ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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2.6.17

Quale festa? Quale Repubblica? di Ferdinando Pastore

Napoli, 2 giugno 2017
Il Potere neo-liberista ha de-sacralizzato tutte le feste, sia religiose che laiche. 
La caratteristica comune ad entrambe è il rifiuto di ogni legame comunitario. 
Nelle prime lo snaturamento è improntato a un'esaltazione del consumo. 
La famiglia si riunisce per celebrare la merce e la adora nel momento in cui si scambiano i regali, che non appartengono più alla dimensione del dono disinteressato. Anche i bambini sono educati alla dimensione del profitto, nel momento in cui il regalo è richiesto e si intende guadagnato. Le feste laiche, quelle che celebrano il lavoro, o date significative per l'intera comunità sono sminuite ad avvenimenti di maniera. Perdono il loro significato politico. Durante il primo maggio, momento nel quale si dovrebbero ricordare le conquiste sociali e la dignità sociale derivante dal lavoro, i sindacati organizzano un concerto. Lo sballo, il casino, la ribellione individuale diventano i simboli dell'uomo nuovo, quello che si deve fare da sé, che non deve recriminare e segnano la sconfitta delle rivendicazioni sociali che devono essere trasportate in una dimensione psicologica, proprio quando il lavoro ritorna a condizioni di schiavismo. Il 25 Aprile si riduce a parata nostalgica e impolitica, si celebrano i resistenti ma la Resistenza viene delimitata a esperienza del passato, glorioso e irriproducibile. La sua mitizzazione, collocata in un tempo lontano, è strumento per rendere innocua ogni contestazione allo status quo e dei contemporanei sistemi di dominio e di sfruttamento. Oggi questi sono da considerare elementi naturali dell'esistenza e non più frutto di determinate scelte ideologiche. Il Potere si rende neutro e inattaccabile.
Oggi, 2 giugno, si dovrebbe festeggiare lo Stato Repubblicano. Questa è la festa più ipocrita. Nel momento in cui si tradiscono, giornalmente, i presupposti di sovranità sottesi all'esercizio dell'autorità statale e le implicazioni sociali che lo Stato Costituzionale cristallizzava come suoi principi costitutivi, la classe dirigente che ha svenduto il Paese a forze sovranazionali che proteggono interessi in contrasto con quelli nazionali, ha il coraggio di presentarsi a questa parata vuota e demenziale.
Oggi gli unici elementi sovrani sono quelli del mercato e quelli dell'individuo. Il mercato esercita la propria sovranità in maniera repressiva, con il suo apparato tecnocratico che impone una nuova colonizzazione, mentre la sovranità dell'individuo, atomo e sradicato, è protetta da un sistema permissivo, quello del soggetto desiderante, che concepisce la liberazione dai sistemi di oppressione solo in termini di emancipazione di sé, guidata dalla promozione di falsi bisogni. Così la sovranità del mercato impone la distruzione dello Stato, dei confini, delle comunità e dei legami sociali e di classe, e trova un individuo falsamente sovrano, completamente addomesticato e pienamente assoggettato ai suoi voleri.

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17.4.17

IL PROGRAMMA DELL'ASSEMBLEA PUBBLICA DELLA CLN - 25 APRILE, ROMA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il 25 aprile con la CLN
Confederazione per la Liberazione Nazionale


ASSEMBLEA PUBBLICA

Roma - Roma Scout Center. Largo dello scautismo 1 (nei pressi della stazione Tiburtina. Metro B, Bologna)

Per informazioni e adesioni: conf.liberazionenazionale@gmail.com

Sessione mattutina
Ore 10:00 - 13:30

Saluto ai presenti: Moreno Pasquinelli

Cos’è e cosa propone la CLN
Discussione sul Manifesto della CLN

Introduce: Ferdinando Pastore

Intervengono:

Alessio Pizzichini (l’Intellettuale Dissidente)
Beppe De Santis (Noi Mediterranei)

Dario Zamperin (Riscossa Italia)
Fabio Frati (Lavoratori Alitalia)
Franco Bartolomei (Risorgimento Socialista)
Franz Altomare (P101)
Giorgio Cremaschi (Eurostop)
Leonardo Mazzei (P101)
Manuela Palermi (Partito Comunista Italiano)
Mariano Ferro (I Forconi)
Massimiliano Musso (Forza di Popolo)
Pier Paolo Dal Monte (Indipendenza e Costituzione)
Pietro Attinasi (Noi Mediterranei)
Riccardo Achilli (Risorgimento Socialista)
Sergio Cesaratto (Politica e Economia Blog)
Stefano D’Andrea (Fronte Sovranista Italiano)
Wilhelm Langthaler (Coordinamento europeo no euro)

Ore 13:30 – Interruzione per il pranzo
(Il pasto sarà servito nello stesso luogo dell’assemblea. E’ necessario quindi che ognuno ci segnali la sua richiesta con una mail a: conf.liberazionenazionale@gmail.com )

Sessione pomeridiana
Ore 14:30-17:30

«Un patriottismo costituzionale per la sovranità popolare e nazionale»

TAVOLA ROTONDA con

Luciano Barra Caracciolo
Marco Zanni
Ugo Boghetta

Ore 17:30- 18:00

Concluderemo con il concerto musicale del cantautore Francesco Basso

 

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4.4.17

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. 

E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.

Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. 

Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).

L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale) molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.

Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. 

A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.

Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!

Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.

Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.


Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.

In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.

Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non
III. Forum europeo No Euro. Chianciano terme, settembre 2016
rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi può testimoniarlo): semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.

Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.

[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).

[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.

[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

*Fonte: Owenisti Giuliani

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28.3.17

AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ NAZIONALE di Franz Altomare

Volentieri pubblichiamo questo contributo alla riflessione di Franz Altomare, membro della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

L’autodeterminazione dei popoli è il "principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna."

Per quanto questa locuzione nasca in un preciso periodo storico, i primi anni ’60 del secolo scorso, con riferimento alla piena indipendenza dei nuovi stati formatisi in seguito alla decolonizzazione, il concetto di fondo è sovrapponibile a quello di sovranità nazionale, con il pregio di non contenere le tanto controverse parole, sovranità e nazione, che disturbano oggi (ma non allora) gran parte della sinistra occidentale.

Parlare di sovranità nazionale fa storcere il naso a molte anime belle perché non in grado di distinguere in termini storici e di contenuto, in quanto offuscate da un malinteso internazionalismo proletario, declinato con successo nel globalismo delle libera circolazione dei capitali, delle merci e della carne umana.

La propaganda del capitalismo internazionale, globalista, oligarchico e apolide, ha fatto presa in quella che una volta fu la sinistra che aveva il compito di realizzare il sogno socialista.

Parlo di quella sinistra che ha barattato i diritti sociali con i diritti individuali.

Parlo della sinistra radicale e antagonista che si crogiola nelle suggestioni strampalate dei Toni Negri e dei Michael Hardt secondo teorie in cui le masse sfruttate diventano moltitudini con il dono di superare il capitalismo solo per il fatto d'esistere, come se il capitalismo fosse destinato ad estinguersi naturalmente per autoconsunzione di fronte alla potenza di individui desideranti e tecnologici, nella errata convinzione che dello Stato, e quindi della conquista del potere, se ne possa fare tranquillamente a meno.

L'ultima barriera che si ergeva a contenere il dilagare del capitalismo selvaggio erano gli stati nazionali.

Questa barriera sta per essere definitivamente infranta, consentendo di realizzare il dominio incontrastato dell'oligarchia mondialista; un dominio che si preannuncia millenario, esattamente come la folle profezia del dominio millenario vagheggiato nel Terzo Reich di Adolf Hitler, con la differenza che il mito della razza viene sostituito da quello del mercato.

Si dice: " Non riuscire a distinguere la destra dalla sinistra." Mai un modo di dire è stato così rappresentativo dell'incapacità colpevole di comprendere un'epoca storica.
Il concetto di nazione, storicamente successivo a quello di stato, fu sviluppato e messo a punto durante la Rivoluzione Francese, quando le idee innovative diffuse dall’Illuminismo affermarono il potere della nazione superiore a qualsiasi altro potere, compreso quello del re.

Anche all'epoca un'oligarchia parassitaria e improduttiva, tracotante e odiosa, detentrice di tutti i privilegi, rappresentata dal clero e dalla nobiltà, opprimeva un popolo ridotto alla fame.

La nobiltà d’allora somigliava molto all’oligarchia di oggi.
Globalista ante litteram poiché girava l’Europa a governare popoli a cui era completamente estranea, parlava diverse lingue, si sposavano tra loro per consolidare i rapporti tra diverse dinastie sparse in tutta Europa, utilizzavano eserciti stranieri e mercenari per fare guerre di dominio e di predazione, organizzavano la propaganda e il consenso con il potere mediatico di allora, ovvero la Chiesa che manipolava le coscienze garantendo l’ordine morale e politico tra i ceti popolari e legittimando l’autorità del re per diritto divino.

La scintilla che diede inizio alla Rivoluzione Francese con l’attacco alla Bastiglia il 14 luglio 1789 fu la decisione di Luigi XVI di ammassare soldati, tra cui milizie straniere, alle porte di Parigi e di Versailles con lo scopo di contenere la forte pressione per le riforme rivendicate dai delegati dell’Assemblea Nazionale e sostenute da tutto il popolo. Fu in quel momento che i francesi si riconobbero nella nazione e furono istituiti i comitati cittadini e la Guardia Nazionale.

La nazione è lo spazio geografico, storico e giuridico dove un popolo può esercitare la propria sovranità.

La nazione è un concetto così forte da portare in sé elementi rivoluzionari poiché la sovranità popolare non può esprimersi altrimenti se non all’interno della sovranità nazionale e attraverso la sovranità statale.


Ma come tutte le idee forti la nazione non è riuscita a sottrarsi al rischio di strumentalizzazione in chiave mitica da parte del potere dominante.
Il capitalismo, che nasce e si sviluppa nelle dimensioni nazionali, ha utilizzato il mito della nazione per affermare la sua egemonia di classe dominante e consolidare l’economia del profitto nell’interesse della nazione e quindi del popolo ad essa corrispondente. Attraverso un’opera di mistificazione ideologica il capitalismo radica il suo potere nella sfera politica laddove l’interesse della nazione, e quindi del popolo, vengono narrati e fatti coincidere con gli interessi della classe al potere.
Andando oltre e forzando fino a trasfigurare il concetto di nazione nato dalla Rivoluzione Francese, il capitalismo, nelle sue fasi colonialiste e imperialiste, legittima i propri interessi di mero profitto e dominio vantando il primato di una nazione sopra un’altra, di un popolo contro un altro popolo e della guerra come strumento con cui alimentare la prosperità della propria nazione.

Occorre distinguere quindi tra nazionalismo di destra e patriottismo repubblicano.

Il primo utilizza la sfera della nazione in maniera strumentale per affermare il proprio interesse di classe facendo leva sull’elemento identitario in chiave conflittuale per legittimare se stesso e creare consenso.

Il secondo è il presupposto per sviluppare la sovranità popolare in una prospettiva democratica necessaria per la costruzione di una società solidale, egualitaria, cooperativa con gli altri popoli e che possa contemplare l’orizzonte di progresso di comunità pacifiche libere di governarsi e ispirate ai principi universali e umanistici della ragionevole utopia socialista.

Il fraintendimento e il non discernimento del concetto rivoluzionario di nazione è purtroppo coerente con le teorie che sostituiscono la categoria concreta di popolo con quella vaga di moltitudine, lo stato con l’autorganizzazione separata dalla dimensione istituzionale ma ad essa subalterna, la conquista del potere con l’effimero ritaglio di spazi sociali fragili e vulnerabili all’ombra dello stesso potere.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, esattamente due secoli dopo l’assalto alla Bastiglia, e il conseguente disfacimento dell’URSS negli anni successivi, il capitalismo può finalmente iniziare l’opera di smantellamento delle sovranità nazionali, dove si annida il peggior nemico del potere dominante, la sovranità popolare, e realizzare finalmente il sogno inconfessabile, ovvero un governo unico mondiale dove le leggi le fanno il profitto, il mercato e i detentori di ricchezze.

Eppure dovrebbe essere così intuitivo che l’attuale sistema di potere rappresentato dalle oligarchie finanziarie e mondialiste promuove secondo un progetto di dominio totale il superamento delle nazioni e lo svuotamento dello stato, ridotto a filiale amministrativa periferica di interessi privati internazionali.

Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana.
La rivoluzione democratica non s’è mai compiuta, e la prospettiva socialista, che da quella rivoluzione politica e culturale deriva, appare sempre più lontana. Siamo in un’epoca crepuscolare e alle soglie di grandi e inevitabili cambiamenti, e questi potrebbero avvenire nel segno della continuità che ha caratterizzato finora la storia del genere umano: pochi privilegiati che opprimono grandi masse dove la libertà teorica resta quella di poter acquistare una merce inutile facendosi mancare il necessario oppure di scegliere in quale parte del globo farsi sfruttare.
Sarebbe il trionfo dell’Ancien Régime di sempre.

Bisogna continuare a lottare senza lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non bisogna perdere la testa, e se mai questo rischio dovesse realizzarsi, e allora che avvenga mentre succede qualcosa d’importante, come fu per Danton o per Robespierre.

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