ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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13.2.18

DESTRE AL GOVERNO? di Leonardo Mazzei



«Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire».
Da settimane dicon tutti le stesse cose: (1) che dalle urne del 4 marzo non verrà fuori una maggioranza parlamentare, (2) che saranno perciò necessarie alleanze diverse da quelle presenti sulla scheda elettorale, (3) che forse nascerà un non meglio precisato "governo del presidente", (4) che in ogni caso l'instabilità politica caratterizzerà anche la prossima legislatura.

Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Tolto il quarto punto, sul quale possiamo scommettere, gli altri tre si basano su una fotografia vecchia di un paio di mesi. Foto oggi sbiadita assai, perché se resta vero che la coalizione di destra tutto sembra fuorché un'alleanza di governo, i due competitors sistemici —la micro-coalizione a guida piddina ed M5S— tanto competitivi non sembrano proprio.

Piddinia City le han provate ormai tutte: il Renzi populista come il Renzi europeista, quello che prende il treno per farsi vedere in giro per l'Italia e quello che sta chiuso nel bunker mandando avanti pesce-lesso-Gentiloni. Ma non gliene funziona una, perché  —ricordiamoci il 4 dicembre 2016— il Bomba resta il politico più odiato dagli italiani, mentre da un pesce lesso più di tanto sarebbe irragionevole attendersi.

Scherzi a parte, il dato di fondo è che il Pd è visto (e giustamente) come il vero perno del sistema, di un liberismo governante ben sposato con un indefettibile eurismo, il tutto simboleggiato oggi dall'alleanza con la turbo-euroliberista Bonino. In fondo la parabola del Pd va letta anche guardando al resto d'Europa, dove i partiti "fratelli" del PSE hanno fatto registrare nel 2017 un 20,5% con la Spd in Germania ed un simpatico 7,4% con il Partito Socialista in Francia. Perché, Renzi a parte (che comunque ci mette del suo, e gliene saremo per sempre grati), meravigliarsi se anche la curva del Pd tende al 20%?

Del resto, cosa dice il Partito democratico in questa campagna elettorale, oltre ad attaccare M5S su certe pittoresche incoerenze dei pentastellati? Dice che non farà inciuci, e qui tutti a sbellicarsi dalle risate. Magari non li farà non avendone la possibilità, ma tutti sanno che il progetto renziano è solo uno, quello dell'accordo con Forza Italia e dintorni. D'altronde è questa l'unica possibilità di governo per un Pd a guida renziana. Certo, è vero, in linea teorica non possiamo neppure escludere un governo Pd-M5S (con l'aggiunta della smorta pattuglietta di LeU), ma in quel caso Renzi dovrebbe lasciare alla svelta la segreteria del Nazareno.

Insomma, quello messo in pista dal fiorentino è un partito esausto, impossibilitato a vincere, che può solo auspicare che la destra non raggiunga la maggioranza assoluta, sperando poi di avere i numeri mettendo assieme i propri seggi con quelli dell'ex-cavaliere. Il problema è che per impedire un successo pieno della destra servirebbe un M5S competitivo nei collegi del sud, cioè laddove il Pd è del tutto fuori gioco. Altro che attaccare Di Maio! Può sembrare paradossale, ma a Renzi servirebbe un Movimento Cinque Stelle vincente almeno in una quarantina di collegi uninominali della Camera. Ma è realistica questa ipotesi? A parere di chi scrive, assolutamente no.

E perché no? Perché il grosso dei consensi M5S li ha ottenuti in passato presentandosi in alternativa secca al sistema dominante. Un appeal che oggi non c'è più. E non c'è più perché nessuno sa cosa farsene di un movimento che con la svolta di Di Maio è diventato —mutatis mutandis— una sorta di Democrazia Cristiana del ventunesimo secolo.[1]  Certo, sarebbe assurdo negare che anche il 4 marzo in tanti voteranno M5S pensando di dare un voto antisistemico. Questo avverrà per la mancanza di alternative credibili. Avverrà, ma assai meno che in passato, quando il voto a M5S era oggettivamente un voto contro le forze dominanti. Oggi, con la disponibilità a fare da ruota di scorta di un sistema politico sempre più zoppicante, le cose sono del tutto diverse. E la percezione di questa svolta è presente ormai in strati non trascurabili del precedente elettorato di M5S.

I sondaggi vanno sempre presi con la massima prudenza (ne parleremo tra poco), tanto più in Italia dove abbiamo i sondaggi low cost, quelli realizzati con 1.500 telefonate, quelli che vorrebbero appassionarci ai loro settimanali spostamenti millimetrici che nulla cambiano nella sostanza. Sono gli stessi istituti demoscopici che nel 2013 sottostimarono clamorosamente M5S dato al 14% contro il 25% delle urne. Gli stessi che nel 2016 non seppero vedere la valanga di NO in arrivo al referendum costituzionale. Bene, la mia impressione, per quel che vale, è che stavolta il dato dei Cinque Stelle sia invece sovrastimato alla grande. 

In ogni caso, che qualcosa non torni nei sondaggi tutti possono capirlo. Prendiamo l'ultimo uscito ieri, realizzato da Demopolis. Tanto uno vale l'altro visto che tutti dicono più o meno le stesse cose. Secondo questo sondaggio la coalizione di destra totalizzerebbe il 37,2%, M5S avrebbe il 28,3%, la mini-coalizione piddina il 27,5%, LeU il 5,8%. Totale 98,8%.

Vi sembra realistico? Vi sembra possibile che l'insieme delle altre liste raccolga solo l'1,2%? Ma per favore! Sorvolando su quelle presenti solo in pochissimi collegi, vi sono almeno sette liste in grado di ottenere un minimo di risultato. Semplificando, ve ne sono quattro a sinistra (Potere al Popolo, Partito Comunista, Per una Sinistra Rivoluzionaria, Lista del Popolo) e tre a destra (Casa Pound, Forza Nuova e Popolo della Famiglia). Personalmente penso che nessuna di queste arriverà al 3%, ma non mi stupirei di certo se Potere al Popolo e Casa Pound si avvicinassero al 2%. In ogni caso mi sembra che ipotizzare almeno un 6% per l'insieme delle liste minori sia piuttosto ragionevole.

Ma se così è, ne consegue che almeno qualcuno dei tre poli risulterà assai più magro di quel che ci dicono i sondaggi. Certo, in teoria questo dimagrimento potrebbe anche essere ripartito proporzionalmente tra di essi, lasciando dunque inalterati i rapporti di forza descritti dagli istituti demoscopici, ma la cosa mi pare poco probabile. Più verosimile invece, per le ragioni già descritte, che il dimagrimento si concentri su M5S e in secondo luogo sul Pd. Ma se così andranno le cose, alla destra non sarà neppure necessario raggiungere quel 40% di voti che secondo molti sarebbe la soglia indispensabile per vincere nel 70% dei collegi uninominali, conseguendo così la maggioranza assoluta dei seggi. Se gli altri due competitors nel maggioritario stanno sotto di 10 punti e passa su scala nazionale, è ben difficile che essi possano raccogliere complessivamente oltre il 30% degli eletti in questi collegi. Dunque, quel 37% che oggi appare ancora insufficiente per assegnare la vittoria piena alla destra, alla fine potrebbe invece bastargli.

Naturalmente la mia è solo un'ipotesi, ma non credo troppo infondata. Quali sarebbero, nel caso, le conseguenze di un simile risultato?

In primo luogo, la coalizione di destra, nata per raggranellare seggi ma non per governare, sarebbe invece costretta a farlo, mettendo subito in piazza le differenze e gli elementi inconciliabili che la contraddistinguono. Uno spettacolo di un certo interesse, tenuto conto che il principale di questi nodi si chiama Europa.

In secondo luogo il Pd imploderebbe e Renzi dovrebbe lasciare la segreteria. Ma la crisi di questo partito non si arresterebbe di certo con il ritorno di qualche zombie alla Veltroni. Essa invece continuerebbe, perché è una crisi che non dipende soltanto dal fiorentino.

In quanto ad M5S non sappiamo, ma certo non è difficile immaginare l'inizio della diaspora. Processo tutto sommato positivo, specie se le componenti più avanzate del vecchio movimento sapranno in qualche modo reagire alla svolta del Di Maio. Il quale —ma qui le previsioni sono più difficili— finirebbe forse anch'egli in soffitta.

In ogni caso, ribadirlo è superfluo, la mia è solo un'ipotesi. Se si realizzerà l'avvio della nuova legislatura sarà ben diverso da quello immaginato un po' da tutti. Il che non significa, però, che vi sarà "stabilità". Anzi! Essa non vi sarà affatto. Intanto la destra litigherà su chi dovrà fare il premier, poi verrà il turno della composizione del governo, infine il nodo del programma e del mantenimento delle mirabolanti promesse elettorali del duo Berlusconi-Salvini. Il tutto dentro quella gabbia europea che oggi l'ex-cavaliere applaude, mentre il Salvini la vorrebbe adesso "riformare".

Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire.     


NOTE

[1] Mi rendo conto che il paragone M5S-DC possa sembrare assai strambo. Io qui mi riferisco essenzialmente a tre cose: (1) l'assoluto ed insopportabile perbenismo tipico del nuovo corso pentastellato, (2) l'interclassismo dichiarato cui corrisponde però un rapporto privilegiato con l'establishment economico, (3) una sorta di vocazione "centrista" in cui il "né di destra né di sinistra" serve solo a dire signorsì al potere delle oligarchie.

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10.5.17

Né da destra né da sinistra. Riflessioni dopo l’Eliseo di Mimmo Porcaro

1. Mezzi fascisti e falsi antifascisti

In Francia è andata come doveva andare, secondo i pronostici e soprattutto secondo la logica. La trappola dell’antifascismo in assenza di fascismo è scattata alla perfezione e, anche se non è stata questa la causa principale della vittoria di Macron, è comunque il caso di parlarne, non foss’altro per le castronerie che si sono udite, al proposito, anche da questa parte delle Alpi.

Va ricordato, prima di tutto, che l’europeismo padronale di cui Macron è al momento l’eroe riconosciuto, ha da tempo messo in atto con efficacia una precisa strategia di dissoluzione de iure e de facto delle Costituzioni antifasciste, lavoriste e semi-socialiste che vigevano prima della sublime invenzione della “governance multilivello” dell’Ue. Tale europeismo ha consapevolmente dissolto la sostanza e la forma della democrazia parlamentare sia togliendo potere ai parlamenti nazionali sia traslando questo potere ad organismi non-parlamentari posti scientemente “al riparo dal processo elettorale”. Ha usato ed usa volutamente, come efficace sostituto del terrore politico, la sottooccupazione, la spirale del debito, l’assalto speculativo in risposta alle decisioni politiche sgradite, in una parola il terrore economico. Che gli autori di questo coacervo di politiche antidemocratiche possano essere visti come antagonisti del fascismo è cosa che la dice lunga sulla presunta “cultura” dell’elettore “colto” che più di altri ha fatto proprio l’appello all’Union Sacrée: e non perché, come pure con qualche ragione si dice, questo “antifascismo” non potrà che aprire le porte al fascismo vero, ma piuttosto perché questo “antifascismo” è, oggi, il miglior sostituto funzionale del fascismo stesso, in quanto dissolve l’autonomia delle classi lavoratrici, pone lo stato sotto il comando del grande capitale, sottomette l’intera società ad una discipline ferrea, e lo fa ricorrendo non al manganello ma soprattutto a quella che Marx chiamava la “silenziosa coazione dei rapporti economici”. Che poi tanto silenziosa non è, dato il frastuono mediatico che sempre l’accompagna, ma senz’altro non è l’esercizio di una visibile violenza politica. Ed oltre ad imporre sotto il manto delle esigenze di mercato quegli interessi di classe che il fascismo impose sotto il manto del nazionalismo, l’”antifascismo” europeista (in particolare quello francese) esercita la stessa violenza imperialista del fascismo storico, gabellandola per missione umanitaria ed universalista. E’ proprio il caso di “far fronte” con gente del genere? E contro chi, poi?

E infatti: se questo è l’antifascismo, il fascismo dov’è? Semplicemente non c’è: potrebbe esserci domani o dopo, ma al momento non c’è, e riconoscere questa semplice verità non significa abbassare le armi, ma difendersi con maggior efficacia da un ricatto frontista che, altrimenti, sarebbe sempre vincente, giacché tutto è sempre meglio del fascismo. Il Front National, la Lega e partiti consimili non sono partiti fascisti perché ad essi per ora manca: 1) una milizia attiva, espressione di corpose dinamiche sociali (di tipo, per intenderci, “combattentistico”) strategicamente orientata alla distruzione delle organizzazioni dei lavoratori; 2) un deciso progetto di eversione delle strutture istituzionali e politiche della democrazia; 3) rapporti stretti e preferenziali con gli alti vertici degli apparati di stato in funzione del suddetto progetto e, soprattutto, 4) l’appoggio aperto della frazione dominante del capitale, ossia l’elemento che realmente diede il via libera a Mussolini e ad Hitler. E se domani un tale appoggio dovesse venire servirebbe probabilmente più a smussare il protezionismo dei “fascisti” che a limitare il globalismo dei padroni. Quanto sopra non vuole però legittimare l’idea, che pure ogni tanto viene sostenuta o accennata, che in fondo Le Pen e Salvini sono “un po’ di sinistra”, o comunque “più di sinistra” dei vari Renzi, D’Alema, Bersani e via elencando. Chi in un modo chi nell’altro, tutti sembriamo dimenticare o non aver mai compreso che cosa è veramente un partito o movimento di destra protezionista e autoritaria (abbia esso tratti pienamente fascisti o meno). Si tratta dell’organismo politico della frazione più debole del capitale, una frazione che ha come unica garanzia di sopravvivenza una più piena condivisione del potere di stato (e, in certi casi, il monopolio di quel potere) e che per raggiungere questo scopo è disposta a far proprie, strumentalmente, tutte le possibili parole d’ordine, anche perché deve assolutamente tentare di conquistare un numero rilevante di elettori popolari inserendo nel proprio programma provvedimenti di protezione del lavoro e della piccola impresa familiare. Per questo ha poco senso “spulciare” il programma di queste forze e soppesarne gli elementi di sinistra e quelli di destra. Bisogna piuttosto chiedersi quali interessi stanno dietro a queste forze (quale ne è la base sociale prima ancora della base di consenso di massa) e contro chi esse si scagliano. Se dietro queste forze c’è il capitale protezionista e se esse si scagliano genericamente contro le banche e gli speculatori, ma poi soprattutto contro una parte dei lavoratori, si tratta puramente e semplicemente di forze di destra. E qui bisogna sottolineare che la xenofobia che accomuna tutti i partiti di cui stiamo parlando non è semplicemente un odioso espediente per raccogliere con poca spesa il massimo consenso possibile. Essa viene piuttosto incontro alla specifica esigenza di una parte del capitale, che non è già quella di avere una nazione priva di immigrati (tutti sanno che questo non è possibile), ma piuttosto quella di avere una nazione piena di immigrati clandestini, e quindi più facilmente sfruttabili. Basterebbe solo questo a farci capire che la giusta indignazione contro i Macron non può annebbiarci la vista al punto di non vedere cosa sia la Le Pen (e Salvini) e di attribuire una qualche valenza latamente costituzionale e di sinistra a chi persegue come scopo primario la dualizzazione rigida del mercato del lavoro. E che in cambio non ci porta nemmeno una coerente posizione anti-euro.

2. Estetica delle alleanze

Insomma, i Macron e le Le Pen, e ciò che essi rappresentano, per noi pari sono: se proprio vogliamo semplificare, sono destra tecnocratica e destra populista. E se proprio dobbiamo stabilire una gerarchia possiamo tranquillamente dire che i primi, per la loro potenza di fuoco e la loro riconosciuta capacità di corrompere tutta la sinistra, sono al momento gli avversari più pericolosi. Il che non autorizza, ovviamente, ad appoggiare automaticamente il “meno peggio”, ma serve a ricordarci che le alleanze tattiche, le convergenze obiettive, le giuste e necessarie manovre che una degna forza politica popolare, se mai ci fosse, dovrebbe porre in essere (in particolare in una situazione di crisi) non possono essere bloccate fin dall’inizio da una serie di “mai con Tizio”, “mai con Caio”. Fare politica – è imbarazzante doverlo ricordare – significa anche fare alleanze oggi col diavolo, domani con l’acquasanta e dopodomani con entrambi. E dopodomani l’altro romperle tutte. Rifiutarsi di ammetterlo non è più, ormai, un atto di primitivismo politico dettato da una nobile posizione etica, giacché il primitivismo sarebbe comunque uno stadio evolutivo, ed una matura posizione eticapotrebbe comunque trovare il modo di risolvere la difficile mediazione con la politica. Qui siamo piuttosto di fronte a ben altro: poiché la massima parte della sinistra, sulle questioni essenziali, non è più capace di distinguersi veramente dal discorso dominante, alza la voce sulle questioni secondarie. Poiché non è più in grado di articolare una qualche pur pallida politica, riduce il tutto all’autoaffermazione narcisistica, dentro i flussi dei media, di sé e della propria pretesa differenza. La politica è così sostituita da una specie di selfie permanente e l’estetica (altro che l’etica!) domina su tutto: una miserevole estetica le cui forme sono, appunto, già formattate dall’industria della comunicazione. Per altro, e su questo chiudo, il rifiuto pseudo-etico delle alleanze con questo o con quello è soprattutto un atto ipocrita e imprudente. Ipocrita perché le convergenze spurie sono tutt’altro che rare, e soprattutto in parlamento. Imprudente perché a tutti può capitare di dover inevitabilmente accettare alleanze sgradite. Qualcuno ricorda cosa fece Tsipras per formare il suo primo governo? Qualcuno degli attuali pseudo-antifascisti ebbe qualcosa da eccepire? Giustamente no. Nessuno che abbia un minimo di buonsenso politico rimprovera a Tsipras di essersi alleato con la destra nazionalista per andare al governo. Piuttosto gli va rimproverato di essersi alleato con la destra globalista per restarci.

3. Dopo la destra tocca alla sinistra?

Passiamo al resto, ossia alle cose più importanti. Il risultato della lotta per l’Eliseo segna la fine del primo “ciclo” dell’antieuropeismo di destra. Prima l’Olanda, poi la Francia. In Germania l’Afd è messa in difficoltà dal finto duello tra Schulz e Merkel. In Italia, pur sfruttando al massimo la questione dei migranti e pur usando intelligentemente i social media, Salvini non sembra essere in grado di preparare sorprese, anche a seguito della sconfitta di Marine. A dispetto degli “antifascisti” di cui sopra, la risposta della destra a questa situazione molto probabilmente non sarà quella della radicalizzazione, ma quella della moderazione: in questo senso già giungono esplicite dichiarazioni dall’interno del Front National e si può presumere che la Lega metterà in riga le intemperanze antieuropeiste del suo leader (per la verità ultimamente assai meno accentuate) ed opterà per un accordo con Berlusconi su basi certamente diverse da quelle che precedentemente ipotizzate. Se tutto questo sia un astuto camuffamento o (cosa che mi pare più probabile) il segno della mancanza di autonomia strategica del piccolo capitale rispetto al grande, è cosa che dirà il tempo (che magari ci regalerà qualche riedizione in peius dell’alleanza Renzi-Berlusconi, glorioso compimento di decenni di battaglia frontista contro il fascismo di Mediaset).

Così come il tempo dirà il senso dell’altro fenomeno che si rafforza con le elezioni francesi, ossia la ripresa della sinistra “alternativa”. La cosa non è episodica, e designa ormai una tendenza . Prima di tutto Syriza sulle ceneri del Pasok. Poi Sanders, (l’evento in prospettiva più importante); poi la radicalizzazione di Corbyn e di Podemos, ed ora Mélenchon. Si tratta in buona misura di una tendenza che nasce by default, ossia a causa delle difficoltà dei democratici americani e del volatilizzarsi del partito socialista europeo in tutte o quasi le sue varianti. Se è vero che la rivoluzione mangia i propri figli, è forse altrettanto vero che la controrivoluzione mangia i propri padri: come Renzi ha mangiato D’Alema e Bersani così Macron ha mangiato Hollande e nessuno più sente il bisogno di coprire con una blanda retorica socialista la realtà di un neoliberismo che si racconta ormai facilmente da solo : individualismo, libertà, progresso, meritocrazia, competizione…. Ma siccome un generico spazio socialista esiste pur sempre nello scenario politico europeo, ed anzi viene ampliato dal persistere della crisi, ecco che esso viene fisiologicamente riempito da chi in questi anni si è presentato come “più di sinistra” dei vari PS. Al riguardo non è lecito farsi soverchie illusioni: nonostante le innovazioni organizzative (Syriza, Podemos) e comunicative (ancora Podemos e poi Mélenchon), sulle questioni essenziali le idee non sono affatto sufficientemente chiare, a dispetto dei relativi progressi rappresentati, appunto, da Mélenchon. L’esito delle vicende greche è davanti a tutti, ma nessuno sembra averne tratto fino in fondo la più seria lezione, e ancora ci si illude sulla possibilità di trasformare l’Europa. E’ pur vero, però, che la durezza delle contraddizioni in campo non rende così facile ripetere ad infinitum i mantra dell’europeismo critico e che – a differenza del passato – la possibilità di una rottura dell’Unione e dell’euro non è più vista come una iattura o come un peccato mortale. E soprattutto, se una sinistra radicale entrerà davvero in campo come sostituto di quella moderata, se quindi essa sarà costretta finalmente a scelte reali e non meramente ipotetiche, è probabile che si accentuino sia la tendenza Tsipras che la tendenza Mélenchon e che il loro scontro, in presenza di un’iniziativa politica da parte di quella (pochissima) sinistra che ha maggiormente compreso la posta in gioco, potrebbe produrre spostamenti interessanti. Che comunque non basteranno.

4. Centristi, centrali, eccentrici

A spingermi a dire che non basteranno è una riflessione sui motivi che rendono così difficile un’efficace espressione politica del grave malessere sociale europeo. C’entrano, certamente, fattori come la leggera ripresa dell’economia mondiale, la svalutazione dell’euro, la politica della Bce, il basso prezzo del petrolio. C’entra l’ormai leggendario “diportamento scaricabarilistico” (come l’avrebbe chiamato il Gadda) della governance europea, che è nata proprio per scaricare le responsabilità ora sui governi nazionali, ora sulla Commissione, poi sui ministri dell’economia, poi sul Consiglio d’Europa o su quello europeo, in modo che alla fine, “signora mia, qui non si sa più a chi dare la colpa”. Ma tutto ciò non può comunque nascondere le dure e crescenti contraddizioni dell’Unione: la polarizzazione tra economie nazionali e tra classi procede, e se la continua diminuzione dei redditi che ne consegue non si trasforma in protesta organizzata di massa ciò si deve forse non soltanto alla difficoltà, da parte degli elettori, di articolare con precisione la domanda politica, ma anche all’assenza un’offerta politica adeguata.

La domanda politica è inevitabilmente frammentata, proprio come effetto voluto delle politiche liberiste ed europeiste di questi decenni: chi è disposto a qualunque lavoro e chi vuole solo il lavoro creativo, chi vuole più sicurezza e chi più libertà, chi vuole protezione e chi autonomia, chi si vive come consumatore gratificato dal web e chi come produttore che dal web è “uberizzato”. Per ricomporre il mosaico sarebbe necessario un programma capace di rilanciare la piena occupazione e nel contempo la riduzione degli orari di lavoro, di riproporre il welfare e nel contempo di includervi realmente le figure diverse dal lavoratore stabile e garantito, di ricostruire la proprietà pubblica e attraverso questa di stabilire rapporti positivi con le PMI, di sanare la frammentazione del lavoro (fonte di debolezza politica e di inefficienza produttiva) promuovendo direttamente o incentivando la reinternalizzazione delle funzioni sia nell’apparato di stato che nel settore privato. Un programma e una cultura capaci di promuovere le libertà individuali e nel contempo di tutelare le forme comunitarie liberamente scelte, di valorizzare senza paura la funzione unificante dell’appartenenza nazionale (in quanto appartenenza ad una comunità politica fondata sui diritti dei lavoratori) e nel contempo di promuovere rapporti paritari con le altre nazioni. Né la destra estrema né la sinistra radicale sono attualmente in grado di proporre un programma del genere. In entrambi i casi la ristrettezza della base sociale (il piccolo imprenditore da un lato, il lavoratore garantito e/o qualificato dall’altro) ostacola l’espansione verso altre classi. Certo, la sinistra potrebbe avere nel proprio arsenale la memoria politica e le risorse teoriche necessarie per attuare un’operazione del genere, ma anche ammesso che, superando la cultura radical e neoanarchica che la contraddistingue, riuscisse a ricordarsene, si troverebbe di fronte al muro che anni di liberismo da un lato e di libertarismo spiccio dall’altro hanno alzato tra la sinistra (in tutte le sue espressioni) e i cittadini più colpiti dalla crisi. Insomma, né la destra né la sinistra sembrano oggi in grado di riuscire nell’invasione del territorio elettorale altrui, ossia nell’unica operazione che consentirebbe di costruire la larga maggioranza popolare necessaria a gestire il complesso passaggio sociale e geopolitico che incombe su tutti. Se all’epoca del bipolarismo l’essenziale era mantenere i voti propri e conquistare quelli del centro “moderato”, oggi, e soprattutto per noi, l’essenziale è conquistare i voti popolari che gravitano verso il polo opposto. E superare in tal modo l’artificiosa divisione dei lavoratori tra una destra ed una sinistra entrambe capitaliste. Può sembrare una posizione centrista: in realtà è una posizione eccentrica rispetto a tutto ciò che la sinistra ha lambiccato dalla “presa di Mosca” da parte del capitale ad oggi. Ed aspira a divenire una posizione centrale negli equilibri politici delle nazioni europee.

5. Figlie del ’17 (quello vero)

Proprio perché il disagio sociale europeo è assai vasto ed attraversa ceti popolari molto diversi tra loro, una simile operazione può essere condotta in porto soltanto da una forza che, in ogni singola nazione, si richiami essenzialmente, prima che alla sinistra o alla destra, allo spirito delle Costituzioni, al loro carattere lavorista, alla sicurezza sociale che esse hanno negli anni cercato di tutelare. Non si tratta affatto di rinunciare ai valori della sinistra. Anzi, è assolutamente necessario che nascano ovunque una o più forze radicalmente socialiste: ma tali forze devono poi trasformarsi in qualcosa che le trascenda, oppure dar vita ad una coalizione costituzionale che in ogni caso faccia appello non alle pregresse appartenenze ma ai migliori e più diffusi valori civili e sociali. So che molti rivoluzionari storceranno il naso: eppure se c’è un lascito duraturo dell’Ottobre, se l’onda lunga del movimento proletario del novecento ha lasciato un segno reale nella storia europea, questo è proprio l’insieme del pensiero sociale costituzionale e della prassi conseguente. E se è vero che sia le Costituzioni che il welfare che ne è scaturito sono stati usati per cooptare il movimento operaio e le sue organizzazioni nello stato capitalistico, è altrettanto vero che alla prima occasione quello stato ha dismesso il welfare ed ha stracciato le Costituzioni, cosicché oggi un ritorno al passato è possibile soltanto costruendo rapporti sociali nuovi, nuovi anche rispetto a quelli che hanno sostenuto il precedente compromesso “fordista”: ossia rapporti tendenzialmente socialisti. La Costituzione, in quanto formalizzazione dei diritti dei cittadini come lavoratori, è il punto in cui si raggiunge il mix ottimale tra il massimo di radicalismo ed il massimo di consenso possibile, ed una forza costituzionale è l’unica in grado di raccogliere consensi ovunque. In fondo, nonostante la sua polemica contro il presidenzialismo della Costituzione francese, è stato proprio lo spirito nazional-costituzionale a costituire la base del successo di Mélenchon. I comizi di Mélenchon ve li potete vedere sul web: un tripudio di tricolori. Ve la vedete la sinistra radicale italiana a sventolare il tricolore? Io no.

6. La questione concreta


L’ora della sinistra alternativa (forse l’ora dell’inizio di un ciclo che potrebbe concludersi con la sua definitiva scomparsa o con la sua rilegittimazione storica) è scoccata in gran parte d’Europa, ma non in Italia. E non solo per i paurosi limiti della nostra gauche. Il fatto è che qui da noi lo spazio della forza costituzionale che potrebbe convogliare al meglio le residue energie della gauche è momentaneamente (ma saldamente) presidiato da una forza politica che, però, non sa o non può svolgere veramente questo ruolo: il M5S. Il M5S sta al posto giusto, ma non nel modo giusto. Questa collocazione ne fa il punto archimedico della situazione politica italiana, molto più di quanto non lo siano il PD, il centrodestra la Lega: il futuro di questo paese è in mano al M5S oppure a chi lo sconfigge, a chi lo fa evolvere, a chi ne raccoglie, eventualmente, gli aspetti e le forze migliori. Chiunque, partendo da una posizione di sinistra classista, cerchi di costruire un credibile progetto di rottura dell’Ue e di nuova cooperazione internazionale in funzione di un diverso modello economico-sociale, non può assolutamente evitare di chiarire la propria posizione rispetto al M5S ed alla prossima (quanto prossima?) scadenza elettorale. Scadenza che, mentre si addensano conflitti sociali che per fortuna qualcuno organizza e tenta di indirizzare nel verso giusto (Alitalia, ma non solo), rappresenterà in ogni caso l’epicentro dello scontro politico italiano. Ci sarà modo di riparlarne.


Fonte: socialismo2017.it

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4.4.17

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. 

E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.

Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. 

Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).

L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale) molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.

Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. 

A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.

Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!

Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.

Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.


Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.

In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.

Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non
III. Forum europeo No Euro. Chianciano terme, settembre 2016
rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi può testimoniarlo): semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.

Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.

[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).

[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.

[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

*Fonte: Owenisti Giuliani

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