ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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2.1.18

ELEZIONI: LE LISTE DI SINISTRA E L'EURO

Quindi il prossimo 4 marzo gli italiani saranno chiamati a votare. Sarà bene monitorare profili e programmi delle liste in lizza —ammesso che tutte riescano effettivamente a presentarsi.
Lo faremo mettendo a confronto quanto dicono sull'Unione europea e sull'euro poiché, come chi abbia sale in zucca sa, questi due punti, tra gli altri, sono di grandissima importanza, e quindi dicono molte cose sulla natura delle proposte in campo.

Oggi iniziamo osservando quanto si dice sul fianco sinistro del variegato campo politico.

Cominciamo da LIBERI E UGUALI CON PIETRO GRASSO.

Il loro programma è in costruzione, ma è facile immaginare che per gente come Bersani, che affermò... "No, non e' colpa dell'euro. Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al 
Mediterraneo con della carta straccia in tasca", un politicante che ha sostenuto il governo Monti, che ha votato tutto, dal pareggio di bilancio fino al Jobs act, essi si attesterànno su una posizione europeista, salvo dire, per salvarsi la faccia, che i Trattati andrebbero cambiati —le posizioni più avanzate di Fassina e D'Attorre sono infatti ultra minoritarie. Una posizione di comodo, quella della modifica dei Trattati, che di fatto unisce tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per renziani, berlusconidi e salviniani vari. 

Come si spiega che pressoché tutte le liste si presenteranno come euro-critiche? Si spiega col fatto che passata la sbornia europeista la grande maggioranza degli italiani, se non è contro l'euro è di sicuro "euro-scettica". Quindi, se vuoi prendere i voti, quantomeno, devi far finta di essere eurocritico o addirittura simil-sovranista.

Veniamo al MOVIMENTO CINQUE STELLE.
I grillini, dopo aver fatto fuoco e fiamme contro l'euro, sentendo profumo di governo, camaleonticamente hanno adottato una posizione che più ambigua non si può. 
L'incarnazione perfetta di questa doppiezza è il Di Maio. Ricordiamo quanto ha recentemente affermato:
«Non abbiamo mai detto che vogliamo lasciare l’Europa...vogliamo restare ma cambiare alcune regole. Ad esempio possiamo superare il parametro del 3% come hanno già fatto Germania e Francia, e poi bisogna rivedere alcuni trattati che stanno danneggiando la nostra agricoltura”...
“L’idea originale dell’Ue era buona e per quanto mi riguarda va separato il tema Ue dal tema Euro. Il referendum sulla moneta unica per noi è una extrema ratio. Vogliamo sederci ai tavoli europei e parlare fra adulti con gli altri leader Ue, con lo scopo di rinegoziare i trattati che stanno bloccando la crescita italiana. Spero che le istituzioni europee siano disposte a negoziare un’altra Unione”».
In un posizionamento di prossimità coi Cinque Stelle troviamo la LISTA DEL POPOLO.
promossa da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia. Mentre Ingroia lasciatosi alle spalle la tragicomica esperienza di Rivoluzione Civile, pur se solo di recente ha espresso posizioni alquanto nette a favore dell'abbandono dell'eurozona, il primo (Chiesa) non ha mai fatto mistero del suo europeismo in versione eurasista. 
Il combinato disposto vorrebbe essere una sintesi delle due posizioni, prevale tuttavia, anche in questo caso una improbabile variante di altreuropeismo. Dopo avare adombrato alla necessità del 
recupero della sovranità nazionale leggiamo al punto 7) del  programma:
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza. Vogliamo un’Europa democratica dei Popoli. Ogni limitazione della sovranità nazionale dovrà essere subordinata alla assoluta ed effettiva parità di tutti i contraenti e in nessun caso dovrà essere realizzata a spese delle garanzie democratiche previste dalla Costituzione. Occorre una nuova Costituzioneeuropea da sottoporre mediante referendum popolari all’approvazione dei cittadini, liberi nel pieno esercizio delle prerogative costituzionali e della propria sovranità nazionale».
Passando in rassegna la lista che raccoglie i rimasugli della sinistra radicale che fu ci imbattiamo in POTERE AL POPOLO.
Riguardo all'Unione europea leggiamo nel programma elettorale:
«Rompere l’Unione Europea dei trattati; costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali, che promuova pace e politiche condivise con i popoli della sponda sud del Mediterraneo; rifiutare l’ossessione della “governabilità”, lo svuotamento di potere del Parlamento, il rafforzamento degli esecutivi, l’imposizione di decisioni dall’alto perché “ce lo chiede l’Europa”».
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Abbiamo la riproposizione dell'altreuropeismo, in una versione solo più urlata di quella dell'Altra Europa con Tsipras, per la precisione nella versione paracula di Rifondazione comunista (che è a tutti gli effetti il dominus della lista in questione). L'innesto di Eurostop sembra servito a ben poco visto che della moneta unica, sembrerà assurdo, non si fa menzione. Lo stesso riferimento a "politiche condivise con i popoli della sponda Sud del Mediterraneo", visto l'orizzonte alla "altra Europa" è solo fuffa demagogica. 
Ovviamente guai a rivendicare la "sovranità nazionale" che per i promotori di questa lista sarebbe una parola d'ordine "nazionalista", se non addirittura fascistoide.

Si attesta su una linea del tutto simile la lista PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, messa su dai trotskysti, ovvero la coalizione elettorale tra Partito comunista dei lavoratori e Sinistra classe e rivoluzione (ex-Falce e martello).
Leggiamo nel programma elettorale della lista in questione:
«Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori. Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista».
Una formulazione sciatta e telegrafica  —anche in questo caso, del regime della moneta unica nessuna menzione—, a dimostrazione, oltre che dell'imperdonabile ritardo con cui certa sinistra estrema ha compreso la centralità strategica della questione della rottura con l'Unione, di una imperdonabile superficialità. Ma, come dire, meglio tardi che mai. Come per i loro cugini di cui sopra, vige il tabù della sovranità nazionale.
La sola voce fuori dal coro, l'unica lista che rivendichi l'uscita dalla Ue e dall'euro è quella dello staliniano PARTITO COMUNISTA di Marco Rizzo. Leggiamo da un loro manifesto:
«Fuori dalla UE, dall’euro e dalla Nato è la parola d’ordine che i comunisti pronunciano, senza chiudersi in nessuna visione nazionalistica, senza prospettare un semplice ritorno al passato. Insieme a noi lottano in questa direzione i comunisti di tutta Europa, per la liberazione comune delle classi lavoratrici dei nostri Paesi dallo sfruttamento capitalistico, dal potere dei grandi monopoli».
Solo che, in maniera del tutto simile ai fratelli-coltelli trotskysti, la rottura dell'Unione e l'uscita dall'euro è spostata nell'orizzonte lontano del socialismo. Il che implica, siccome
non ci si deve chiudere ".. in nessuna visione nazionalistica", e si rifiuta ogni "ritorno al passato", che senza rivoluzione socialista tanto vale restare nella gabbia eurocratica. Che è come dire: "Caro dottore, sapesse quanto piango bene in questa valle di lacrime..."
C'è chi ricorda che Marco Rizzo, in quanto dirigente di Rifondazione stava coi governi Prodi che ci portarono nell'euro, e poi, esponente di punta del cossuttiano Partito dei comunisti italiani era addirittura nel governo D'Alema che bombardava la Iugoslavia.
Di acqua ne è passata sotto i ponti...




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20.12.17

"POTERE AL POPOLO"... QUALE POPOLO? di Moreno Pasquinelli

Sabato scorso, mentre alcuni di noi erano a Roma al centro Congressi Frentani all'incontro nazionale per la "Lista del Popolo" promosso da Giulietto Chiesa e Ingroia, si svolgeva, non distante, l'assemblea della sinistra-radicale-radicale. Obbiettivo: scendere in campo in vista delle elezioni con una lista che si chiamerà Potere al Popolo.

Un'assemblea che contrariamente a quella di Ingroia e Chiesa ha avuto un indubbio successo. Ampia la partecipazione (teatro stracolmo), grande entusiasmo, grazie anzitutto alla forte presenza giovanile. La vera "mossa del cavallo", quella dei napoletani di Je So' Pazzo, ha sortito dunque l'effetto sperato, quello di galvanizzare e raggruppare i cascami della sinistra antagonista che considera il Pd un nemico e che rifiuta di andare a rimorchio del nuovo partito dalemiano-vendoliano di Liberi e Uguali. Che questo successo preceda quello elettorale (superare la soglia di sbarramento del 3% per mandare in Parlamento una decina di deputati) ne dubitiamo.

A scanso di equivoci voglio fare i miei auguri a questo "esercito di sognatori": nel desolante panorama politico italiano, nell'assenza oramai quasi certa di una lista del sovranismo costituzionale, meglio un Parlamento con una loro pattuglia che senza.

Allora, mi chiederete: "sei forse per votare Potere al Popolo?". No, a meno di fatti nuovi, non li voterò. Il principio tattico di sostenere il "male minore" vale se questo "male minore", essendo una forza di massa, serve almeno a sventare la vittoria del nemico e la stabilizzazione del suo regime. Con ogni evidenza, dato che parliamo di una esigua minoranza politica, non è questo il caso. In questi contesti vale semmai, se non il principio del "bene maggiore", quello del "bene minore", e Potere al Popolo non lo è, e non lo è per alcune sostanziali ragioni.

Alcune di queste ho già provato a spiegarle giorni addietro decifrando la visione sociale e politica dei napoletani di Je So' Pazzo. Il manifesto di Potere al Popolo, per quanto concordato con i diversi moribondi della sinistra radicale saliti sul carro partenopeo, mentre conferma i ragazzi napoletani come i veri artefici dell'impresa, giustifica quanto ho già scritto.

Aggiungo alcune brevi e schematiche considerazioni.

C'è un passaggio del Manifesto ove i promotori la dicono tutta:

«Un movimento (...) che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi».

Come si vede i morti continuano ad allungare le mani sui vivi. Qui, al netto della sequela dei sostantivi, si resta ancora dentro la prigione simbolica e identitaria della sinistra che fu. Il "popolo" a cui ci si rivolge non è quello realmente esistente, quello prodotto da quarant'anni di neoliberismo e da dieci anni di dura austerità (e le cui meschinità attuali son pari alla sua potenza eversiva), resta quello immaginario di piccole minoranze radicalizzate. Non c'è niente da fare, non si vuole prendere atto che il divorzio tra le sinistre vecchie e nuove ed il popolo è oramai consumato, irreversibile. Così i toni "populisti" finiscono per risultare una maschera che non riesce a camuffare l'ennesimo tentativo di resuscitare il cadavere della sinistra. La novità, se di novità si tratta, è la cifra movimentistica e sindacalistica dell'impresa. Un bertinottismo senza Bertinotti —che la lezione del populismo pare invece l'abbia appresa. L'ostinazione con cui si immagina vincente il proporsi come quelli "veracemente di sinistra" ci consegna un populismo cosmetico, anzi, un populismo senza popolo che non va quindi da nessuna parte.

Il "popolo" che questi compagni hanno in mente non ha infatti né anima né sostanza. Se non è un'astrazione metafisica è la risulta del melting pot fallito venuto fuori dalla globalizzazione (prima "parolina" assente nel Manifesto?) Rimosso infatti con disprezzo scaramantico il concetto di Stato-Nazione, il demos che ne viene fuori, ove non sia un luogo di fantasia, è l'inferno della multietnicità post-nazionale, quindi imperiale. Cancellati quindi i principi della cittadinanza (seconda "parolina" mancante) e quello della sovranità (terza "parolina" censurata).

Un popolo che non sia dentro un demos, che non senta la nazione come sua, quindi come patria propria, è un popolo senza identità storica; non cittadini bensì moltitudine (negriana) di sudditi, una plebe destinata a vivere soggiogata ed alla quale si lascia ogni tanto la facoltà di ribellarsi, mai però quella di esercitare il potere.

Che la nostra società ed il nostro popolo si siano definitivamente americanizzati? Che la "società civile" —che il liberismo ha portato al grado più estremo di atomizzazione— sia tutto e il Politico nulla? Se questo fosse vero avrebbero ragione loro, i ragazzi partenopei; non resterebbe che rassegnarsi a costruire qua e là nicchiette multietniche di solidarietà mutualistica, che solo un certo revival social-utopistico può immaginare come immuni dalla pervasività tossica del mercato capitalistico.

Sì, noi siamo molto distanti da questa visione. Noi riteniamo che a maggior ragione davanti ad un popolo spappolato dalla globalizzazione neoliberista, il Politico abbia primazia assoluta, e che solo attraverso la leva politica si possa riconsegnare al popolo italiano, voce, identità, coraggio, missione storica, potenza. Ove Potere è potere statuale nel demos costituito dalla nazione o semplicemente non è.

L'ondata populista che sta travolgendo l'Occidente e le sue élite cleptomani e oligarchiche pare non aver insegnato niente ai promotori di Potere al Popolo. A noi ci indicano che serve costruire direzione politica, ovvero un Partito politico, democratico, patriottico e socialista. Una forza che organizzi chi sta sotto contro chi sta sopra, seguendo una strategia che faccia del popolo lavoratore la forza motrice del processo di liberazione nazionale dal giogo dell'Unione europea e del capitalismo casinò; perno di un'alleanza ampia che sventi la minaccia di una svolta reazionaria e che guidi, dentro lo stato d'emergenza in cui ci stiamo ficcando, il passaggio attraverso la porta stretta della rivoluzione democratica.

Ed ecco che siamo giunti al nodo centrale della questione, quello che la sinistra sinistrata non vuole vedere, quello di un Paese già incatenato da tempo immemore al ceppo della Chiesa cattolica, poi da settant'anni a quello della NATO ed infine inchiodato alla croce euro-tedesca. Il nodo gordiano dell'indipendenza nazionale che può essere sciolto solo con la spada della decisione politica sovrana, e che invece i nostri si sognano di risolvere irenicamente affidandosi non al popolo italiano, in cui non credono e che al fondo disdegnano, bensì al fantasma angelico dei "popoli" europei. Ci mancava solo l'Altra Europa con Tsipras reloaded.

Come ebbe a dire Ciro Menotti, martire della Repubblica Romana, prima di salire sul patibolo invocato dai preti e allestito dalla soldataglia francese: "Italiani ricordatelo, non dovete fidarvi che di voi stessi".




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4.12.17

JE SO' PAZZO: L'ESERCITO DEI SOGNATORI di Moreno Pasquinelli

[ 2 dicembre 2017 ]

Cancellata la seconda assemblea del Brancaccio, prevista per il 18 novembre, il gruppo napoletano Je So' Pazzo ha preso la palla al balzo per riunire, lo stesso giorno, quelli che essi stessi han chiamato "l'esercito dei sognatori". 

La proposta che i ragazzi napoletani, non senza intelligenza, hanno messo sul tavolo era chiara: costruire una lista elettorale la quale non usasse più i simboli del tradizionale antagonismo d'estrema sinistra, che sapesse parlare alla grande maggioranza dei cittadini maciullati dalla crisi sistemica. In poche parole: una lista populista di sinistra. Il grido di battaglia proposto è stato, non a caso, "potere al popolo". 

Chissà, ci siamo detti, che proprio da quel di Napoli, anche grazie alla semina di De Magistris, non arrivi la resipiscenza tanto attesa di una sinistra incartapecorita e abbarbicata alla vetusta iconografia identitaria. Chissà, ci siamo detti, che non si recepisca finalmente la lezione d'Oltralpe di France Insoumise. 
L'inferno, tuttavia, è lastricato di buone intenzioni. Detto in altri termini: accettabile il punto di partenza, non è detto che lo sia il punto d'arrivo.

Cos'è infatti accaduto all'assemblea del 18 dicembre? Che mentre di "popolo" ce n'era poco, folta era la schiera dell'estrema sinistra organizzata: Rifondazione, il Partito Comunista Italiano, i rimasugli dell'Altra Europa con Tsipras, Sinistra Anticapitalista ed Eurostop, ecc. La qual cosa, beninteso, non è un male di per sé. L'unità è cosa buona e giusta, a patto che certi endorsement non causino uno snaturamento dei contenuti e del profilo dell'impresa. Come suona la massima: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

L'impressione che abbiamo ricavato dall'assemblea non faceva dunque sperare niente di buono. Sull'evento veniva infatti posta una pesante ipoteca. Consapevoli della propria insufficienza, che costruire una lista elettorale a livello nazionale non è cosa facile —prima ancora che centinaia di candidati c'è bisogno di migliaia di attivisti che portino avanti la raccolta delle firme e la campagna elettorale— i promotori dell'assemblea hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Consapevoli delle insidie sul percorso e del rischio di uno snaturamento della loro proposta (che alla fine venga cioè fuori una lista di sinistra-sinistra) i ragazzi napoletani hanno pensato bene di, come si dice, "mettere i paletti", indicando quella che per essi dovrebbe essere la base politico-programmatica della lista in questione. Hanno così meritoriamente pubblicato sul loro sito un documento dal titolo POTERE AL POPOLO! UNA PROPOSTA DI PROGRAMMA.

Ora è quindi possibile dare un primo, circostanziato giudizio, dell'iniziativa. Certo, modifiche in corso d'opera saranno possibili. Si è già aperto il conciliabolo, il negoziato politico per limare la piattaforma —ogni componente cercherà di inserire questo o quel punto "qualificante"—, tendiamo tuttavia ad escludere che la sostanza ed il profilo possano cambiare. [1]

Ahinoi, il nostro giudizio su questo documento non è positivo. Vorremmo sbagliarci ma si finirà per dare vita ad una lista condannata al minoritarismo politico, che non solo non supererà lo sbarramento del 3% previsto dalla nuova legge elettorale ma, quel che è più grave, non offre la base necessaria per costruire una nuova forza popolare di massa che punti a fare uscire il nostro Paese dal marasma in cui chi comanda l'ha gettato.

Nella importante premessa al documento leggiamo: 
«In queste pagine abbiamo provato a sintetizzare i contenuti espressi dalle mobilitazioni degli ultimi dieci anni di crisi (...). Di tutte queste mobilitazioni abbiamo registrato le voci all'assemblea del 18/11 a Roma, dove decine di interventi, da più parti d'Italia, hanno raccontato esperienze di resistenza, partecipazione, attivismo, lotta; abbiamo provato a costruire un programma minimo che le tenga dentro e le connetta tutte.
Abbiamo voluto scrivere un testo breve e incisivo perché crediamo che non ci serva un lunghissimo elenco di promesse e proposte, ma pochi punti forti su cui in tanti possiamo continuare a impegnarci con l’obiettivo del protagonismo delle classi popolari».
La prima cosa che salta agli occhi è la distanza tra le intenzioni degli autori e il prodotto finale. Il documento non è affatto né "breve" né "incisivo e, peggio ancora, è proprio una gragnola di obbiettivi, un'affastellata lista della spesa di riforme sociali. Abbiamo fatto il conto: ci sono la bellezza di 67 obbiettivi (!) da conquistare, che vanno dall'attuazione della Costituzione ad una nuova politica dei rifiuti. Obbiettivi e riforme sbagliati? Per niente, sulla carta quasi tutto giusto. Allora, vi chiederete, cos'è che non va? 

Non va l'astrattismo politico del tutto. Il particolare è confuso col generale; la tattica messa davanti alla strategia. Mancano un giudizio sulla crisi sistemica e dunque una critica in profondità dei processi di globalizzazione (affiora anzi, l'idea che la globalizzazione sarebbe buona cosa se fosse "dal basso"); sfugge chi sia il nemico fondamentale del popolo e dunque quelli secondari; la critica dell'Unione europea risulta fragile e superficiale (la moneta unica non è nemmeno  menzionata); del tutto assente la dimensione nazionale della battaglia sociale e politica (rientra anzi dalla finestra l'europeismo quando si invoca, come orizzonte di riferimento, la ricostruzione di un aleatorio "spazio europeo"); del tutto irreperibile il ragionamento sul governo del Paese, sul fatto che solo con un governo popolare d'emergenza il Paese potrà uscire dal marasma; assente perciò ogni discorso sul blocco sociale e le eventuali alleanze politico-sociali per attuare le trasformazioni necessarie — di passata, chi voglia capire come la pensiamo, vada al Manifesto della C.L.N. ed al suo Decalogo.

Insomma, a fronte di una bulimia della dimensione sociale, abbiamo una specie di anoressia politica, una imperdonabile noncuranza del Politico, ovvero della centralità del potere politico e statuale. 

QUALE POPOLO, QUALE POTERE POPOLARE?

Non è vero, ci si risponderà, nel documento è posta con forza la questione del "potere popolare". Vero, ma andiamo a leggere cosa i nostri intendono per "potere popolare".
«Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.
Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo: quello che noi – ma non solo noi – abbiamo provato a mettere in campo lo abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano».
Quindi "costruire potere popolare" sarebbe un "metodo", che consiste essenzialmente nel "prendere confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano"; nel controllo, da parte di chi sta in basso, delle scelte di chi sta in alto, una "palestra dove le classi popolari si abituano ad esercitare il potere". Vero, ci sono molte dimensioni del "potere": si va dal condominio, al caseggiato, al quartiere, all'azienda in cui sui lavora, alla città. Ma in cima a tutto, com'è evidente, c'è il potere dello Stato. Giusto che i cittadini abbiano la facoltà di autoamministrarsi democraticamente, di "allenarsi" a governare partendo dai livelli sociali più elementari, ma tutto questo "allenamento" sarebbe vano ove non sia finalizzato a strappare il governo e le leve decisionali dalle mani della plutocrazia e delle sue élite politiche. Da qui discende la centralità della suprema dimensione politica, quella per il potere statuale. Dimensione da cui dipendono, a scendere, tutte le altre, ad essa subordinate. Come diamo infatti lavoro ai disoccupati senza un'efficace politica statale? Come usciamo dal marasma mercatista senza un ruolo economico attivo dello Stato? Come riorientiamo, in una prospettiva ecologica, produzione e consumi senza una programmazione statuale di lungo periodo? Come realizzare una politica economica senza sovranità monetaria?

Ed eccoci giunti al nodo dei nodi che caratterizza il momento attuale: dato che oggi queste leve risiedono in gran parte in potenti organismi sovranazionali tecnocratici, quali quelli dell'Unione europea, emerge la dimensione nazionale della battaglia politica: la necessità di uscire dall'Unione, di riconsegnare al Paese piena sovranità, sovranità senza la quale non c'è democrazia, non c'è libertà, non c'è giustizia sociale. Sovranità nazionale senza la quale la tanto evocata "attuazione della Costituzione" resta uno slogan vuoto e il "potere popolare" diventa una ingannevole chimera. Fino a prova contraria non c'è mai stata democrazia né tantomeno "potere popolare" in entità imperiali e imperialistiche. Non è un caso che questa "parolina", sovranità, sia del tutto assente dal documento, a dimostrazione che la "questione nazionale" resta un insuperabile tabù.

Vorremmo quindi chiedere ai nostri cosa essi intendano per "popolo". Il sospetto è che abbiano in mente lo spappolato ectoplasma "moltitudinario" partorito dai processi di globalizzazione. E allora non ci siamo, perché sulla "moltitudine" globalizzata non avremo alcun soggetto reale, in quanto "popolo" significa una comunità con radici storiche, che a sua volta sta dentro un demos determinato, e questi non è altro che lo stato nazione — ovvero proprio quella dimensione politica che le potenze del capitale sovranazionalizzato e deterritorializzato vogliono smembrare. E proprio per questo assalto globalità, la funzione del soggetto Politico è cruciale, poiché qui si tratta di ricostruire un popolo, ridargli memoria, identità, missione storica.

MUTUALISMO E ANARCHISMO

Ci sono due tradizioni e due visioni alle spalle di questo tabù, che spesso risultano complementari l'una all'altra: quella cosmopolitica della sinistra snob, e quella internazionalista nella sua versione anarchica. L'anarchismo, a ben vedere, è la fonte da cui sgorga il discorso di JE SO' PAZZO.

Nel documento si legge:
«10. MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE
Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, questo deterioramento riguarda la salute, l'istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc. In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all'attacco dei ricchi e potenti; un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura); una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare. Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso sprechi di denaro pubblico e corruzione».
Cosa c'è di male, ci direte, nel "mutualismo" sociale, nel promuovere reti solidali di resistenza di chi sta in basso? C'è di male che se il mutualismo, da pratica strumentale ad una strategica politica di lotta per il potere, diventa LA strategia politica, non si va da nessuna parte. 

A chi non è nato ieri non sfugge che questo fare del "mutualismo" una strategia ci riporta al padre del sindacalismo anti-politico, anti-statalista e mutualista, l'anarchico francese P.J. Proudhon.  Più recentemente ci conduce a SYRIZA che, quand'era all'opposizione, fece delle pratiche mutualiste e assistenziali "dal basso" la principale leva per giungere al potere. Come è andata a finire lo sappiamo tutti: una volta al governo il mutualismo è andato a farsi friggere —in Grecia lo fa Alba Dorata, come qui da noi Casa Pound— visto che SYRIZA ha applicato ed applica con estrema diligenza le misure draconiane chieste dalla troika.

Va bene sbarazzarsi del simbolismo identitario ed ideologico della crepuscolare sinistra comunista, ma sbarazzarsi di Marx per tornare a Proudhon, per di più in una versione minimalista ed edulcorata, questo, in punto di 
P.J. Proudhon
teoria, è difficile da accettare. C'era un tempo in cui a sinistra si vaticinava un "ritorno a Marx". Adesso che Marx è considerato un cane morto, si riscoprono gli ittiosauri del socialismo utopistico che Marx, con la sua analisi del modo d'essere e delle leggi economiche del capitalismo, pensava di aver seppellito.

Ma sorvoliamo sulla teoria "astratta" e veniamo alla pratica. Davvero si pensa di potere far fronte all'offensiva a tutto campo del nemico — la potentissima borghesia neliberista che, trans-nazionalmente consociata, detiene tutte le principali leve del potere economico, finanziario, politico e militare globale—, coi pannicelli caldi del  mutualismo gradualista? Con il sindacalismo sociale municipalista? 

Oggi, come ai tempi di Proudhon, si tratta di una colossale illusione, che finisce per fungere da variante ("dal basso") del più tradizionale riformismo di sinistra. I nostri pensano evidentemente, andando a pescare nelle origini mutualiste e sindacaliste del movimento operaio (non di quello italiano per la verità), ad un lungo e progressivo cammino, fatto di modifiche a dosi omeopatiche, fino a quando le reti di produzione, scambio e distribuzione mutualistici, non prenderanno il sopravvento et voilà, il capitalismo verrà soppiantato. Ma l'Italia e il suo popolo non hanno davanti questi tempi lunghi, né dovrebbero sperare che la strada del riscatto e della liberazione sia quella sopra descritta.

Esageriamo nel dire, visto che siamo in Italia, capitale del cattolicesimo mondiale, che non può esserci, su piano del mutualismo, competizione con l'assistenzialismo della Chiesa? Esageriamo nell'affermare che questo mutualismo sociale, collassati i meccanismi di welfare, svolgendo un ruolo di supplenza dello Stato, finisce per essere funzionale al sistema neoliberista? 

In conclusione che abbiamo? Abbiamo che JE SO' PAZZO ci propone sì la costruzione di un movimento populista, ma la versione che viene avanzata è irricevibile in quanto, sotto una verniciata di novità, si cela una versione edulcorata del vecchio mutualismo di matrice anarco-sindacalista, col suo rifiuto dello Stato, della nazione quindi, in ultima istanza, della politica. Per cui, se l'obbiettivo era quello di andare incontro alla grande maggioranza dei cittadini delle più diverse classi sociali maciullati dalla crisi sistemica, cercando la via per una connessione emotiva col popolo, esso è stato palesemente mancato. 

NOTE

[1] L'esito finale sarà deciso dal negoziato più spinoso e successivo, quello sulle candidature nei collegi uninominali e, soprattutto sui capilista dei plurinominali. Non si sa mai: certi matrimoni si rompono già sull'altare, tanto più se sono di gruppo —"molti i chiamati, pochi gli eletti".



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8.11.17

ELEZIONI: OLTRE LA SICILIA di Piemme

Risultati attesi, quelli emersi dalla urne siciliane? Mica tanto. 
Erano nell'aria sia la tenuta dei Cinque Stelle che la vittoria dell'Armata Brancaleone capeggiata da Musumeci. 
Inattesa, per le proporzioni, la batosta presa dal Pd renziano. Più seri del previsto i flop di Alfano, e quello della sinistra sinistrata che va da D'Alema e Fratoianni includendo Rifondazione comunista. 
Non solo il Pd esce accoppato dalle urne, schiantano entrambi i suoi alleati, quello sul fianco destro come quello sinistro (e al di là delle ciance un buon risultato di Mdp era auspicato dalle élite dominanti). 
E' stato fatto a pezzi il disegno di un blocco politico-sociale che avrebbe dovuto fare da argine ai..."populismi", quello pentastellato e quello di destra. Ciò che avrà pesanti ripercussioni sul quadro politico generale.

Le urne siciliane hanno intonato il de profundis per Matteo Renzi. Lo spaccone toscano è oramai un morto che cammina. Per le élite cupolari dominanti che considerano il Pd la loro essenziale protesi politica è un bel problema. Esse avevano messo nel conto, già dopo la sconfitta al referendum di un anno fa, che Renzi era un leader debole. Ora sono costrette, in vista delle elezioni politiche, dato che vogliono che il Pd resti il baricentro del potere, a sbarazzarsene e mettere al suo posto qualcun altro. Ma chi?

Non c'è in vista un Macron 2.0, visto che il primo, il Matteo appunto, è giunto a fine corsa.
Un problema drammatico per l'élite eurista italiana, quella che dopo il "golpe dello spread", defenestrato Berlusconi, ha tenuto le redini del Paese, sottoponendolo alle terapie euro-tedesche, per nome e per conto delle oligarchie plutocratiche globali. L'establishment cercherà disperatamente una soluzione,  ma ha bisogno di tempo e per questo non è escluso che si spostino le elezioni 2018 da marzo a maggio.

Chi governerà dopo le prossime elezioni?
LorSignori avevano messo nel conto un altro "governo delle larghe intese", ma con il Pd in posizione centrale. Ora che questa ipotesi è più aleatoria che mai si getteranno nelle braccia del Cavaliere? No, non si fidano per niente, anche perché la coalizione di centro-destra andrebbe in frantumi alla prima prova seria. 

E di prove serie, l'Italia, ne avrà diverse nei prossimi mesi. Ammesso e non concesso che una nuova tempesta economica recessiva non ci piombi addosso nel prossimo futuro, si dovrà fare i conti con le strette che chiederanno Berlino e Bruxelles, sul debito pubblico, sul sistema bancario. L'eurocrazia metterà chi salirà al governo con le spalle al muro: se l'Italia vorrà far parte del nocciolo duro della Ue dovrà adottare nuove draconiane misure antipopolari.
Per questo l'élite fa gli scongiuri all'idea che sia il Movimento 5 Stelle ad andare al governo. A chi comanda, il M5S serve come sfogatoio e calmiere dell'indignazione popolare, di dargli le chiavi di palazzo Chigi non ci pensano nemmeno.

Ecco dunque che, se le urne in primavera ci consegnassero, come sono certo, un tripolarismo di storpi, quindi un quadro ad alta instabilità politica e istituzionale, un nuovo commissariamento dell'Italia diventa altamente probabile, ma questa volta in una forma ancora più brutale di quanto avvenne con Monti. La troika in Italia?

Il Paese entra dunque, chiusa la parentesi renziana, in una nuova fase di forti fibrillazioni. Questo ci dicono anzitutto le elezioni siciliane ove quella venuta dalle urne fosse, come sembra, la tendenza generale destinata ad affermarsi.






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13.8.17

ANARCO-IMMIGRAZIONE: ANCHE BERNIE SANDERS DICE NO

Giorni addietro davamo conto delle posizioni sull'immigrazione sia di Geremy Corbyn —CORBYN: NO ALL'IMMIGRAZIONE ALL'INGROSSO— che di J. L. Melenchon —IMMIGRAZIONE: MELENCHON NON PIACE PIÙ AI COMPAGNI ITALIANI.
E segnalavamo come, a causa del loro rifiuto dell'anarco-immigrazione, entrambi non sono più nelle grazie della sinistra-sinistrata italiota.  Un'altra tegola si abbatte adesso sui fondamentalisti dell'accoglienza a prescindere. Si tratta delle affermazioni di Bernie Sanders. Dopo essere stato portato sul palmo della mano dall'élite della sinistra "radicale", facile immaginare che cadrà in disgrazia anche lui. Ora i sinistrati sono davvero orfani, non resta loro, come mentore, che il gesuita Papa Bergoglio. Veniamo a sapere della tegola dall'amico Thomas Fazi che ha tradotto nella sua pagina facebook, uno stralcio di una lunga intervista rilasciata a fine luglio a Ezra
Klein (vedi più sotto tutta la registrazione). Riportiamo il decisivo passaggio sull'immigrazione.



«EZRA KLEIN. Da socialista democratico quale sei, hai naturalmente un approccio internazionalista alle cose. Se guardiamo alla questione della povertà globale, per esempio, immagino che questo approccio ti porti alla conclusione che negli USA dovremmo aumentare notevolmente il livello dell'immigrazione, e magari anche adottare una politica di apertura totale delle frontiere...
BERNIE SANDERS. Apertura delle frontiere? Questa è una proposta di destra.
EZRA KLEIN. Ma arricchirebbe molti poveri nel mondo...
BERNIE SANDERS. Sì, e renderebbe più poveri gli americani. sarebbe la fine del concetto di Stato-nazione. Se credi nell'idea di Stato-nazione, ritengo che tu abbia anzitutto il dovere di fare tutto il possibile per aiutare le persone nel tuo Paese. I conservatori, i padroni in questo Paese non sognano altro che una politica di frontiere aperte, per portare dentro gente disposta a lavorare per 2-3 dollari l'ora. Per loro sarebbe una manna dal cielo. Io la penso in maniera completamente diversa. Io penso dovremmo aumentare i salari. Penso che dovremmo fare tutto il possibile per creare milioni di posti di lavoro per le persone attualmente disoccupate in America. Sai qual'è il tasso di disoccupazione giovanile negli USA oggi? Il 33% per i laureati bianchi, il 36% per gli ispanici, il 51% per gli afroamericani.Pen si veramente che dovremmo aprire i confini e portare dentro il Paese masse di lavoratori a basso costo? Non pensi che forse dovremmo cercare prima di tutto di creare posti di lavoro per quei ragazzi disoccupati? Penso che da una prospettiva morale abbiamo il dovere di lavorare con il resto del mondo industrializzato per affrontare il problema della povertà internazionale, ma non è impoverendo le persone in questo Paese che si affronta il problema».

Ogni parola in più è superflua, salvo sottolineare che nelle condizioni sociali date, il filantropismo simil-umanitario per cui "via le frontiere, entrino tutti", non è solo una bestialità politica, è una posizione immorale.


 

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2.8.17

SICILIA: MANOVRE E MANOVRATORI A SINISTRA di S. St.

Nella foto accanto l'assemblea della "sinistra alternativa", svoltasi a Palermo il 29 luglio (Hotel Astoria).

Ne abbiamo scritto ieri, ricordando quali fossero le forze che vorrebbero dare vita alla lista in vista delle regionali. Ho già scritto che il perno di questa coalizione è il Partito della Rifondazione Comunista, a ruota il Partito Comunista Italiano di Luca Cangemi. Tra i cespugli, a fare numero, civatiani, ingroiani e dulcis in fundo gli amici di Fabio Cannizzaro (Risorgimento socialista).

PRC perno...
In verità non tutta Rifondazione siciliana sostiene la lista della "Sinistra Alternativa", ma solo la corrente cosentiniana (Mimmo Cosentino è il segretario regionale del PRC). La maggioranza dei rifondaroli palermitani infatti, guidati da Giusto Catania (ex chiacchieratissimo assessore alla mobilita della giunta di Leoluca Orlando) si è subito dissociata dall'iniziativa dell'Astoria. 

I palermitani vorrebbero estendere alle regionali l'esperienza palermitana di Sinistra Comune. L'abilissimo democristiano Orlando, malgrado non abbia rimesso nella sua giunta palermitana i rifondaroli, ha dato loro assicurazioni che li avrebbe ripescati per la vera sfida: le regionali di novembre. In dissenso con coloro che si sono riuniti all'Astoria, i rifondaroli palermitani vorrebbero in pratica un accordo con Sinistra Italiana, MDP-Articolo 1, sotto la guida del marpione Leoluca Orlando. 
Tutti uniti appassionatamente contro Renzi e Crocetta, è anche la posizione ufficiale di MDP.

Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana.

Si farà questo listone delle sinistre sotto l'egida della cricca di Orlando? I convenuti all'Astoria ammaineranno la loro bandiera e piegheranno la testa? Vedremo. Se non lo faranno non sarà certo per differenze di contenuto. Il testo approvato per acclamazione all'assemblea del 29 luglio è talmente scialbo, coi soliti mantra astratti di sinistra, che non sarà certo per contenuti politici se il matrimonio non si farà. Che se non si farà, sarà questioni di seggi assicurati o meno all'ARS.


Ps:

Nel frattempo gli indipendentisti duri e puri, quelli che vorrebbero staccare la Sicilia dall'Italia e farne una zona franca stile Malta (le mafie gongolano) hanno annunciato che correranno con una propria lista, "SICILIANI LIBERI" capeggiata da Roberto La Rosa.

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31.7.17

SICILIA: E QUESTA SAREBBE LA SINISTRA ALTERNATIVA? di S.St.

In vista delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre, si è svolta ieri a Palermo l'annunciata assemblea per una lista della "sinistra alternativa siciliana". 
L'assemblea vedeva assieme  il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano (ex-cossuttiani), i civatiani di Possibile, Azione Civile di Ingroia —Ingroia, nominato da Crocetta, è a tutt'oggi al vertice di una società regionale— Risorgimento Socialista e cespugli sinistrati vari. 
Non disponiamo del documento di accordo approvato, ma siamo certi che non riserverà sorprese: la solita minestra riscaldata sinistrese, la solita fuffa generalista sui diritti, il fondamentalismo dell'accoglienza per i migranti, il lamento per le ingiustize sociali, la retorica democratica in difesa della Costituzione. Temiamo che niente verrà detto sulla rimozione delle cause del disastro sociale, quindi sulla necessità di uscire dalla gabbia neoliberista dell'euro. Nulla sul fatto che non ci può essere sovranità popolare né applicazione della Costituzione senza ripristinare la sovranità nazionale italiana e nel suo seno di quella del popolo siciliano.
La decisione presa dall'assemblea è che l’editore Ottavio Navarra, [nella foto più sotto] ex-parlamentare PDS, sarà il candidato alla presidenza della Regione della lista di "sinistra alternativa al PD e alle destre".

Ma... c'è una sorpresina. Lo stesso Navarra si è detto pronto a farsi da parte se, in prospettiva, si farà strada un accordo con Sinistra Italiana e MDP-Articolo 1 di Bersani e D'Alema.  
Leggiamo infatti sul Giornale di Sicilia on line di ieri:
«PALERMO. Prove tecniche di sinistra in vista delle regionali di novembre in Sicilia. I comitati siciliani di «Possibile», insieme a Rifondazione comunista e Azione Civile dicono no alle politiche del Pd e a Rosario Crocetta e lanciano una lista che unisca il mondo civico e quello politico di sinistra per costruire un progetto credibile e alternativo con la candidatura di Ottavio Navarra alla carica di governatore della Sicilia.
E’ quanto emerso nel corso della convention che si è svolta oggi a Palermo. La sinistra guarda e punta a una coalizione, con un proprio candidato presidente, che annoveri al proprio interno anche Sinistra Italiana e Mdp-Art 1. Non a caso proprio Navarra, che l’assise ha designato candidato in pectore alla Presidenza, è pronto a fare un passo indietro in caso di un ok degli "alleati» alla costruzione di un progetto comune che metta al centro dell’agenda politica i diritti: dall’ambiente, al lavoro, alla salute fino a quelli civili».
Avete capito? Siamo alle solite, al consueto opportunismo per cui di dice una cosa ma si punta, per strappare uno scranno, a farne un'altra. Ben sapendo che la lista in questione non riuscirà nemmeno questa volta a superare lo sbarramento del 5%, si sacrifica la "radicalità" per lasciare la porta aperta all'inciucio con Sinistra Italiana e MDP-Articolo1 (gli ultra-europeisti che hanno governato distruggendo il Paese). Immaginate quali potranno essere i contenuti. Il nulla, sa parte un becero anti-renzismo, che in Sicilia si declina in facile sparare sulla croce rossa (anti-crocettismo).

Quale sarà la risposta dei bersano-d'alemiani e di Sinistra Italiana? Non è ancora dato sapere. Di certo essi puntano ad infliggere, in vista le elezioni nazionali di primavera, una sonora sconfitta al Pd renziano, ciò nella speranza che nel Pd Renzi venga defenestrato. In questa prospettiva farà comodo o no inglobare la "sinistra alternativa" dandogli qualche strapuntino? Forse sì...

Vedremo le prossime puntate della saga della sinistra siciliana.

Nel frattempo procede l'attività dell'alleanza che ha dato vita alla lista NOI SICILIANI CON BUSALACCHI - SICILIA LIBERA E SOVRANA. Una lista che in continente vede il sostegno della Confederazione per la Liberazione Nazionale, una collaborazione scolpita nel patto siglato giorni fa.

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