ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

23.5.17

Articolo 1: “Fondamenta” di cosa? Una scissione a destra del PD

Si è conclusa domenica "Fondamenta" la tre giorni di discussione politica e programmatica promossa da Articolo 1 -Mdp.
Di seguito pubblichiamo un intervento critico di Risorgimento Socialista a firma di Ferdinando Pastore (responsabile Europa), Riccardo Achilli (responsabile Economia) e Antonino Gulisano (Risorgimento Socialista della Sicilia).

«A Milano, con “Fondamenta“, il Movimento Democratico e Progressista di D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi e Scotto muove i suoi primi passi, all’ombra di un documento programmatico, scritto da Vincenzo Visco: il paradosso è quello di una scissione che nelle intenzioni dei militanti dovrebbe riportare la barra degli ex PCI a sinistra, dopo la svolta liberista renziana, ma che nelle parole dei dirigenti è quasi una “svolta a destra”.

Il documento di Visco, negli anni ’90 come Ministro uno dei responsabili massimi delle politiche ordo-liberiste e di austerità imposte all’Italia, nel descrivere i punti programmatici di Articolo 1, fa immediatamente saltare agli occhi due cose:

1) la globalizzazione viene descritta come un fenomeno naturale, non politico; quindi è impossibile invertire la tendenza. Al massimo si possono effettuare accordi al ribasso per le classi deboli.

2) la UE e l’euro rappresentano capisaldi ai quali è impossibile rinunciare, anzi originariamente, si dice, mentendo, erano progetti di democratizzazione e di gestione sociale della globalizzazione.

A conferma di questa impostazione, troviamo le parole di Pier Luigi Bersani sull’Europa e su Macron a La Gabbia: ” Chi pensa di risolvere i gravi problemi causati dalla finanza, dalle piattaforme informatiche, delle multinazionali ecc, cone le “mini sovranità” si sbaglia di grosso. Solo con sovranità mondiali tutto ciò può essere risolto. Macron non è Renzi, ha avuto esperienze di alto livello e governerà coi voti suoi a differenza di Renzi che lo ha fatto coi voti miei“.

Questo progetto politico, che vede D’Alema e Bersani come registi, serve solo ad annacquare e impedire (nella loro testa perché è destinato a fallire) la nascita di forze votate al recupero della sovranità politica e popolare e ispirate ad un costituzionalismo radicale. E quindi a limitare la nascita di una vera sinistra socialista e popolare.
Quella operata da D’Alema e Bersani è di fatto una scissione a destra del PD, dato che immaginano un rafforzamento delle strutture sovranazionali e contemplano un riformismo reazionario fatto un passo alla volta, gestito da tecnocrati italiani.

Loro eviterebbero la troika, con le troike fatte in casa. Sorprende, ma non più di tanto, che alcuni dirigenti, anche promettenti, della sinistra italiana possano essere affascinati da una lettura così mistificatoria della realtà e così assolutoria nei confronti della vecchia stagione della Seconda Repubblica.
La capacità di interpretare correttamente la Storia, in un periodo di così forti diseguaglianze, è l’unica premessa per essere credibili di fronte alla popolazione ed è l’unico modo per riuscire a parlare utilizzando il linguaggio della verità.

“Fondamenta“, da questo punto di vista, è stata un sostanziale fallimento: ai limiti enormi del documento di Visco, si unisce un D’Alema incapace di suggerire un sia pur timido processo di autonomia culturale della sinistra, ribadendo anche lui i Ciampi e gli Amato di 25 anni fa, sull’ineluttabilità dell’Europa, con una critica di facciata alla globalizzazione (quando l’euro altro non è che una manifestazione della stessa globalizzazione) e, in mancanza di un modello politico, un invito ad andare a catechismo da Bergoglio.

Dimenticando però quella parte del catechismo cattolico in cui si parla di accoglienza, D’Alema ha proposto di ripristinare la Turco-Napolitano, la legge istitutiva del sistema carcerario dei Cie, pur interrompendo la kermesse per partecipare alla marcia “senza muri“.

Una posizione ondivaga, utile per raccogliere qualche voto tra la borghesia benpensante ai Parioli, ma senza nessuno spunto di analisi, pensiero critico, opposizione sociale, lotta di classe, anti-liberismo, sovranità nazionale: non pervenuti.

D’Alema è tornato a criticare Renzi, salvo dire chiaramente che ci potrà essere un governo di centrosinistra, quindi evidentemente con Renzi. Bersani, rincarando la dose con involontario umorismo romagnolo, ha ribadito il no ad una alleanza con Renzi, ma sì ad una alleanza con il Pd, dimenticando che Renzi è il segretario del Pd. Tutti a strillare contro il liberismo, ma con ospiti due campioni del liberismo come la Bonino e de Bortoli.

Fondamentalmente, da “Fondamenta” è emerso un triste e malinconico rimpianto del tempo che fu, da parte di personaggi oramai superati dalla storia, che si aggrappano ad un mondo che non esiste più: l’ulivismo, inteso come coalizione di forze politiche che raggruppino liberali moderati, cattolici popolari e socialisti liberali. Un mondo che non esiste più perché la crisi economica ha spazzato via quel ceto medio a bassa differenziazione interna che, negli anni Novanta, si era espanso assorbendo e rimescolando in un mix liquido ed a bassa tensione conflittuale elementi delle tradizionali classi sociali proletarie e piccolo borghesi.
I lunghi anni di crisi ed ora di stagnazione hanno ripolarizzato la società, creando forme nuove di aggregazione sociale, fra piccola borghesia in rovina e sottoproletariato urbano in crescita, alimentato dalla caduta di componenti del proletariato industriale ed impiegatizio, e ceti emergenti, come il precariato cognitivo o i lavoratori della sharing economy, che esprimono un disagio socio-economico, accanto ad elementi ideologici vicini a quelli borghesi, e che vivono dentro una contraddizione fra struttura obbiettivamente disagiata e sovrastruttura ideologicamente orientata verso i gruppi sociali dominanti.
Questo nuovo assetto sociale è più facilmente catturabile dal populismo leghista (che interpreta bene i punti di contatto fra lumpenproletariat, ex élite operaie in crisi e piccola borghesia) e grillino (che riesce a dare una soluzione al dilemma strutturale/sovrastrutturale dei ceti emergenti, espungendo le tematiche ideologiche dalla sua proposta politica, che ne risulta così impoverita, ma più facilmente digeribile).

Il contrasto da sinistra a tale situazione richiederebbe una nuova forma di autonomia culturale e politica su temi delicati, come l’euro, l’immigrazione, il posizionamento geopolitico del Paese, una riflessione profonda sul rischio di una società lavoristica che si trovi a dover ridurre il ricorso al lavoro per via della rivoluzione tecnologica in atto.

Invece, la risposta dei pisapii-dalemian-scottian-bersaniani è una impaurita fuga all’indietro, verso formule politiche defunte (e, diciamolo pure, inefficaci anche quando furono proposte) con tanto di ritorno al Mattarellum.

La Storia schiaccerà queste posizioni, e se si continueranno a seguire posizioni come quelle di Articolo 1, l’evaporare della sinistra lascerà il campo ad un conflitto sociale che si giocherà tutto dentro la metà campo del capitale, fra piccola e media borghesia nazionale, alleata con i ceti emergenti e con il sottoproletariato urbano, e grande post-borghesia apolide e finanziarizzata, alleata con gli ultimi strati di ceto medio novecentesco disperatamente aggrappati alla speranza di non scomparire del tutto. Uno scenario in cui alla fine perderemo tutti.

Con “Fondamenta” è nato non un progetto, ma una formazione sociale per conquistare un posto al sole o un Consiglio d’amministrazione per una nuova “Ditta“. Il suo inizio è sempre contro qualcuno o qualcosa e mai per l’Italia.

Il progetto di Risorgimento Socialista ha messo in chiaro che la nostra prospettiva politica è costruire il Progetto e il Programma del Socialismo del XXI secolo per una alternativa di Governo: per una Italia ed Europa delle eguaglianze, delle equità, del nuovo lavoro del tempo libero, per un reddito e una redistribuzione per il lavoro come valore».




Fonte: risorgimentosocialista.it

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22.5.17

Prima l'italiano. Riprendiamoci la nostra lingua di Diego Fusaro

È ora di reagire all'imperversante tirannia della lingua inglese, emblema della mondializzazione dei corpi e delle menti. È giunto il momento di opporsi criticamente all'invasività dell'inglese coatto dei mercati e dello spread, della spending review e dell'austerity. Apoteosi dell' "esterofilia" e dell' "apatriottismo" - parole che prendo in prestito dal Gramsci dei "Quaderni" -, l'inglese operazionale dei mercati nulla ha, ovviamente, a che vedere con l'inglese culturale di Wilde e di Shakespeare: è, al contrario, un inglese aprospettico e asimbolico, che gli inglesi stessi, con giusto disprezzo, chiamano "globish".

L'inglese - si dice - dovrebbe servire a porre in dialogo le culture e favorirne il confronto: il suo obiettivo è, invece, oggi l'annichilimento delle culture e delle identità nazionali, di modo che sopravviva un'unica cultura, quella dello scambio e dell'economia. Che è, poi, l'annullamento della cultura, se è vero, come è vero, che essa può esistere solo nella pluralità delle culture in dialogo tra loro. Non v'è dialogo ove i plurali siano meri riflessi del medesimo, del consumatore apolide e asimbolico. Si crea, anzi, un monologo di massa fintamente multiculturale, che tutto riduce al "monocromatismo assoluto" (Hegel) della società a capitalismo integrale e a pluralità livellata.

L'uso coatto della lingua inglese - diciamolo senza perifrasi - serve oggi a rendere subalterni i popoli, conferendo, come con il latinorum, un'aura di sacralità autorevole alle scelte irresponsabili delle politiche neoliberiste (spending review and austerity), presentandole come necessitate, sistemiche, oggettive e addirittura intrinsecamente buone. Riprendiamoci dunque la nostra lingua e, con essa, la nostra dignità sovrana: parliamo italiano e dialoghiamo con le altre culture senza obliare la nostra.

Di qui occorre ripartire per un riscatto dei popoli. Nelle lingue nazionali, ce l'ha insegnato Herder, è da ravvisare lo scrigno in cui sono custoditi i tesori delle civiltà, i beni più preziosi del nostro passato.


Fonte: interessenazionale.net

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20.5.17

SOGNO UN'ITALIA SPACCATA IN DUE di Franz Altomare

Perché sostengo con forza la Confederazione per la Liberazione Nazionale - CLN

Sappiamo che non si può stare dalla parte di qualcosa o di qualcuno se non si ha il coraggio di stare contro qualcuno o qualcosa.

Da una parte il potere che oggi domina e governa, un potere avido e malsano, un potere che odia questo Paese e disprezza il nostro popolo ogni giorno più povero e infelice; un potere asservito alle oligarchie delle banche, della Unione Europea e della NATO dispensatrice di guerre.

Dall'altra parte del campo sogno un popolo che si compatta per riconquistare la democrazia, liberare il Paese dal vincolo della moneta unica e dei criminali dell'Unione Europea; un popolo che decida di essere sovrano in una nazione sovrana dove il Parlamento possa realmente decidere e dove la Costituzione del 1948 sia l'elemento unificante di posizioni diverse ma autenticamente democratiche: per una democrazia politica, sociale ed economica.

Da una parte le oligarchie del capitalismo finanziario e globalista e dall'altra le democrazie minacciate con i popoli che rivendicano la propria sovranità nell'unico spazio dove è possibile esercitarla, che è la sovranità nazionale sancita in Italia dalla nostra Costituzione del 1948.

Popolo contro élite.

Lavoratori oppressi, ceti produttivi, disoccupati, studenti e pensionati contro ceti speculativi, privilegiati, parassiti, banche e tutti i loro maledetti servi.

Sogno quindi che la parte migliore del nostro popolo prenda coscienza per trasformare il dissenso sociale in dissenso politico e diventi capace di convergere in una grande forza unitaria di liberazione nazionale per riportare la sovranità nelle mani di chi oggi ha perso ogni diritto.

Sogno un paese spaccato in due in cui sia chiaro chi sono i veri nemici della democrazia, della giustizia sociale e della pace e chi sono invece i sinceri sostenitori di un profondo cambiamento politico e sociale.

Tutti quelli che non prenderanno posizione in campo, tutti gli ignavi, gli opportunisti, gli ambigui, i politicanti carrieristi e gli ipocriti, i parolai e gli inetti saranno i nemici della giustizia sociale e della pace, saranno i nostri nemici.

Bisogna essere di parte.

Bisogna essere partigiani.

Lo dobbiamo ai nostri padri, e ai padri dei nostri padri che non hanno esitato a versare il proprio sangue per amore del nostro popolo e del nostro amato Paese.

Lo dobbiamo ai nostri figli.

Lo dobbiamo a noi stessi.

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19.5.17

"LAGER FABBRICA"

di Douglas Mortimer
Pubblichiamo una lettera scritta per La voce delle lotte da un operaio di FiatChrysler di Pomigliano d’Arco a Napoli, che descrive i livelli di ricatto nelle fabbriche degli Elkaan e gli aspetti psicologici dei lavoratori costretti a seguire la catena di montaggio. Per evitare una rappresaglia padronale terremo segreta la sua identità.

Mi alzo alle cinque. Tra un’ora parte la linea. Tempo di fare colazione, una rinfrescata e sono in fabbrica.
Un buongiorno veloce ai colleghi e la catena parte: 120 e passa vetture. Devo stare attento a non sbagliare nulla se no creo problemi ai colleghi e il direttore è lì pronto al richiamarci in caso contrario.
Girano voci di esuberi strutturali e se sbaglio potrei essere tra quelli o se non sono fra quelli potrei essere obbligato ad andare a Cassino. La cosa sarebbe peggio. 120 e passa vetture e la linea si fermerà. In quei dieci minuti di sosta spero di non aver bisogno di andare in bagno, se no non potrò gustarmi con piacere una sigaretta.
Nei seicento secondi di sosta che mi spettano ci sono molti colleghi che continuano a lavorare. Forse sbaglierò a fermarmi, sarò visto come un lavativo dai pezzi grossi che bazzicano fra i reparti, ma proprio non ce la faccio.
Alle otto e dieci devo stare sulla mia postazione di lavoro. Noi siamo quello che facciamo.. Altre vetture, 120 e passa. Guasto tecnico. Meno male! Posso prendere fiato. Giusto il tempo di sgranchirmi le ossa. Proseguo. Devo mettere a posto la postazione. Il WCM prevede che la mia postazione di lavoro sia più in ordine della mia casa. Speriamo che sia abbastanza breve la sosta forzata se no sarò costretto a rinunciare alla pausa mensa a fine turno.
Un quarto d’ora: la linea è ripartita!
Abbiamo fatto 16 vetture in meno, molto probabilmente non pranzerò- Quando producevamo le Alfa Romeo eravamo più operai e 100 vetture a turno in meno, il sabato restavo a casa. Me ne strafotto del riposo compensativo della prossima settimana. Sei giorni continui in catena di montaggio ti sfiancano. Tra cinque anni sarò un quarantenne. Non è come dieci anni fa, ma vivo di questo.
Arriva il team leader per avvisarci che nei prossimi dieci minuti di sosta tireranno cinque vetture, tasta il terreno per vedere chi è disponibile a restare, molti miei colleghi anche di altre linee solitamente lavorano anche nei dieci minuti di sosta, io dico di non voler restare, perché ho le mie esigenze fisiologiche, lui mi fa un’alzata di spalle molto seccata. Intanto si arriva alla seconda sosta. Usciamo fuori io e quattro miei colleghi, gli altri che restano a lavorare ci guardano con aria sbalordita. Stiamo solo fermandoci per riprendere un po’ il fiato, neanche fosse uno sciopero.
Una fila per il bagno; una fila per un caffè; mezza sigaretta buttata, perché non riesco a finirla prima del rientro.
Riprendo a lavorare e gira la voce che la mezz’ora di mensa servirà a recuperare le vetture perse in precedenza.
Penso che questa situazione è diventata insostenibile. Lo pensano i miei colleghi, tutti si lamentano, ma nessuno agisce. I sindacati firmatari sono i complici compiacenti delle decisioni aziendali, tutti li accusano, pochi strappano le tessere, qualcuno ha fatto la tessera con la Fiom, che è l’unico sindacato in rotta con l’azienda, lo farei anch’io, ma ho paura. Ho il mutuo da pagare, mia moglie non lavora sempre e i bimbi crescono assieme alle spese. Spesso penso che con questi ritmi e questo clima di oppressione psicologica ci lascerò le penne. E’ già capitato a qualche collega. Lavorare con l’ansia addosso non fa bene alla salute.
Altre 120, o forse qualcuna in più di vetture, la linea si ferma e siamo in otto a riposarci, fumo due sigarette una dietro l’altra. La linea riparte: l’ultima ora e mezza, anzi due ore.
Sono digiuno da stamattina, cominciano i capogiri dovuti alla fame, prima della cassa integrazione la mensa era alle undici, quella mezz’ora serviva oltre a rifocillarci anche a fermarci un po’ di più e ad affrontare le ultime fatiche con più forza, ma qualcuno ha deciso che non doveva essere così. “A Melfi si fa la pausa mensa a fine turno da una vita, ci riescono i colleghi lucani, ci possiamo riuscire anche noi” ci dicono. Una volta ci chiamavamo Alfa Romeo, Alfasud, ora siamo FCA. Il mondo e i mercati sono cambiati.
Una volta questa fabbrica dava lavoro a oltre 15 mila persone, ora siamo circa il 30 per cento di quella forza lavoro, e molti colleghi lavorano pochi giorni al mese, perché la Panda da sola non riesce a saturare l’intero impianto. Senza contare che sono più i capannoni vuoti e abbandonati che quelli attivi.
Finita. Finalmente sono nel parcheggio. Ho comprato uno snack vicino al distributore per alleviare il senso di fame. Mentre avvio la macchina una sensazione strana mi assale: sono appena arrivato a mercoledì, mancano tre giorni alla fine della settimana lavorativa, la prossima sarà corta ma di pomeriggio, salvo sorprese. Salvo che non venga chiamato dalla direzione aziendale per andare a Cassino.
Noi siamo quello che facciamo.


Fonte: lavocedellelotte.it

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18.5.17

Assemblea Alitalia a Cerveteri: “Riprende il volo la nazionalizzazione”

Si è svolta a Cerveteri il 12 maggio scorso l'assemblea pubblica con i lavoratori Alitalia per la nazionalizzazione di un'impresa strategica.
Qui un breve resoconto  

«Si è svolta il 12 maggio scorso a Cerveteri un Assemblea Pubblica tra Lavoratori e cittadini dopo la coraggiosa bocciatura , anche a Fiumicino, di un accordo irricevibile. 
Tale proposta prevedeva tagli al salario, nuovi processi di riduzione organico futuri e peggiori condizioni di lavoro, dopo il crollo della gestione Ethiad. L’assemblea aveva due obiettivi: non lasciare soli i lavoratori, molti dei quali residenti nel territorio e proporre soluzioni e una opportuna informazione circostanziata, oscurata dal circuito mediatico ufficiale, che esprime soltanto gli interessi di parte delle cordate di chi specula ed ha portato al collasso un azienda all’attivo in bilancio, per alcuni anni, nel 1980. 
Un paese che si fonda su una industria turistica ancora da valorizzare ed adeguare non può prescindere da una propria compagnia di bandiera: nella UE c’e’ posto soltanto per Lufthansa e Air France, con la parallela British Airwais.

Presente ed intervenuto il sindaco uscente Alessio Pascucci, che ha condiviso l’interesse per la vertenza attivandosi, ed alcuni esponenti della politica locale, come il segretario del PD di Cerveteri. 

Insieme a Fabio Frati della CUB trasporti, del Comitato per il NO a Fiumicino, è intervenuto anche un delegato della USB, Alessandro Villa.

Gli interventi di Labonia ( Ass. Indipendenza) Pastore (Risorgimento Socialista) De Paoli ( Arditi del Popolo di Civitavecchia ) Fabio Massimo ( Partito Comunista) e Climati ( Cerveteri Libera), hanno dato vita ed articolato un primo interessante esordio politico e convergenza delle forze sovraniste e anti-liberiste di una Sinistra dalla parte dei Lavoratori e dei diritti sociali spesso oggi trascurati».

Per Cerveteri Libera 

Il portavoce Luca Massimo Climati 

Fonte: terzobinario.it

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17.5.17

Il partito della nazione di Luciano Canfora

Un «partito della nazione» lo aveva abbozzato, in un certo senso, già Ciampi al tempo della sua presidenza. Alla base di una tale costruzione, descritta come «patriottismo repubblicano», c’erano molto Risorgimento e, in dosi minori, un po’ di Resistenza, resa però il più possibile apartitica, così come già era stato sterilizzato – da una lunga tradizione parascientifica – il Risorgimento, impastato in un’unica “polpetta”, e trasformato in moto corale armonico e univoco (l’esatto contrario di ciò che era stato nella realtà).

Ma il progetto naufragò, perché non era facile replicare sulla Resistenza la stessa operazione. La vicenda della guerra civile italiana, nel corso della quale si era sviluppato il movimento di liberazione, non poteva essere sterilizzata agevolmente. Bisognava rimuoverne la componente comunista, innegabilmente maggioritaria. Con schietto entusiasmo, uno studioso italiano che appare oggi incerto sull’orientamento da adottare, parlò – in un saggio dell’ormai lontano 1976 – di «epopea» comunista nella Resistenza italiana (ed europea). Né era facile, sol perché nell’89-’91 era crollato il “socialismo reale”, far svanire nel nulla tale epopea, così determinante per la vittoria del côté antifascista nella guerra civile italiana. Per altro verso il crollo del “socialismo reale” incoraggiava la sub-storiografia alla Montanelli-Pansa, intenta a fare della Resistenza, con un notevole successo editoriale, un bersaglio costante ed un costante oggetto di discredito.

In conseguenza di ciò, più che sterilizzarla, si provvide ad espungere la Resistenza dal codice genetico di un possibile “partito della nazione”: tanto più che, nel frattempo, il centro-destra, insediatosi saldamente al potere, grazie alle infami leggi elettorali di tipo maggioritario, provvedeva a ricollocare in una luce positiva larghe fette dell’esperienza fascista. E il fascismo come tale riprendeva comunque quota – nella frastornata coscienza diffusa – per il fatto stesso di essere stato l’antagonista più coerente del comunismo, che ideologi colti e meno colti si affannavano, per intanto, a descrivere come il vero male assoluto del secolo.

A questo punto il basamento ideale di un auspicato “partito della nazione” («patriottismo repubblicano» già diventava qualcosa di troppo sbilanciato a sinistra) si riduceva quasi a nulla. Oltretutto, nel frattempo, anche il Risorgimento veniva preso a spallate e fatto oggetto di scherno da parte del pilastro politico che ha consentito, per anni e anni, al centro-destra di governare, e cioè la Lega Nord; il cui leader carismatico incitava, in pubblici comizi, ad adoperare la bandiera nazionale come risorsa d’emergenza per l’igiene intima.

Venuti meno entrambi gli ingredienti, la destra non leghista si appagava della genericissima qualifica di “liberale” e il centro-sinistra adottava come propria qualifica fondante “l’Europa” (assunta quasi come un valore in sé!). E poiché sia gli uni che gli altri pretendevano a spada tratta di non essere né liberali né anti-europei, ne scaturiva che una qualche significativa e qualificante distinzione tra i due gruppi cominciava a diventare problematica (fatta eccezione, beninteso, per il diverso modo degli uni e degli altri di impiegare il tempo libero e soprattutto le serate).


[1] E. Galli della Loggia, Ideologie, classi e costume, in L’Italia contemporanea. 1945-1975, a cura di V. Castronovo, Einaudi, Torino 1976, p. 391.

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