il restante 20%, che invece può risentirne eccome. Ed è quel 20% a risultare decisivo nel gioco della polarizzazione.

Dal 2013 la novità è che il sistema non è più bipolare, bensì tripolare. Ma il meccanismo dell'uninominale tenderà — magari in maniera differenziata nelle diverse aree del Paese — a bipolarizzare almeno in parte il consenso elettorale. Del resto è proprio questo lo scopo sistemico dell'uninominale.

Ma tra chi avverrà la polarizzazione? Nell'estate 2016, dopo le amministrative ed in vista del referendum di dicembre, tutti avrebbero scommesso su uno scontro tra Pd e M5S. Pochi mesi fa, mentre iniziava il percorso che porterà al Rosatellum, tutti credevano ad una polarizzazione tra Pd e destra. Ma oggi? Secondo gli ultimi sondaggi potremmo forse assistere ad una polarizzazione imprevista: quella tra destra (comunque in netto vantaggio) e M5S.
 

Certo, i sondaggi non vanno presi per oro colato, e personalmente sono portato a pensare che con le candidature qualcosa il Pd recupererà comunque, ma se davvero scattasse nell'immaginario collettivo l'idea della centralità dello scontro destra-M5S, allora per il Pd sarebbe la fine. Non una semplice sconfitta, bensì un'autentica disfatta. E — ecco il possibile paradosso — il cuore della disfatta sarebbe a quel punto proprio in quei collegi uninominali che sembravano il grande tesoretto messo in cassaforte dai ladri di voti con base al Nazareno!

Paradosso n° 5: il M5S tra grigiore e possibile fortuna


Se il paradosso n° 4 dovesse davvero concretizzarsi, ecco che ne porterebbe immediatamente con sé un altro: quello di dare nuova vitalità ad una forza che sembra voler fare di tutto per sprofondare nel più mesto grigiore, ovvero il Movimento Cinque Stelle.

Con la direzione Di Maio, il M5S si presenta ormai come una forza neo-democristiana. Una forza che non dice di no a nessuno per pronunciare al contempo un gigantesco sì all'establishment. La sequenza degli atti che rende ormai inequivocabile questo tragitto è talmente nota da non dover essere qui ricordata.

Questo nuovo posizionamento, lungi dal far acquisire nuovi consensi — secondo la logica della «rassicurazione» dei cosiddetti «moderati» — porterebbe di per sé ad un sicuro quanto meritato declino di questa formazione. Ma, c'è un ma che dobbiamo considerare. Ed è appunto quel ma legato alla crisi sempre più evidente del Pd. Se il partito di Renzi dovesse apparire come battuto in partenza, chi assumerebbe il ruolo dell'alternativa alla destra se non M5S? Ecco un altro scenario non previsto, ma ad oggi non impossibile. Un nuovo paradosso, figlio della crisi verticale della classe dirigente e dell'intero sistema politico nazionale.

Conclusioni
Quali conclusioni possiamo trarre da quanto detto fin qui?

La prima conclusione è che i giochi non sono ancora fatti, che l'esito elettorale non è scontato.

La seconda conclusione è che, comunque vada, il quadro post-elettorale sarà quanto mai instabile.

La terza conclusione è che così come esiste una grande difficoltà delle forze antisistemiche, esiste pure (e non è certo in via di risoluzione) una profonda crisi politica delle forze dominanti.
La quarta conclusione è che l'alternativa allo stato di cose presente va costruita interamente al di fuori di questo strano tripartitismo.

La quinta conclusione è che la necessità di portare sulla scheda elettorale, sotto il simbolo della «Lista del Popolo», le ragioni del sovranismo costituzionale ne esce totalmente confermata. Altro non fosse che per l'esigenza di rimettere al centro il tema del destino del Paese cui accennavamo all'inizio.

Per una lista di questo tipo — che è cosa del tutto diversa dalla mesta e confusa riproposizione della solita lista della sinistra sinistrata — lo spazio c'è ed è grande. Ma l'impresa è tutt'altro che facile, basti pensare ad una raccolta delle firme (da cui sono esentate le forze già presenti in parlamento) da concentrare praticamente in poco più di due settimane a gennaio.

L'impresa è difficile, ma provarci con il massimo impegno e con la massima serietà è certamente un tassello sulla strada che indichiamo da tempo. Quella strada che punta ad unire tutti i soggetti interessati a mettere finalmente in campo una forza popolare e patriottica, in grado di muovere i primi passi verso un concreto percorso di liberazione nazionale. E' la strada già segnalata simbolicamente nell'acronimo C.L.N. che caratterizza la Confederazione per la Liberazione Nazionale.

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7.12.17

SINISTRA SOVRANISTA di Manolo Monereo

Carlo Formenti e Manolo Monereo [nella foto] sono due pensatori e militanti che stimiamo assai. È appena uscito anche in Spagna uno dei lavori più importanti di Formenti, LA VARIANTE POPULISTA.

Qui sotto la presentazione di Monereo.

«Non è un fantasma, è qualcosa di più materiale, più molecolare, più coerente: l'emergere di una sinistra sovranista. Intendiamoci una sinistra che cerca di riconciliare l'emancipazione sociale, la sovranità popolare e la ricostruzione di uno stato democratico avanzato. Il tornare a conciliare ha a che fare con l'inversione della rotta che negli ultimi trenta anni ha opposto questi valori alla sinistra realmente esistente, considerandoli come reliquie di un passato che non tornerà, o peggio, gli ostacoli da superare per confrontarsi alle sfide di questa tarda modernità.

Lo viviamo ogni giorno, a volte, come qui e ora in Spagna, drammaticamente. In primo luogo, notiamo con grande allarme il risveglio di vecchi e nuovi nazionalismi e la tendenza in diversi Stati alla frammentazione ed alla rottura territoriale; in secondo luogo, si difende con veemenza la globalizzazione e la sua  specifica modalità di concretizzarsi nel nostro continente, l'Unione europea, sempre intesa come qualcosa di irreversibile e inevitabile che andrebbe soltanto modulata, temperata, democratizzata; in terzo luogo, si propone di approfondire l'integrazione sovranazionale e la progressiva perdita della sovranità degli Stati nella prospettiva di un lontano momento in cui si andrebbe, più o meno, verso gli Stati Uniti d'Europa. Si capisce che la chiave di questa argomentazione è che queste tre ipotesi non sono correlate l'una all'altra.


Perché stupirsi se, davanti alla decostruzione pianificata vengono degli stati europei realmente esistenti, rinascono nuovi nazionalismi nuovi e quelli rinascono o si rivitalizzano? Come non capire che quando la democrazia come autogoverno dei cittadini perde peso e influenza davanti ai poteri economici oligarchici e non democratici (vedile istituzioni europee), risorgono richieste di sovranità, di identità e di protezione? Come non capire la disaffezione di fronte alle istituzioni tradizionali e ai partiti politici quando le regole di un patto implicito che collegava il capitalismo regolamentato alla democrazia politica e ai diritti sociali sono state infrante?

Alcuni di noi sostengono che l'Europa vive un "momento Polanyi". [1] Più di tre decenni di egemonia delle politiche neoliberiste hanno minato il potere dei lavoratori nella società, limitando i diritti sociali fondamentali e tagliando sostanzialmente lo stato sociale. Si può dire che, a più integrazione europea, hanno corrisposto meno democrazia reale e meno diritti effettivi per le maggioranze sociali. Il "mercato autoregolato" è andato molto avanti e, come ci ha insegnato il vecchio socialista austriaco Polanyi, le società reagiscono e lo fanno con i "materiali" disponibili e spesso seguendo strade politiche contrastanti. Comune ovunque è la richiesta di sovranità in un senso preciso: diritto di decidere il modello sociale, il modello politico, il modello territoriale; le popolazioni non sono nulla, non hanno potere, vedono peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro e vedono come l'orizzonte di senso sia bloccato, chiuso.

La reazione della società, quale che sia la sua direzione, non è qualcosa di pre-moderno, né un atavismo di un passato che rifiuta di scomparire. È la conseguenza di una modernizzazione capitalista in un momento di crisi della globalizzazione neoliberista realmente esistente. Le popolazioni ovunque richiedono la medesima cosa: sovranità, stato, ordine, protezione, sicurezza, futuro. Come la storia ha mostrato nella precedente globalizzazione e nelle varie crisi del capitalismo, la reazione della società si svolge entro correlazioni di forze date e può andare a destra, all'estrema destra o a sinistra nelle sue diverse varianti. Non è qui il caso di andare troppo oltre; basti dire che il crocevia in cui ci troviamo potrebbe essere definito come segue: la crisi di un capitalismo senza alternative.


Il libro di Carlo Formenti [2] entra pienamente in questa problematica che ho appena delineato. Carlo, è bene sottolinearlo, è un sociologo competente, militante sindacale da lungo tempo ed eminente esponente della cosiddetta cultura operaista italiana. Negli ultimi anni si è dedicato con passione e rigore a una critica delle ipotesi teoriche e politiche che hanno modellato l'immaginario di una parte considerevole della sinistra sociale italiana. Formenti è uno specialista delle nuove tecnologie e dei loro rapporti con la produzione, l'economia e la struttura sociale. Si potrebbe dire che ha sviluppato una critica all' "uso capitalista" delle moderne tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Lo shock è stato difficile. Il dibattito con l'operaismo dominante è ancora aperto e Formenti ha dovuto sopportare critiche non molto eleganti e sgarbate squalifiche. La polemica è antica quanto la storia del marxismo tra coloro che sottolineano il rapido sviluppo delle forze produttive e di come cambiano le relazioni sociali e quelli che pongono l'accento sulla materialità della lotta di classe, su come certi mutamenti impattano sulla soggettività organizzata, sulla sostanzialità delle stesse forze produttive. Non è un caso che il libro di Formenti si concluda con un'appendice dedicata all'ontologia dell'essere sociale di Lukács.

Non intendo qui riassumere un libro e, molto meno, servire da strumento per discutere con l'autore. Non lo farò; indico solo alcuni nodi che lo rendono particolarmente rilevante per il nostro presente, sempre con l'intenzione di invitare ad una lettura critica. Il titolo, La variante populista, ha un sapore provocatorio. Quelli tra noi che usano il termine populismo o meglio, populismo di sinistra, lo fanno consapevolmente. Usare la provocazione come un pugno nello stomaco per svelare una realtà che si vuole negare squalificandola come populista. Formenti lo dice chiaramente: il populismo è la forma della lotta di classe oggi, qui e ora. Lanciata questa provocazione, carica di significato, iniziamo a discutere seriamente i problemi della nostra società dal punto di vista delle classi lavoratrici.

Carlo Formenti fa un'analisi molto seria di questo capitalismo finanziarizzato che, a quanto pare, non ha alternative. Sottopone ad una profonda critica le analisi dominanti, di quella che potremmo chiamare la "sinistra globalista" partendo da  una valutazione ragionevole dei rapporti di forza esistenti, facendo un enorme sforzo per capire i cambiamenti che si sono verificati nelle classi lavoratrici, il vecchio ed il nuovo proletariato. Lo fa con molta forza, sapendo di cosa sta parlando e da un punto di vista anticapitalista e con una volontà socialista.

Inevitabilmente, parlare di populismo significa fare i conti con Ernesto Laclau e con Chantal Mouffe. Formenti lo fa con rispetto, ma con radicalità, cercando di andare oltre gli autori di cui sopra da una strategia nazionale-popolare che pone al suo centro Antonio Gramsci. Dei nodi a cui ho fatto riferimento in precedenza, voglio analizzarne uno che mi sembra sostanziale. 
Mi riferisco al contrasto tra un'economia sociale e morale basata sui flussi, e quella dell'economia basata sul territorio. Questo contrasto mi sembra decisivo. Quella che potremmo definire la territorialità del potere, intesa come appropriazione collettiva di uno spazio che cerca l'armonia con l'ambiente di cui siamo parte e da lì, costruisce uno stile di vita in grado di integrare le nuove tecnologie, le competenze e l'emancipazione della forza lavoro e delle forme di organizzazione sociale che promuovono solidarietà, altruismo e il buon vivere delle persone. Per Formenti, la "arretratezza" può essere un anticipazione. In molti stiamo riflettendo con lui sulla necessità di un nuovo "meridionalismo" che trasforma il nostro Sud squalificato, denigrato e dipendente in una possibile alternativa che ci faccia reincontrare con il Nord in un cambiamento di civiltà, di stili di vita, in una logica socialista e fraterna».

* Fonte: el diario
** Traduzione di SOLLEVAZIONE - Corsivi nostri

NOTE
[2] Carlo Formenti, La variante populista. Lucha de clases en el neoliberalismo. El Viejo Topo 2017  - In Italia: La Variante populista, Derive e Approdi

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6.12.17

LISTA DEL POPOLO, ASSEMBLEA NAZIONALE IL 16 DICEMBRE

Giorni addietro davamo conto della "Mossa del cavallo", ovvero della proposta, lanciata da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia, di scendere in campo per le prossime elezioni con una LISTA DEL POPOLO.
Il 16 dicembre, a Roma, presso il Centro Congressi Frentani, ore 10:00, si svolgerà l'assemblea nazionale dei promotori della lista.
 

Qui sotto il programma politico della lista in costruzione. Un programma che consideriamo la sola vera novità nel teatrino politico italiano. Anche per questo andremo all'assemblea con l'intenzione di contribuire alla costruzione di una lista unitaria del sovranismo costituzionale.


Una Lista del Popolo (per attuare la Costituzione)

«Questo appello è rivolto in tutte le direzioni, proprio nello spirito con cui nacque la Costituzione italiana. Essa appartenne a tutte le correnti ideali, politiche, religiose emerse dalla guerra voluta dal fascismo. Questo è uno dei suoi valori fondanti. Una gran parte delle componenti di allora non esistono più. Ma il metodo e l’idea resistono, dopo 70 anni!.

clicca per ingrandire la locandina

1) “Lista del Popolo” perché il popolo italiano, a grande maggioranza, con il 60% dei voti, ha chiesto il 4 dicembre 2016, che la Costituzione sia mantenuta e salvaguardata da ulteriori attacchi, dopo quelli cui è stata sottoposta in questi anni. Il panorama dei partiti esistenti si è rivelato totalmente inetto a questo scopo. Essi non sono un baluardo a sua difesa, ma una minaccia alla sua esistenza. Occorre una grande riforma intellettuale e morale del paese. Invece andremo a votare, ancora una volta, con una legge anticostituzionale, varata con uno scandaloso colpo di mano da un parlamento di nominati.

2) Ci impegniamo ad “attuare la Costituzione” perché essa è rimasta inattuata in molti punti fondamentali; è stata violata in numerosi passaggi essenziali; è stata stravolta in altri punti cruciali.

3) Una “Lista del Popolo” perché le grida ossessive contro il cosiddetto populismo, che vengono dalla Casta e dai suoi megafoni, cercano di nascondere l’evidenza di una rivolta del popolo, che è sacrosanta e cresce. È stata lesa la sovranità del popolo ed essa dev’essere ripristinata.

4) Una “Lista del Popolo”, perché la Costituzione, che vogliamo attuare, fu il frutto dell’unità del popolo italiano, in tutte le sue componenti essenziali, politiche e morali, e non il risultato di camarille criminali in lotta tra di loro alle spalle del popolo.

5) Noi non siamo un partito: siamo un’alleanza della società civile, di donne e uomini con diverse storie e provenienze, ma fuori dalla corruzione dei partiti, competenti, onesti. E coraggiosi, perché sappiamo che risanare il paese richiederà coraggio. E per questo chiediamo coraggio anche a coloro che ci voteranno.

6) Chi firma per questa lista, e vi partecipa, s’impegna solennemente di fronte al popolo italiano ad attuarne il programma nel corso di tutta la legislatura. Ciascuno/a mantenendo le proprie idee là dove esse rimangano al di fuori dell’intesa comune.

7) Noi ci batteremo in tutte le sedi per ripristinare la sovranità nazionale. Con due immediate conseguenze:

    a) L’immediata rinegoziazione e, se impraticabile, il recesso unilaterale da tutti gli accordi europei, inclusi Maastricht e Lisbona, che furono firmati da governanti traditori, in violazione della Costituzione, segnatamente del suo articolo 11 della Costituzione. E sospensione immediata del Fiscal Compact e abrogazione di tutte le norme e leggi che contraddicono la funzione sociale della proprietà privata e l’interesse generale (art. 42 della Costituzione).

    b) La cancellazione dello stato attuale di paese occupato e la trasformazione dell’Italia in un paese neutrale, al di fuori di ogni blocco militare e al servizio della pace all’interno delle norme della Carta delle nazioni Unite. L’Italia non ha nemici e intende restare fuori della guerra. In caso di minaccia si organizzerà per rispondervi, ma si doterà di un esercito capace di fronteggiare le minacce, già esistenti, dei disastri ambientali prodotto da un insensato e mortifero sviluppo industriale e militare. L’Italia reintroduce la ferma militare obbligatoria per uomini e donne, riorganizzando l’esercito in funzione educativa per le giovani generazioni e per i nuovi compiti italiani ed europei.


8) Noi non siamo anti-europeisti. Al contrario intendiamo fare in modo che l’Italia contribuisca al processo di creazione di un’entità europea comune che svolga un cruciale ruolo nel mondo multipolare in difesa della pace. Ma vogliamo un’Europa democratica. La rinuncia a parti della sovranità nazionale dovrà essere condizionata alla assoluta parità di tutti i contraenti e in nessun caso a spese delle garanzie democratiche esistenti.

9) Noi riteniamo che il modello economico imposti dalla grande finanza internazionale attraverso la Trojka (Commissione Europea, BCE e FMI) sia palesemente incompatibile con l’intero titolo III della Costituzione. In particolare, incompatibile con gli articoli 35-36 (lavoro e diritti cancellati dalla finanziarizzazione dell’economia); 38 (che viene annullato, di fatto, dal Fiscal Compact); 41 (perché ne viene impedita l’attuazione dalla perdita del governo dell’economia da parte degli esecutivi nazionali); 42 (perché le norme della Trojka impediscono la tutela della proprietà pubblica).

10) Quanto fino a qui enunciato dice che occorre una nuova Costituzione Europea, per riscrivere la quale è indispensabile la partecipazione dei popoli che intendono farne parte. Il futuro Governo italiano dovrà farsi promotore della decisione di eleggere una Assemblea Costituente Europea, i cui risultati dovranno essere proposti all’approvazione esclusivamente mediante referendum popolari.

11) Noi ci impegniamo solennemente alla piena attuazione, nella lettera e nello spirito, dei seguenti articoli della Costituzione:

art. 41. Iniziativa economica privata

art. 46. Funzione sociale della cooperazione

art. 47. Tutela dei risparmio

art. 53. Sistema tributario.

Tutti questi articoli avrebbero dovuto regolare il ruolo dello Stato nella conduzione dell’economia nazionale. Ma così non è stato, come dimostra il disastro economico attuale. Per questo noi diciamo sì:

---- a una Banca d’Italia che sia pubblica al 100%;

---- alla ri-nazionalizzazione delle grandi banche italiane, proditoriamente privatizzate ai danni dell’interesse nazionale, cioè del popolo;

---- alla nazionalizzazione delle imprese salvate con il denaro pubblico;

---- alla nazionalizzazione del settore energetico e dei settori strategici per la sicurezza del paese e dei servizi pubblici essenziali;

----- a farla finita con le privatizzazioni, con le liberalizzazioni, con la svendita del patrimonio pubblico;

---- alla proprietà collettiva dei beni demaniali.

12) Nell’immediato si dovrà affrontare la questione del debito pubblico. Questione criminale nella sua sostanza che costituisce un vero e proprio ricatto nei confronti del popolo italiano. Il che comporta:

------ la ridenominazione del debito pubblico per un importo pari a € 1.150 miliardi (che è quanto attualmente detenuto dalla istituzioni finanziarie dell’eurosistema);

------ l’emissione di Certificati di Credito (CCF) da iscrivere a credito del bilancio del Tesoro;

------ avvio di un programma triennale di emergenza di investimenti pubblici pari a € 200 miliardi;

------ costituzione di un circuito nazionale di compensazioni dei crediti tra le imprese;

------ abolizione del vincolo del pareggio in bilancio introdotto in Costituzione in palese violazione della stessa Costituzione vigente (modifica dell’art. 81 del 20 Aprile 2012);

------- cancellazione delle misure devastanti per il mondo del lavoro e per lo stato sociale quali l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, l’art. 8 della Legge Sacconi, la Legge Fornero nella sua interezza.

13) Avviare, finalmente, una radicale riforma della Giustizia, ripristinando, tra l’altro, la certezza del diritto per gli oltre 11 milioni di cittadini che soffrono di inammissibili ritardi nella conclusione dei processi. Occorre la piena estensione della confisca dei beni non solo alle mafie, ma anche ai politici corrotti e, più in generale il rafforzamento degli strumenti per contrastare il dilagare di mafie e corruzione. Occorre riformare l’intero sistema carcerario, rendendolo nel contempo più umano ed efficace.

14) Il degrado della cultura comincia con il degrado della scuola in tutti i suoi livelli. Occorre rimettere al centro le reali esigenze di formazione dei bambini e dei giovani, e sostenere e rafforzare il ruolo docente, attraverso un adeguato piano di investimenti economici e professionali. La scuola non è un’impresa.

15) Occorre ristabilire il diritto dei cittadini allo stato sociale in tutte le sue forme. Basta con la salute dei cittadini trattata come merce in vendita. Basta trattare gli anziani come fossero un peso, quando essi sono la rappresentazione vivente della nostra ricchezza e della nostra storia. Si rispetti il risultato referendario che ha vietato la privatizzazione dell’acqua. Beni pubblici, ambiente, patrimonio storico e artistico sono risorse immense di bellezza e di ricchezza, sono di tutto il popolo, devono essere preservate e utilizzate nell’interesse comune.

16) Una profonda riforma dovrà investire l’intero sistema dell’informazione e della comunicazione. Non può esservi democrazia se i cittadini non sono informati adeguatamente e correttamente. Un popolo diseducato e disinformato, costretto a vivere in un contesto dominato dalla competizione, che non conosce il significato della solidarietà, non può essere felice. Per questo noi lavoreremo perché il bene pubblico dell’informazione sia considerato come un diritto. Le frequenze televisive sono un bene pubblico e non possono essere subordinate a interessi privati. Si dovrà giungere all’istituzione di un Consiglio Nazionale Audiovisivo, eletto direttamente dal popolo, in sostituzione dell’attuale, lottizzata Agcom e dell’altrettanto lottizzata Commissione Parlamentare di Vigilanza.

Le prossime elezioni politiche si svolgeranno in un contesto e in forme che non hanno precedenti rispetto agli ultimi 70 anni. Per salvare il paese occorre riunire tutte le forze “sane” (intellettualmente, moralmente, politicamente). Che riconoscano nella Costituzione la propria tavola dei valori e nella sua attuazione un programma di governo, per un “Governo della Costituzione”. Questo appello è rivolto in tutte le direzioni, proprio nello spirito con cui nacque la Costituzione italiana. Essa appartenne a tutte le correnti ideali, politiche, religiose emerse dalla guerra voluta dal fascismo. Questo è uno dei suoi valori fondanti. Una gran parte delle componenti di allora non esistono più. Ma il metodo e l’idea resistono, dopo 70 anni. E non ci potrà essere salvezza per l’Italia, per tutti gli italiani, senza questo criterio. L’unica esclusione indispensabile è quella delle forze eversive che stanno emergendo nuovamente, guidate ed evocate dalle classi dominanti.

È dall’alto, non dal basso, che viene il pericolo autoritario. Lo annunciarono con il primo documento della Trilateral, all’inizio degli anni ’70, quando si posero il compito di “ridurre il tasso di democrazia e di partecipazione”, e da allora non hanno cessato un attimo di realizzarlo. Sono queste le forze che si devono sconfiggere.

Il parlamento di nominati che vogliono imporci con una legge truffa, simile a un colpo di stato senza carri armati, sarà al servizio di quelle forze, se non glielo impediremo con una nuova volontà popolare.

C’è ora un immenso spazio vuoto da riempire. Lo si può fare con un programma di radicali cambiamenti, quello di una rivoluzione che sta tutta dentro la legge fondamentale del nostro stato: la Costituzione.

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