ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

20.2.18

EMBRACO: NON C'È PIÙ RELIGIONE ...


Quindi la multinazionale a stelle e strisce WHIRPOOL ha sbattuto la porta in faccia, non solo alle maestranze ma pure al governo. Chiusura dello stabilimento piemontese confermata,  497 licenziamenti in tronco, a causa della delocalizzazione in Slovacchia. 
Vicenda istruttiva assai, e sotto diversi profili.

E' anzitutto un classico esempio che più chiaro non si può di come funziona una grande azienda mulitinazionale: profitto prima di tutto, disprezzo per i lavoratori, totale indifferenza degli interessi nazionali, del bene comune, delle leggi del Paese. Per quanto riguarda l'Italia  è d'obbligo ricordare quanto recita la sua legge suprema. Recita l'Art.41 della Costituzione:
«L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». 
Cosa accade, per meglio dire, cosa dovrebbe accadere, a chi viola le leggi di uno Stato? Che lo Stato lo sanziona. Multinazionali comprese, anzi, esse anzitutto.
E invece che abbiamo? Che lo Stato, essendo nella disponibilità, non del popolo lavoratore, ma di una casta di politici ruffiani e servi del grande capitalismo globalizzato, non alza un dito. Peggio asseconda le multinazionali. 

Guardate questa faccia di bronzo del ministro Calenda. E' indignato perché gli americani l'han preso a pesci in faccia. E che ti fa? Ti dice che egli non contesta minimamente il diritto della multinazionale a spostare in Slovacchia lo stabilimento e la produzione e poi corre, pensate un po', dai suoi padroni di Bruxelles a chiedere il permesso per metterci una pezza, garantendo che non si tratterebbe di "aiuti di stato".

Tutto come nel copione. 

Ma gli operai che ti fanno? Sperano in Calenda, fanno affidamento su una casta di servi politici che in nome del libero mercato e della globalizzazione ha consentito il più grande saccheggio privatistico del Paese. Chiedono l'elemosina andando ancora dietro a sindacati che a loro volta, nei decenni e non da ora, hanno avallato ogni sorta di rapina ai danni della classe operaia e della nazione. 

Non vi viene in mente, cari operai, di prendere in mano la fabbrica? Non vi passa per la testa di occuparla, ma non in segno protesta, no, bensì per autogestirla e farla funzionare assieme a tecnici, manager e impiegati che o verranno lasciati a spasso o dovranno emigrare... in Slovacchia, sguatteri anch'essi della multinazionale? Dovrebbero quindi, le maestranze, esigere la nazionalizzazione (si proprio l'esproprio) della fabbrica di Riva di Chieri, assicurandosi che lo Stato aiuti l'azienda autogestita e nazionalizzata in quanto a sbocchi di mercato e  sinergie con altri settori industriali.

Autogestione + nazionalizzazione, questa è l'unica soluzione, non solo per difendere il diritto al lavoro, ma perché quel che essa produce serve alla collettività, è quindi fabbrica di interesse nazionale, e ciò che è di interesse nazionale lo Stato ha l'obbligo di tutelare.

Siccome non c'è più una coscienza di classe tra i lavoratori, meno che meno c'è contezza dell'interesse generale e amor patrio in seno alla classe dominante ed ai suoi fantocci politici, il Paese va in malora, procede verso il baratro.

Cosa mai dovrà accadere per invertire questa rotta?


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14.2.18

LE RADICI DEL NOSTRO PATRIOTTISMO

«La repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana».

Così recita il preambolo della Costituzione della Repubblica Romana, nata con la rivolta popolare del 9 febbraio 1849. Fu il canto del cigno della rivoluzione europea del 1848, schiacciata infatti dall'esercito francese di Napoleone III, giunto in soccorso del Papato.


Tengano a mente queste parole certi sinistrati senza memoria storica che equiparano il patriottismo al nazionalismo xenofobo e fascistoide. Rivendichiamo questo patriottismo internazionalista e repubblicano che fu alla base del "Risorgimento caldo" come una delle fonti spirituali a cui ci abbeveriamo. A maggior ragione lo rivendichiamo poiché esso venne seppellito da quello "freddo", quello borghese e monarchico, che userà la vanagloria nazionalista per soggiogare il popolo (quello del Mezzogiorno col ferro e col fuoco) e giustificare le sue sanguinarie imprese coloniali.
Alla memoria dei martiri della Repubblica Romana vogliamo dedicare questa magistrale interpretazione di Nino Manfredi nel film IN NOME DEL POPOLO SOVRANO.

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13.2.18

DESTRE AL GOVERNO? di Leonardo Mazzei



«Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire».
Da settimane dicon tutti le stesse cose: (1) che dalle urne del 4 marzo non verrà fuori una maggioranza parlamentare, (2) che saranno perciò necessarie alleanze diverse da quelle presenti sulla scheda elettorale, (3) che forse nascerà un non meglio precisato "governo del presidente", (4) che in ogni caso l'instabilità politica caratterizzerà anche la prossima legislatura.

Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Tolto il quarto punto, sul quale possiamo scommettere, gli altri tre si basano su una fotografia vecchia di un paio di mesi. Foto oggi sbiadita assai, perché se resta vero che la coalizione di destra tutto sembra fuorché un'alleanza di governo, i due competitors sistemici —la micro-coalizione a guida piddina ed M5S— tanto competitivi non sembrano proprio.

Piddinia City le han provate ormai tutte: il Renzi populista come il Renzi europeista, quello che prende il treno per farsi vedere in giro per l'Italia e quello che sta chiuso nel bunker mandando avanti pesce-lesso-Gentiloni. Ma non gliene funziona una, perché  —ricordiamoci il 4 dicembre 2016— il Bomba resta il politico più odiato dagli italiani, mentre da un pesce lesso più di tanto sarebbe irragionevole attendersi.

Scherzi a parte, il dato di fondo è che il Pd è visto (e giustamente) come il vero perno del sistema, di un liberismo governante ben sposato con un indefettibile eurismo, il tutto simboleggiato oggi dall'alleanza con la turbo-euroliberista Bonino. In fondo la parabola del Pd va letta anche guardando al resto d'Europa, dove i partiti "fratelli" del PSE hanno fatto registrare nel 2017 un 20,5% con la Spd in Germania ed un simpatico 7,4% con il Partito Socialista in Francia. Perché, Renzi a parte (che comunque ci mette del suo, e gliene saremo per sempre grati), meravigliarsi se anche la curva del Pd tende al 20%?

Del resto, cosa dice il Partito democratico in questa campagna elettorale, oltre ad attaccare M5S su certe pittoresche incoerenze dei pentastellati? Dice che non farà inciuci, e qui tutti a sbellicarsi dalle risate. Magari non li farà non avendone la possibilità, ma tutti sanno che il progetto renziano è solo uno, quello dell'accordo con Forza Italia e dintorni. D'altronde è questa l'unica possibilità di governo per un Pd a guida renziana. Certo, è vero, in linea teorica non possiamo neppure escludere un governo Pd-M5S (con l'aggiunta della smorta pattuglietta di LeU), ma in quel caso Renzi dovrebbe lasciare alla svelta la segreteria del Nazareno.

Insomma, quello messo in pista dal fiorentino è un partito esausto, impossibilitato a vincere, che può solo auspicare che la destra non raggiunga la maggioranza assoluta, sperando poi di avere i numeri mettendo assieme i propri seggi con quelli dell'ex-cavaliere. Il problema è che per impedire un successo pieno della destra servirebbe un M5S competitivo nei collegi del sud, cioè laddove il Pd è del tutto fuori gioco. Altro che attaccare Di Maio! Può sembrare paradossale, ma a Renzi servirebbe un Movimento Cinque Stelle vincente almeno in una quarantina di collegi uninominali della Camera. Ma è realistica questa ipotesi? A parere di chi scrive, assolutamente no.

E perché no? Perché il grosso dei consensi M5S li ha ottenuti in passato presentandosi in alternativa secca al sistema dominante. Un appeal che oggi non c'è più. E non c'è più perché nessuno sa cosa farsene di un movimento che con la svolta di Di Maio è diventato —mutatis mutandis— una sorta di Democrazia Cristiana del ventunesimo secolo.[1]  Certo, sarebbe assurdo negare che anche il 4 marzo in tanti voteranno M5S pensando di dare un voto antisistemico. Questo avverrà per la mancanza di alternative credibili. Avverrà, ma assai meno che in passato, quando il voto a M5S era oggettivamente un voto contro le forze dominanti. Oggi, con la disponibilità a fare da ruota di scorta di un sistema politico sempre più zoppicante, le cose sono del tutto diverse. E la percezione di questa svolta è presente ormai in strati non trascurabili del precedente elettorato di M5S.

I sondaggi vanno sempre presi con la massima prudenza (ne parleremo tra poco), tanto più in Italia dove abbiamo i sondaggi low cost, quelli realizzati con 1.500 telefonate, quelli che vorrebbero appassionarci ai loro settimanali spostamenti millimetrici che nulla cambiano nella sostanza. Sono gli stessi istituti demoscopici che nel 2013 sottostimarono clamorosamente M5S dato al 14% contro il 25% delle urne. Gli stessi che nel 2016 non seppero vedere la valanga di NO in arrivo al referendum costituzionale. Bene, la mia impressione, per quel che vale, è che stavolta il dato dei Cinque Stelle sia invece sovrastimato alla grande. 

In ogni caso, che qualcosa non torni nei sondaggi tutti possono capirlo. Prendiamo l'ultimo uscito ieri, realizzato da Demopolis. Tanto uno vale l'altro visto che tutti dicono più o meno le stesse cose. Secondo questo sondaggio la coalizione di destra totalizzerebbe il 37,2%, M5S avrebbe il 28,3%, la mini-coalizione piddina il 27,5%, LeU il 5,8%. Totale 98,8%.

Vi sembra realistico? Vi sembra possibile che l'insieme delle altre liste raccolga solo l'1,2%? Ma per favore! Sorvolando su quelle presenti solo in pochissimi collegi, vi sono almeno sette liste in grado di ottenere un minimo di risultato. Semplificando, ve ne sono quattro a sinistra (Potere al Popolo, Partito Comunista, Per una Sinistra Rivoluzionaria, Lista del Popolo) e tre a destra (Casa Pound, Forza Nuova e Popolo della Famiglia). Personalmente penso che nessuna di queste arriverà al 3%, ma non mi stupirei di certo se Potere al Popolo e Casa Pound si avvicinassero al 2%. In ogni caso mi sembra che ipotizzare almeno un 6% per l'insieme delle liste minori sia piuttosto ragionevole.

Ma se così è, ne consegue che almeno qualcuno dei tre poli risulterà assai più magro di quel che ci dicono i sondaggi. Certo, in teoria questo dimagrimento potrebbe anche essere ripartito proporzionalmente tra di essi, lasciando dunque inalterati i rapporti di forza descritti dagli istituti demoscopici, ma la cosa mi pare poco probabile. Più verosimile invece, per le ragioni già descritte, che il dimagrimento si concentri su M5S e in secondo luogo sul Pd. Ma se così andranno le cose, alla destra non sarà neppure necessario raggiungere quel 40% di voti che secondo molti sarebbe la soglia indispensabile per vincere nel 70% dei collegi uninominali, conseguendo così la maggioranza assoluta dei seggi. Se gli altri due competitors nel maggioritario stanno sotto di 10 punti e passa su scala nazionale, è ben difficile che essi possano raccogliere complessivamente oltre il 30% degli eletti in questi collegi. Dunque, quel 37% che oggi appare ancora insufficiente per assegnare la vittoria piena alla destra, alla fine potrebbe invece bastargli.

Naturalmente la mia è solo un'ipotesi, ma non credo troppo infondata. Quali sarebbero, nel caso, le conseguenze di un simile risultato?

In primo luogo, la coalizione di destra, nata per raggranellare seggi ma non per governare, sarebbe invece costretta a farlo, mettendo subito in piazza le differenze e gli elementi inconciliabili che la contraddistinguono. Uno spettacolo di un certo interesse, tenuto conto che il principale di questi nodi si chiama Europa.

In secondo luogo il Pd imploderebbe e Renzi dovrebbe lasciare la segreteria. Ma la crisi di questo partito non si arresterebbe di certo con il ritorno di qualche zombie alla Veltroni. Essa invece continuerebbe, perché è una crisi che non dipende soltanto dal fiorentino.

In quanto ad M5S non sappiamo, ma certo non è difficile immaginare l'inizio della diaspora. Processo tutto sommato positivo, specie se le componenti più avanzate del vecchio movimento sapranno in qualche modo reagire alla svolta del Di Maio. Il quale —ma qui le previsioni sono più difficili— finirebbe forse anch'egli in soffitta.

In ogni caso, ribadirlo è superfluo, la mia è solo un'ipotesi. Se si realizzerà l'avvio della nuova legislatura sarà ben diverso da quello immaginato un po' da tutti. Il che non significa, però, che vi sarà "stabilità". Anzi! Essa non vi sarà affatto. Intanto la destra litigherà su chi dovrà fare il premier, poi verrà il turno della composizione del governo, infine il nodo del programma e del mantenimento delle mirabolanti promesse elettorali del duo Berlusconi-Salvini. Il tutto dentro quella gabbia europea che oggi l'ex-cavaliere applaude, mentre il Salvini la vorrebbe adesso "riformare".

Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire.     


NOTE

[1] Mi rendo conto che il paragone M5S-DC possa sembrare assai strambo. Io qui mi riferisco essenzialmente a tre cose: (1) l'assoluto ed insopportabile perbenismo tipico del nuovo corso pentastellato, (2) l'interclassismo dichiarato cui corrisponde però un rapporto privilegiato con l'establishment economico, (3) una sorta di vocazione "centrista" in cui il "né di destra né di sinistra" serve solo a dire signorsì al potere delle oligarchie.

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10.2.18

PER UN NUOVO ANTIFASCISMO di Moreno Pasquinelli

Ci mancava solo l'americanata in stile suprematista bianco del "lupo solitario marchigiano" ad intossicare una campagna elettorale già inquinata di suo da pagliacci che discutono del nulla.

Cosa pensassimo del fascista rinato che si è messo a fare il tiro al bersaglio contro tutti i passanti di colore che incontrava per strada l'abbiamo detto: un crimine infame. 

Che quanto accaduto a Macerata avrebbe mobilitato gli antifascisti era inevitabile. Alla fine la Questura ha autorizzato la manifestazione che si svolgerà oggi in quella città. Era in forse, a causa di una gravissima e sintomatica dichiarazione del piddino Ministro degli interni Minniti, questa: 
«Mi auguro che chi ha annunciato manifestazioni accolga l’invito del sindaco, se questo non avverrà, ci penserò io ad evitare tali manifestazioni».
Gravissima perché il divieto (formalmente anticostituzionale) opposto agli antifascisti avrebbe fatto il paio con la presenza elettorale (sostanzialmente anticostituzionale) dei fascisti del secondo e  terzo millennio. Sintomatica perché essa ci dice come crescano certe pulsioni sbirresche e stato-fortiste nel corpaccione di un regime neoliberista che, tra gli altri, si distingue per essere uno dei meglio attrezzati nella repressione del conflitto sociale e di strada. Non fosse che non siamo abituati ad usare alla carlona le categorie politiche, verrebbe voglia di parlare di demofascismo.

Detto che auguriamo il successo della ahinoi liturgica manifestazione di oggi a Macerata, due parole sull'antifascismo e gli antifascisti. 

Amadeo Bordiga fu forse troppo severo  a dire che "L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo". Opinione condivisa, seppure declinata in senso liberale dallo storico Renzo De Felice.[1] Il giudizio venne considerato un insulto dai militanti rivoluzionari che negli anni '70 condussero una battaglia senza quartiere contro i neofascisti del tempo. Sembrava loro che ci fosse un'effettivo e incombente pericolo fascista alle porte. La storia ci dirà che non era vero, che la vera minaccia era un'altra e di diverso segno: la radicale offensiva neoliberista che infatti dilagherà con gli effetti che sappiamo.

Oggi è diverso. Oggi siamo al tramonto di questo lungo ciclo liberista, un tramonto dovuto non all'avanzata di un'alternativa socialista, proletaria e democratica, ma a causa di una crisi sistemica (economica, sociale e politica) che potrebbe intaccare le stesse fondamenta della civilizzazione capitalistica. Siamo alle porte di un passaggio d'epoca, e tutto diventa possibile. Oggi sì esiste il carburante sociale per una mobilitazione reazionaria delle masse: la pauperizzazione senza scampo del ceto più numeroso della società: i ceti medi. Faccio notare che pauperizzazione non equivale, come comunemente si pensa, alla proletarizzazione.

Se questo carburante entrasse in contatto con un comburente avremmo l'incendio generale, quella che abbiamo chiamato "mobilitazione reazionaria delle masse". I neofascisti o qualche loro parente, qui sta il punto, potrebbero fungere da comburente (sottolineo il condizionale). Non è quindi sbagliato affermare che le forze rivoluzionarie debbono stare in guardia ed attrezzarsi per evitare che questa crisi di civiltà, che si manifesta anche come dissoluzione della democrazia costituzionale, sfoci nel caos che precede una dittatura sì postcapitalistica ma di segno neo-feudale, dove la potente élite finanziaria fungerà da nuova aristocrazia.

Ma come si combatte e si sventa questa minaccia? Si combatte e si sventa costruendo una forza politica dirigente che contenda ai neofascisti (o chi per loro) ogni centimetro di spazio politico, che impedisca loro di rappresentare e prendere la testa dei ceti medi pauperizzati, la cui esplosiva mobilitazione di massa è nell'ordine delle cose. Come ha scritto Sandokan su questo blog non c'è alternativa: per evitare che il mostro prenda forma occorre uccidere il  liberismo che lo porta in pancia. Sì quindi, tanto più da noi dove il fascismo nacque e affonda le sue radici, ad un antifascismo attivo, operante, intelligente. 

Non lo è quello che vediamo risorgere, che pare una scadente parodia di quello degli anni '70. Un antifascismo di maniera, tutto schiacciato sui "valori", ma i cui valori, a ben vedere, sono impastati con quelli della narrazione ideologica con cui il neoliberismo ha giustificato la sua egemonia. L'etica dei diritti umani, l'individualismo anarchicheggiante, l'edonismo consumistico, la ripugnanza cosmpolitica della nazione, il disprezzo per lo Stato. Con questi "valori" lo spirito delle élite neoliberiste si è impossessato come un demone del "corpo proletario". Un corpo che non c'è più e non potrà risorgere nella forma di prima.

Se i neofascisti avanzano è perché appaiono come i soli che rifiutano questi "valori" che vano perdendo la loro presa sulle larghe masse, che larghi settori di popolo considerano già adesso "disvalori". Essi si fanno largo perché sembrano i soli a raccogliere non solo il disagio e l'ansia di chi sta in basso, ma le richieste di sicurezza sociale, di sentirsi parte di una comunità nazionale, quindi di uno Stato che tuteli chi di questa comunità fa parte. 

Siamo così giunti al cuore della questione. L'antifascismo risorgente pretende e si illude di battere i neofascisti rifiutando come reazionarie le domande che salgono dalle viscere della società, opponendo loro, addirittura quali fattori identitari, proprio quei disvalori. Un antifascismo cosmopolitico, immigrazionistico, antinazionale antistatalista è condannato non solo a perdere, ma a fungere da truppa ausiliaria delle élite neoliberali.

L'antifascismo attivo, operante, intelligente deve, al contrario, accogliere le spinte che salgono dal basso, anzitutto dai settori falcidiati dalla crisi e più indifesi, fare propri, contro il crescente disordine sociale, i bisogni di sicurezza, di solidarietà comunitaria, di nazione e di Stato. Solo accogliendoli si può pensare di declinarli e indirizzarli in senso democratico, egualitario e socialista. Solo un patriottismo rivoluzionario può tenere testa al nazionalismo sciovinista e xenofobo.

Sarà possibile questa inversione di rotta delle sinistre radicali? Possibile sì, ma altamente improbabile perché si tratta di una vera e propria radicale palingenesi. Sarà impossibile, questa rinascita, se in tempi politici non entrerà in scena l'agente fermentante, il gramsciano intellettuale collettivo attorno al quale raggruppare nuove forze, che quelle vecchie sono oramai destinate a miglior vita. Detto altrimenti occorre un partito rivoluzionario, che sia il perno di una più vasto fronte popolare.

Lo ripetiamo: nella crisi si civiltà vincerà chi saprà mettere ordine nel disordine.

NOTE

[1] «Il fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell'avversario per distruggerlo».
Intervista sul fascismo. pp 6-7. Laterza 1975 . 





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5.2.18

IL MOSTRO DI MACERATA E L'ANTIFASCISMO di Piemme

Berlusconi minimizza sostenendo che si tratta di uno squilibrato mentale; i fascisti che giustificano la mancata mattanza; quelli che lo condannano come atto criminale; Salvini e la Meloni che dicono che la colpa è dell'immigrazione e di chi la favorisce; il Saviano che rimprovera a Salvini di essere il mandante morale; l'estrema sinistra, sulla stessa scia, se la prende tuttavia anche coi "complici silenti"; Di Battista che in quanto a ignavia supera tutti quanti. Ci sarà infine qualche cretino che griderà al complotto di qualche servizio segreto per favorire il Pd nelle urne.

C'è poi chi equipara il gesto del mostro di Macerata e quelli disperati degli islamisti riconducibili all'ISIS. La similitudine sta secondo me altrove: Traini, colpendo ogni immigrato che gli è capitato a tiro ha emulato le pratiche della destra neonazista e suprematista americana.

Dopo l'americanizzazione delle sinistre, abbiamo quindi l'americanizzazione del fascismo, lo sceriffo bianco fai date. Sintomo evidente di una società spappolata, il cui tessuto si va progressivamente sfasciando, producendo un'individualismo nichilista della morte.

Non c'è dubbio che questo Luca Traini, oltre ad essere un infame —come definire altrimenti chi fa il tiro al bersaglio con gente inerme e indifesa— è uno "squinternato"; uno squinternato che fa un'americanata ma con delle idee politiche fasciste, uno che per di più, solo un anno fa, era candidato della Lega di Salvini.

La qual cosa che ci dice? Ci dice che nel marasma italiano, pur tra stop and go, si va configurando un ectoplasma politico reazionario, diviso su molte questioni ma con un collante ideologico e sociale comune: la xenofobia. Ora Di Stefano si agghinda col doppio petto, ma nessuno deve dimenticare che nel 2011, a Firenze, il suo simpatizzante Gianluca Casseri sparò e uccise due ragazzi senegalesi. Ora Casa Pound è un avversario elettorale della Lega, ma non si deve scordare che nel 2015 Salvini e i "fascisti del terzo millennio" siglarono un patto politico il cui marchio di fabbrica era "basta immigrazione! prima gli italiani!". Il patto si è rotto perché Salvini decise di allearsi con Berlusconi. Vedrete che se questa alleanza dovesse rompersi, a crisi sociale incalzante, l'anima nera della Lega riporterà in auge quel perverso sodalizio. La barbarie sociale neoliberista, non solo produce anime nere, le spinge ad assembrarsi, a fare fronte.

C'è quindi una logica sociale, oggettiva, nella follia terrorista del "lupo solitario" Luca Traini. Guai a non vederla! Guai a coloro che se gli parli della xenofobia montante fanno spallucce.

Antifascismo necessario quindi, ma quale? Ce ne sono almeno due, uno può vincere, l'altro destinato a farci perdere. Per capire quali essi siano si guardi questo breve filmato sulla mobilitazione avvenuta ieri a Genova. Una grande e combattiva manifestazione indetta per protestare contro il crimine di Macerata. Pare che quelli del Pd siano stati cacciati dal corteo. Cosa buona e giusta. Si ascoltino quindi i due manifestanti che parlano al microfono. Sono l'icastica rappresentazione dei due antifascismi di cui parlo: quello patriottico del vecchio partigiano, e quello retorico e declamatorio difeso da un giovane. Ahimé non è quello partigiano che ha l'egemonia.

No so se faremo in tempo a fermare il mostro che la putrescente società liberista e liberale nutre nella sua pancia.

So che per impedire il parto si dovrebbe uccidere la madre che lo tiene in grembo. So che questo parto è agevolato da quelle sinistre bastarde le cui cifre identitarie sono oramai il disprezzo dello stato e della nazione, l'accoglienza a prescindere col mito suicida della "società multietnica", il cosmopolitismo liberal-cattolico al posto dell'internazionalismo.

So che per evitare una nuova tragedia storica occorre anzitutto rimettere ordine nei pensieri, sbarazzarsi dei fiori oramai appassiti e coltivarne di nuovi. Occorre ricostruire una nuova comunità politica dalle forti radici democratiche, rivoluzionarie e patriottiche.
Faremo in tempo?

Fonte: sollevazione

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30.1.18

DOPO LA BREXIT: CRESCE L' OCCUPAZIONE IN GRAN BRETAGNA

Ve lo ricordate quel che dicevano gli avversari della Brexit? Il Regno Unito ci lascerà le penne, l'economia entrerà in recessione, aumenteranno disoccupazione e povertà, i capitali fuggiranno all'estero. Più o meno gli stessi sfracelli che gli euristi fantasticano in caso di uscita dell'Italia dalla Ue e dall'eurozona.

Sta avvenendo invece il contrario, come dimostra questo report della Reuters. Sul fronte del lavoro la disoccupazione non era così bassa da quattro decenni. E i salari? Cresciuti ma secondo alcuni analisti meno dell'inflazione, che viaggia al 3,1%.



L'occupazione nel Regno Unito aumenta vertiginosamente, ed i salari crescono
di Andy Bruce e David Milliken

LONDRA (Reuters) - Il numero di occupati in Gran Bretagna è salito così come i salari, dati che potrebbero incoraggiare la Banca d'Inghilterra (BoE) a pensare che i tassi di interesse dovrebbero essere rialzati a breve.
La sterlina ha toccato 1,41 dollari, il livello più alto rispetto al dollaro USA dal referendum sulla Brexit del 2016, mentre i prezzi dei titoli di stato britannici sono scesi al livello più basso da ottobre.
L'economia britannica ha rallentato nel 2017 quando la maggiore inflazione —causata dal calo della sterlina dopo il referendum — ha danneggiato il potere d'acquisto dei consumatori. 
L'ufficio nazionale di statistica (ONS) ha dichiarato che il numero degli occupati è salito di 102.000 unità nei tre mesi precedenti a novembre, l'aumento maggiore da luglio, ciò che ha portato il numero di occupati a 32,2 milioni.
I posti di lavoro a tempo pieno hanno costituito la maggior parte dell'aumento, ed i lavoratori tra i 50 e i 64 anni sono coloro che ne hanno beneficiato maggiormente.
Queste cifre hanno alleviato le preoccupazioni sul fatto che il mercato del lavoro in Gran Bretagna stesse perdendo terreno.
«I numeri degli occupati ancora una volta suggeriscono chiaramente che l'economia del Regno Unito procede su una base più solida di quanto molti avevano previsto in seguito al voto referendario sulla UE», ha detto James Athey, senior investment manager presso Aberdeen Standard Investments.
La BoE ha aumentato i tassi di interesse per la prima volta dal 2007 a novembre, poiché la maggior parte dei suoi policymakers pensava che il forte calo della disoccupazione avrebbe presto iniziato a far salire i salari —una previsione che i dati di mercoledì giustificano, ha aggiunto Athey.
La maggior parte degli economisti si aspetta che il prossimo rialzo dei tassi della BoE ci sarà verso la fine di quest'anno, ma alcuni dicono che potrebbe arrivare anche a maggio.
L'ONS ha dichiarato che le retribuzioni dei lavoratori, esclusi i bonus, sono aumentate del 2,4% annuo nei tre mesi precedenti a novembre, l'aumento maggiore dal dicembre 2016.
Includendo i bonus, la crescita delle retribuzioni è rimasta al 2,5%.
«Tuttavia, siccome l'inflazione rimane superiore alla crescita delle retribuzioni, il valore reale dei salari continua a diminuire», ha dichiarato lo statista dell'ONS David Freeman.
A novembre, l'inflazione ha superato la crescita dei salari, raggiungendo il 3,1%, il massimo da quasi sei anni. Misurando entrambe le serie di dati nei tre mesi precedenti a novembre, le retribuzioni in termini reali sono diminuite dello 0,5% rispetto all'anno precedente.
I salari, rapportati all'inflazione, rimangono al di sotto dei livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2007-09.
I dati mostrano anche che il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,3%, il minimo da quattro decenni.
Samuel Tombs, un economista con Pantheon Macroeconomics, ha detto che il tasso di crescita annuale dei salari, esclusi i bonus, nei tre mesi fino a novembre rispetto ai tre mesi precedenti, è salito al 3,4%. Ciò suggerisce che non passerà molto tempo prima che la BoE alzi anche il tasso di interesse salirà al 3%.


*Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE



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