ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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28.6.17

L’INGANNO DELLA SOVRANITÀ EUROPEA: UNA RISPOSTA A TOMASO MONTANARI di Ferdinando Pastore

Tomaso Montanari
Ferdinando Pastore fa parte della direzione di Risorgimento Socialista, come del centro dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

Nell’era del pensiero unico neo-liberista, nella quale appare inverosimile mutare le politiche d’indirizzo economico, presentate alla collettività come necessarie, ineluttabili, dettate dal pilota automatico, si rincorrono, in Italia, tentativi di ricostruzione della sinistra, che di continuo sono progettati mediante appelli alla società civile al fine di attuare la Costituzione italiana.

COSTITUZIONE, SOCIETA’ CIVILE, CORPI INTERMEDI

Già gli appelli alla società civile, entità astratta e non corrispondente ad alcun blocco sociale, sembrano in aperta contraddizione con lo spirito costituzionale, dato che essi si servono delle medesime caratteristiche di spoliticizzazione della società che sono insite nella prassi neo-liberista: il primato dell’economia sulla politica, il mito del privato rispetto al pubblico, la denazionalizzazione della moneta, lo smantellamento dello stato sociale, l’annientamento dei corpi intermedi ormai chiusi in apparati ermetici ma al contempo innocui e congeniali per il mantenimento dello status quo.
Difatti, proprio quando ci si rivolge alla società civile, si lascia intendere che i diritti sociali, ispirati a principi solidali e non mercantilistici,  un tempo protetti dallo Stato, hanno perso la loro funzione politica: quella di dare rappresentanza allo scontro sociale.
Essi sono così sostituiti dagli interessi dei gruppi di pressione, che ancora organizzati in apparati burocratici, in realtà, perseguono fini privati, tendenti al mero profitto economico e trovano terreno fertile nel momento in cui il neo-liberismo ha operato una mutazione sostanziale dell’individuo ormai ridotto a imprenditore di sé stesso e a eterno soggetto desiderante, non più in grado di prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento nei rapporti produttivi e di alienazione nella propria condizione esistenziale (1).
Con la conseguenza di silenziare lo scontro sociale e far paventare, continuamente, l’idea che esista una società civile portatrice di istanze omogenee e inter-classiste, che, causa la loro inconsistenza, saranno preordinate dal mercato(2).
Il richiamo alla Costituzione, poi, è ancora più marcato a seguito della vittoria al Referendum Costituzionale  del fronte del No, al cui interno la sinistra ha giocato un ruolo del tutto marginale e ininfluente, soprattutto se si pensa all’incapacità di darne un significato politico in linea di continuità con i risultati della Brexit o del Referendum greco di qualche anno fa. Esso è stato ridotto a semplice contestazione alla figura di Matteo Renzi.
Proprio la sottovalutazione della questione sociale e la tendenza a non identificare i risultati dei referendum come unareazione del basso della società, ormai definitivamente impoverito e ridotto ad assistere inerte allo smantellamento delle sicurezze novecentesche, porta la sinistra a non affrontare il tema centrale legato alla difesa della Costituzione:l’incompatibilità dei Trattati istitutivi della UE con le costituzioni moderne, nate nel dopoguerra, e, se si dà uno sguardo al caso italiano, alla sostanziale sostituzione della Carta del 1948 con i dettami delle strutture sovranazionali.

L’EUROPA, LA COSTITUZIONE E LA PIENA OCCUPAZIONE

Anche nell’ultima assemblea che ha richiamato l’unità della sinistra – quella promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari, nella quale si è riunito il gotha del progressismo liberale –  il tema o è stato accuratamente eluso o chiamato in causa con argomentazioni inverosimili.
Anzi Tomaso Montanari è andato ben oltre, nel momento in cui è riuscito a menzionare il problema UE e contemporaneamente a pubblicizzare un rafforzamento delle strutture con sede a Bruxelles e Francoforte. Il richiamo di Montanari è risultato particolarmente insidioso nel momento in cui ha affermato: “L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea”.
Le omissioni contenute in questo passaggio sono molteplici, perché l’articolo richiamato – oggi  diventato l’art. 2 III comma del Trattato di Lisbona –  in realtà è così strutturato: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico”. Solo da una semplice prima lettura appare evidente il contrasto tra questa formulazione e quella contenuta nell’art. 4 della Costituzione Italiana che così recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Il Trattato di Lisbona, quindi, riconduce la tendenziale piena occupazione, non tra i compiti dello Stato, bensì come conseguenza di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva e dalle politiche tese alla stabilità dei prezzi che generano deflazione salariale(3) e perdita dei diritti connessi al lavoro.
La piena occupazione richiamata da Montanari è, in buona sostanza, quella contenuta in un vero e proprio manifesto dell’ordo-liberismo che si pone in netta contraddizione con i principi ispiratori del Costituzionalismo moderno che si basavano su un forte intervento dello Stato per proteggere la collettività dai rischi connessi allo sviluppo capitalistico. Al contrario il riferimento all’economia sociale di mercato rappresenta lo stratagemma, utilizzato in primis dalla Germania, per sancire il principio secondo cui lo stesso individuo assume su di sé gli obiettivi dell’economia di mercato, che in questo senso si socializza (4).
Montanari, quindi, o non conosce i trattati europei o, se li conosce, evita, volontariamente, di spiegarne la natura ideologica, poiché se così facesse, dovrebbe trarre alcune conseguenze logiche.
Per esempio che i Trattati istitutivi dell’Unione Europea sono immodificabili perché strettamente connessi all’ideologia neo-liberista, e proprio l’esistenza di essi impedisce il pieno esercizio della sovranità costituzionale. Appare evidente che la difesa della Costituzione è uno specchietto per le allodole, se posta in termini generici e così fuorvianti.
Se da un lato l’omissione in questione serve per non disturbare i manovratori ed evitare che il dissenso possa avere ricadute di reale opposizione al sistema di dominio neo-liberista e quindi con il proposito di silenziarlo e progettare contenitori politici ossequiosi e docili, dall’altro si nota come la sinistra, nel suo complesso, aderisca, da quando si è allontanata dalla critica sociale d’ispirazione marxista, alle illusioni universalistiche del liberalismo.

LA MUTAZIONE GENETICA DELLA SINISTRA IN ITALIA

 Quest’adesione è avvenuta attraverso due distinti filoni di pensiero. Il primo è quello legato alla mutazione ordo-liberista del PCI, che dalla fine degli anni ’70 fu l’ideatore, insieme alla CGIL, dell’ideologia dell’austerità, attraverso la quale si iniziava a richiedere ai lavoratori sacrifici, per avere come contropartita un’immaginifica e rinnovata capacità produttiva. Processo portato a compimento quando, con l’avvento della seconda Repubblica, il gruppo dirigente post-comunista ha iniziato a recepire, acriticamente, i dettati compilati e imposti dai vincoli esterni contenuti nel Trattato di Maastricht.(5) 
Il secondo è legato alla struttura ideologica della sinistra radicale, che dal movimentismo anarco-liberale del 1968 in poi, ha accettato la supremazia del soggetto come elemento cardine di una politica antagonista. Proprio l’antagonismo è, in questa fase storica, il più grande alleato del capitalismo globale, poiché anch’esso punta allo sfaldamento delle strutture sociali e solidaristiche, al fine di concepire una società parcellizzata e atomistica, supina agli intendimenti del mercato che si deve espandere senza ostacoli(6).
La conseguenza è il comune accordo, tra sinistra e capitalismo globale, nel ridurre al minimo il ruolo dello Stato. Al massimo, secondo le indicazioni ordo-liberiste, esso si trasforma in apparato burocratico guardiano della libera concorrenza, ma privo della capacità di esercitare la piena sovranità.
Non a caso la sinistra ordo-liberista ha provveduto negli ultimi vent’anni alla massiccia campagna di privatizzazioni operata nel nostro Paese, contribuendo al decadimento della sfera pubblica, mentre la sinistra radicale, nell’opporsi alle privatizzazioni, conduce battaglie capziose nel momento in cui utilizza un linguaggio perfettamente accomodante nei confronti delle stesse, quando si riferisce alla difesa di fantomatici “beni comuni”, che si contrapporrebbero a quelli pubblici. Ma i beni o sono privati o sono pubblici, tertium non datur.
La difesa della Costituzione, con queste premesse, è del tutto fittizia. La Carta viene descritta come una bussola ma al contempo si partecipa alla sua distruzione. Per questo Montanari parla di conquistare una sovranità europea, dimentico del fatto che essa è già operante e che viene esercitata dalla UE in maniera repressiva nei confronti di chi non si adegua agli standard previsti proprio dalla forte competizione. 

LA SOVRANITA’ NAZIONALE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Vengono a compimento, in maniera definitiva, le profezie di Federico Caffé quando descriveva quella che si potrebbe definire la spirale ordo-liberista nel momento in cui le decisioni prese sulla stabilità dei prezzi diventano incongruenti con gli obiettivi della collettività, ma la stessa stabilità dei prezzi è presa, nuovamente, a modello per ovviare alle contraddizioni economico/sociali dalla stessa provocate.(7)
La sinistra, così per come si configura in Italia, dimostra la propria complicità nei due proponimenti principali dell’ordine neo-liberista: l’annientamento della democrazia e l’abbattimento delle società salariali che, proprio grazie ai partiti socialdemocratici, furono edificate dagli Stati nazionali europei del dopoguerra.
Per questo, oggi, i concetti di Patria, sovranità popolare e Costituzione sono intimamente connessi per operare in netto contrasto con il modello neo-liberista e, inoltre, il recupero della sovranità nazionale appare condizione indispensabile, non solo per il recupero della dimensione democratica e costituzionale, ma anche per immaginare la costruzione di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico.  
La questione del legame tra opposizione al neo-liberismo e recupero della sovranità nazionale è stata compresa soprattutto da Jean-Luc Mélenchon in Francia, difatti nella campagna presidenziale egli ha proposto una nuova assemblea costituente e, al contempo, l’uscita della Francia dai Trattati qualora non si ovviasse alla loro, radicale, trasformazione.
In Italia, dopo venticinque anni di macelleria sociale e di annientamento del sistema produttivo, tutto ciò viene, allegramente, ignorato, per continuare a proporre liste elettorali, votate ad un ministerialismo nevrotico e che si propongono di unire le due, fantomatiche, sinistre.
NOTE
1 – Particolarmente istruttivo sul punto fu C. Wright Mills quando descrisse la nascita di questi interessi nella società americana del dopoguerra “Il liberalismo, ora quasi un denominatore comune della politica degli Stati Uniti, diventa liberalismo amministrativo, potente struttura statale che avoca a sé un maggior numero di problemi, nel cui interno le lotte politiche aperte si trasformano in procedure per pressioni amministrative” e la loro pericolosità per la tenuta della democrazia americana sin dagli anni ’50 “Ma nello stesso tempo, se il futuro della democrazia americana corre dei rischi, non è a causa di un movimento della classe lavoratrice, ma a causa della sua assenza e perché esso è sostituito da un nuovo sistema di interessi costituiti. Se questi nuovi interessi appaiono spesso particolarmente pericolosi per la struttura sociale democratica, è perché sono così grandi e tuttavia così esitanti.” (C.Wright Mills, Colletti Bianchi, Einaudi Editore, 1974)
2 – La ricaduta ideologica di tale impostazione è l’esaltazione dei diritti universalistici e l’abbandono del criterio che era alla base del Costituzionalismo moderno, quello dell’istituzionalizzazione del conflitto di classe. Il percorso attraverso il quale si è arrivati a tentare di rappresentare interessi omogenei e slegati dalle condizioni socio-economiche e il legame con la teoria neo-liberale e post-moderna è ben descritto da Gaetano Azzariti, in particolare quando afferma “Esclusa la dimensione politica e conflittuale, si teorizza che le nuove costituzioni civili post-moderne e post-nazionali debbano trarre la propria legittimazione da interessi settoriali, prodotte dalle spinte spontanee del mercato e da indeterminate forze che operano entro comunità asettiche. Costituzioni, dunque, necessariamente arrese, che finiranno inevitabilmente per porsi al servizio del potere costituito, operando in accordo con il potere selvaggio del mercato.” (Gaetano Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016)
3- Sulla deflazione salariale Sergio Cesaratto su asimmetrie.org 
4- Per uno studio approfondito e di facile fruibilità si rimanda agli scritti di Vladimiro Giacché e di Luciano Barra Caracciolo. Del primo si raccomanda la lettura di Costituzione contro Trattati Europei – Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015; del secondo La Costituzione nella palude, Imprimatur, 2015. Giacché descrive, inoltre, come il pricipio della stabilità dei prezzi sia presente in altri articoli particolarmente significativi dei Trattati e che sia stata posta come condizione necessaria per poi poter avviare politiche anticicliche. In particolare i riferimenti sono l’art. 119 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; l’art. 127 dello stesso che si riferisce alla politica monetaria. Il problema della stabilità dei prezzi, strettamente connesso ai limiti imposti per le politiche occupazionali è poi ulteriormente aggravato dall’approvazione in Costituzione della riforma dell’art.81 (cd Pareggio di Bilancio).
5- Sulle politiche, denominate di solidarietà nazionale, del PCI e della CGIL alla fine degli anni 70 e l’adesione degli stessi all’irreversibilità dei vincoli esterni si guardi La scomparsa della sinistra in Europa di Massimo Pivetti (Imprimatur, 2016)
6- La sinistra partecipa alla costruzione di quella che Dardot e Laval hanno definito la “ragione-mondo” neo-liberista “La ragione politica neo-liberale, nel suo stesso principio costitutivo, concentrando la realtà del potere nelle mani degli attori economici più potenti a svantaggio della gran parte dei cittadini, produce insicurezza e disciplina la popolazione, disattiva la democrazia e frammenta la società…una ragione dotata della capacità di estendere e imporre la logica del capitale a tutte le relazioni sociali fino a farne la forma stessa delle nostre vite.” (Dardot-Laval, Guerra alla democrazia-L’offensiva dell’oligarchia neo-liberista, Derive Approdi, 2016)
7- Federico Caffé, In difesa del welfare state – saggi di politica economica, Rosenberg & Sellier, 1986

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11.5.17

Populismo, antifascismo e la falsa coscienza della sinistra di Ferdinando Pastore

 
POPULISMI

Cosa è emerso dai risultati dei referendum svoltisi in Europa – da quello greco, per passare alla Brexit, fino ad arrivare a quello Costituzionale in Italia? Sicuramente l’avvento di un blocco sociale, composito ed eterogeneo, che ha iniziato a dare risposte politiche, composto da tutti i soggetti che restano schiacciati dalla libera circolazione di capitali, merci e persone. Salariati e lavoratori precari del settore privato, giovani disoccupati, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori rappresentano la nuova classe sfruttata dal capitalismo globalizzato, la quale reagisce al sistema istituzionale ordo-liberista che ha accompagnato, in modo repressivo, la de-strutturazione al tessuto sociale delle nazioni: l’Unione Europea.

Questo blocco sociale non è ancora rappresentato, in maniera coerente, da un blocco politico, ma è fluttuante e divide i suoi voti tra una destra protezionistica e una nuova sinistra – che ha le espressioni più significative in Spagna e in Francia con il successo di Jean-Luc Mélenchon – che supera, definitivamente, la terza via Blairiana alla globalizzazione e individua nella lotta di classe nazionale il problema politico centrale per i nuovi ceti sfruttati. Entrambe le scelte del basso sono denominate dal blocco dominante, che ha i suoi epigoni politici nel PSE e nel PPE e in tutte le loro emanazioni nazionali, populiste.

Non si fa riferimento ad un populismo storico, bensì si cerca di derubricare queste nuove forze politiche nel terreno dell’avventurismo, con riferimento alle esperienze populiste del Sud-America, una evidente forzatura che mistifica la realtà dei fatti. Al contrario il sistema fondato sulle strutture sovra-nazionali ha avuto il compito di annientare tutti i soggetti che componevano il quadro costituzionale dei Paesi europei così come si era sviluppato dal secondo dopoguerra: Stato, partiti politici, sindacati, soggetti economici, cittadini sono stati trasformati in amplificatori della concorrenza economica e a loro sono state sottratte le prerogative che le Costituzioni gli attribuivano e che avevano lo scopo, esplicito, di salvaguardare la coesione sociale.

Se si prende per buona la definizione che Nicola Genga dà del populismo “l’appello a un popolo mitizzato da parte di un leader e la contestazione, dal basso, degli istituti di democrazia rappresentativa nelle loro forme storicamente determinate, una visione a-classista della società, la propensione al nazionalismo” sarà chiaro che proprio le strutture sovranazionali hanno interpretato queste mutazioni dall’alto.

Difatti tutte queste caratteristiche sono perfettamente compatibili con il sistema tecnocratico, che poggia le proprie basi su una legittimazione economica e non più sulla sovranità costituzionale e popolare. In questo modo il pilota automatico, gestito dai tecnocrati, ha prodotto uno svuotamento di significato della politica che non è più il luogo della formazione della decisione, ma che si riduce a sterile competizione sottoposta alle regole del marketing politico dove si annullano le componenti ideologiche e storiche per dettare un messaggio, seppur ideologicamente prefigurato in senso liberista, apparentemente neutro che si rivolge a un pubblico perlopiù indifferente ma ancora schierato, ingenuamente, tra destra e sinistra, categorie del tutto omogenee e compatibili con il sistema neo-liberale.

Così lo Stato nazionale è stato ridotto a protettorato e a passacarte delle multinazionali, le quali hanno i propri rappresentanti burocratici dentro le istituzioni sovranazionali e il manierismo politico si rivolge, proprio, direttamente al popolo, in una dimensione nella quale scompaiono la dialettica politica e gli interessi sociali che, in questo modo, sono nascosti e non rappresentati, con il conseguente smantellamento delle strutture democratiche (Parlamenti) e dei corpi intermedi (Partiti e Sindacati).

Il tutto per presentare come necessaria, inderogabile, una società proprio a-classista, nella quale solo l’individuo, continuamente sottoposto alla carneficina della competizione e immaginato come atomo slegato dalle condizioni socio-economiche, è degno di rappresentare bisogni politicamente rilevanti. Per di più questi bisogni sono artificiosamente esaltati dalle campagne di marketing, pubblicitarie, di propaganda le quali immaginano l’essere umano come uomo/impresa e lo inducono ad aderire sentimentalmente agli schemi della flessibilità lavorativa (il lavoro duraturo e stabile è definito privilegio parassitario) e della mobilità esistenziale.

Per rendere appetibile questo costrutto ideologico si fa richiamo a un vago e anti-storico nazionalismo europeo: l’Europa viene presentata come emblema di pace e di civiltà, e idealizzata a luogo sacrale, proprio utilizzando una retorica nazionalista. Di conseguenza le forze della destra protezionistica e quelle della nuova sinistra popolare sono costrette a richiamarsi alla mobilitazione del popolo, proprio per evidenziare la crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa che non permettono più la partecipazione delle masse alla struttura dello Stato e alla formazione della decisione politica.

Questo richiamo però è accompagnato dalla difesa delle Costituzioni nazionali o dalla immissione nel dibattito della questione costituzionale. Jean-Luc Mélenchon ha difatti proposto una nuova assemblea costituente, mentre in Italia si fa richiamo alla corretta applicazione della Costituzione del 1948 come orizzonte ideale per il recupero della sovranità.

Il problema del populismo va dunque rovesciato, dato che le élite hanno prodotto un sistema tecnocratico e populista e contemporaneamente stigmatizzano come populisti tutti quei movimenti che incentrano la propria azione sul recupero di sovranità popolare e nazionale, colpevolizzando le classi popolari, le quali iniziano a rifiutarsi di votare per il blocco politico che si autodefinisce “responsabile” e che ha gestito i processi di trasformazione della società in senso ordo-liberista attraverso il sistema delle riforme dettate dalla mano invisibile del mercato e che ha provocato squilibri sociali, disoccupazione, precarietà e diseguaglianze ormai divenute insopportabili. Così coloro i quali si dipingono come moderati si trasformano in estremisti nel monento in cui affidano esclusivamente al libero mercato e alla concorrenza la funzione di ordinare la società, con uno spirito assolutistico e totalitario.


IL RICATTO ANTIFASCISTA

L’ulteriore elemento ricattatorio nei confronti dei ceti deboli è rappresentato, oltre alla minaccia di paradossali crisi distruttive sul piano sociale nel momento in cui si procedesse a un mutamento di indirizzo politico, dall’avvento di un ipotetico ritorno al fascismo che sembra essere ormai alle porte. Il ricatto è eseguito ogni qual volta una forza della destra protezionistica ha una qualche possibilità di vincere le elezioni in un determinato Paese ed è direttamente proporzionale al richiamo contrario, quello del pericolo di un ritorno al socialismo reale o a un sistema di inefficienza e di statalismo burocratico ogni qual volta una forza della sinistra popolare aumenta i propri consensi, e quando essa denuncia l’impossibilità di difendere il lavoro e di sconfiggere le diseguaglianze sociali senza una adeguata politica dello Stato che dovrebbe tornare a dirigere i processi economici anche facendo ricorso alla spesa in deficit coperta dalla sovranità monetaria. Il ricatto del fascismo è ovviamente de-contestualizzato storicamente, dato che non esiste alcuna forza politica che si richiama al fascismo storico (i casi sono sporadici e ininfluenti) e quindi a un sistema nel quale lo Stato, attraverso l’uso della forza, silenzia il conflitto tra capitale e lavoro in una dimensione corporativa.

Al contrario le stesse destre protezionistiche si presentano come partiti anch’essi neo-liberali ma che, al contempo, limiterebbero la circolazione dei capitali per proteggere l’industria nazionale. Anche il FN appare oggi più inquadrabile in una forza realmente neo-gaullista, e si affacciò sulla scena politica francese proprio nel momento in cui, alle elezioni europee del 1984, la sinistra francese abbandonò il Programme Commun, per trasformarsi in quella sinistra mercatista e mondialista che oggi è parte integrante del blocco neo-liberale.

In questo modo il FN si iniziò ad accreditare anche tra i ceti bassi della popolazione francese, ma soprattutto iniziò a svilupparsi come partito non più legato a una piccola comunità nostalgica. Con questo non si vuole dire che il FN non avesse all’interno preoccupanti indirizzi xenofobi, ma che il ricatto fascista, dopo l’ulteriore svolta Repubblicana compiuta da Marine Le Pen e una volta che anche i guallisti si sono covertiti al culto liberista, opera come mero stratagemma, utilizzato per il mantenimento dello status quo e con cui le élite si auto-legittimano per raffigurarsi come unico campo politico degno di governare seppur in un continuo stato d’eccezione di fronte ai molteplici pericoli populisti, descritti come continui salti nel buio. L’emergenzialità è congeniale, oltretutto, alla presentazione di ulteriori riforme sempre incentrate sulla privatizzazione dello Stato e sulla mercificazione del lavoro.

In tutta Europa le politiche di austerità, le crescenti diseguaglianze hanno portato alla crescita della consapevolezza delle classi schiacciate dalla globalizzazione dei mercati e all’affermarsi di forze politiche che si pongono in contrasto radicale con l’impianto ordo-liberista di Bruxelles. In Francia, durante il primo turno delle elezioni presidenziali hanno avuto un risultato significativo sia uno schieramento, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che si richiama alla tradizione della sinistra popolare e sia la destra protezionistica di Marine Le Pen che ha conquistato l’accesso al ballottaggio. E proprio in Francia inzia a scricchiolare l’ordine neo-liberale dato che sembra meno pressante di un tempo il richiamo al pericolo fascista, diktat oppressivo e funzionale all’elezione di Macron, perfetto rappresentante delle élite finanziarie, ma che non sembra essere, al momento, in grado di riunire graniticamente quel che resta del Fronte Repubblicano.


IL CASO ITALIANO

Se in Europa inizia a trovarsi una corrispondenza tra blocco sociale schiacciato dal neo-liberismo e blocco politico che si rivolge alle classi sfruttate dallo stesso sistema, in Italia questo stesso blocco sociale che si è palesato con il Referendum Costituzionale e che conduce battaglie nei luoghi di lavoro (si pensi alla vertenza Alitalia ma anche alla battaglia dei tassisti contro le liberalizzazioni del mercato), non ha una rappresentanza politica. Se a destra i richiami alla sovranità monetaria e politica si riducono alla riproposizione di politiche neo-liberiste che guardano solo al mondo dell’impresa con scarsa capacità di diventare egemoni, la sinistra è proprio la parte politica che si rende più disponibile ad accettare i paradigmi ordo-liberisti che sono alla base della costruzione europea.

Quando si parla di sinistra non si fa riferimento al PD, che è partito centrale dello schieramento e che rappresenta il contenitore tendente alla stabilizzazione del sistema e che è responsabile, in via diretta, dello svuotamento della nostra Costituzione e della riduzione della sfera politica a mera competizione impolitica e che, insieme al M5S, si dota di strumenti realmente populistici (per esempio le primarie, ormai competizione che segue le regole dei talent show), bensì si vuole indicare tutto il variegato mondo che avrebbe l’ardire di collocarsi a sinistra del PD.

Ebbene questo schieramento è composto, per un verso, da una scissione, che in qualsiasi paese si considererebbe di destra, dallo stesso PD, effettuata da personaggi politici come D’Alema e Bersani, da sempre in prima linea nell’assecondare tutte le direttive dettate dalla tecnocrazia finanziaria, creatori, dagli anni 90, della linea rigorista in campo economico e ispiratori dei governi tecnici che si sono resi responsabili delle maggiori politiche di macelleria sociale e di distruzione dei principi sottostanti alla nostra Carta Costituzionale.

Ancora oggi questa parte politica rivendica, con orgoglio, le politiche di mercificazione e di precarizzazione nel mondo del lavoro, la svendita degli asset pubblici, le liberalizzazioni selvagge e addirittura la nascita del governo Monti, che contribuì a chiudere in maniera definitiva il sistema istituzionale italiano con la ricezione delle raccomandazioni neo-liberiste imposte dalla BCE e con l’instaurazione di una sorta di troika fatta in casa. Dall’altro lato è composta dalla cosiddetta sinistra radicale, che di radicale non ha nulla, la quale si è concentrata nella promozione dei diritti civili elevando il soggetto a unico elemento sociale e che ha rimosso la critica sociale. In questo modo, attraverso una sorta di anarchismo/libertario, ha contribuito alla definizione ordo-liberista dell’essere umano come imprenditore di se stesso, il quale deve assecondare i propri bisogni per raggiungere una liberazione meramente personale, sganciata dalle strutture collettive e dai bisogni reali connessi alle condizioni socio-economiche.

Questi due agglomerati hanno già delineato una futura alleanza elettorale, senza però che vi sia l’intendimento di rappresentare ciò che la sinistra popolare ha avuto il coraggio di affermare in Spagna e in Francia.

Al contrario i loro esponenti di spicco si sono affrettati nel dire che questa sarà una sinistra responsabile che dovrà essere forza di equilibrio del sistema politico. L’intendimento è proprio quello di deprimere e scoraggiare la nascita di una forza popolare che sappia porsi all’opposizione dell’odierno quadro istituzionale e che possa contrastare le prossime politiche di rigore che la UE continuerà a imporre e, soprattutto, che il dissenso, venga normalizzato o al massimo che continui ad essere canalizzato nel voto al M5S, il quale trasporta il malessere sociale sui canali impolitici della casta e dell’indignazione.

In più la classe dirigente di questa sinistra, contraddistinta da falsa coscienza, è atavicamente attratta da un ministerialismo che porta alla costruzione di cartelli elettorali funzionali esclusivamente alla sopravvivenza del loro management e al mantenimento del loro capitale. Non a caso essi si amano definire Ditta.







Fonte: risorgimento socialista







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6.5.17

Presentazione della CLN - il discorso di Ferdinando Pastore

Quello che segue è il discorsodi presentazione della CLN di Ferdinando Pastore all'Assemblea pubblica del 25 aprile.
Avevamo già pubblicato il discorso d'apertura dei lavori di Moreno Pasquinelli e l'introduzione di Ugo Boghetta alla tavola rotonda pomeridiana.


«La Confederazione per la Liberazione Nazionale nasce dalla volontà di alcune forze politiche che si sono ritrovate nell’analisi sullo sviluppo della società contemporanea, sulle isitituzioni politiche sovranazionali e sullo sviluppo del capitalismo nella sua forma finanziaria e globale. Seppur con sensibilità differenti Risorgimento Socialista, Programma 101, Indipendenza e Costituzione e Noi Mediterranei con il contributo di ulteriori associazioni e partiti, hanno condiviso alcuni interrogativi le cui risposte chiariscono lo stato attuale della dialettica politica.

Perchè nella contrapposizione politica non si fa più riferimento ad una classe dominante e a una sfruttata o non è più possibile parlare di conflitto tra capitale e lavoro? In che modo si è arrivati a derubricare il pensiero critico a conservatorismo novecentesco? Quali sono stati i passaggi con cui si è giunti a concepire l’esistenza di un unico modello ideologico – anche se fatto passare come neutro e oggettivo – che vorrebbe eliminare lo scontro politico e le protezioni sociali?

In questa sede, per ragioni di tempo, è superfluo raccontare l’evoluzione storica dell’ideologia ordo-liberista. Più importante concentrarsi sulle conseguenze disastrose che essa ha arrecato a tutti i soggetti sociali e sulla natura dell’apparato posto a difesa del suo sviluppo: l’Unione Europea.

Essa, infatti, è stata concepita come struttura repressiva, totalitaria (vorrebbe mantenere una posticcia contrapposizione tra destra e sinistra che diventano entrambe megafoni dello sviluppo liberista), oligarchica che agisce per tutelare esclusivamente la concorrenza economica. Inoltre, dal trattato di Maastricht in poi, si è dotata di un apparato istituzionale, che sovrasta quello degli Stati nazionali, privo di legittimazione democratica e popolare e che ha imposto l’avanzata, senza freni, del libero mercato globale.

Questo apparato esiste perché a differenza del liberismo classico, l’ordo-liberismo non è semplice laissez-faire, non concepisce uno Stato minimo, bensì lo Stato diventa il guardiano della libera concorrenza e interviene, a livello burocratico, per imporre il liberismo come unica cura immaginabile dalle malattie sociali generate dallo stesso capitalismo, ma solo al fine di estendere il più possibile la libera circolazione di merci, capitali e persone e quindi, in una paradossale spirale, generare ancora più malattie.

Tutti i soggetti sociali vengono giudicati, dall’apparato tecnocratico della UE, secondo i canoni della concorrenza.

- Lo Stato nazionale, al quale è sottratta la sfera decisionale e che non ha più una legittimazione derivante dalla sovranità popolare ma si trasforma in protettorato obbediente alle direttive, presentate sempre come “neutrali”, “oggettive”, “necessarie”, poste a protezione degli interessi facenti capo alle grandi multinazionali e finalizzate all’espansione illimitata del capitale finanziario

- La politica, che insieme a tutti i corpi intermedi (partiti, sindacati) è svuotata di significato e che si configura come mera competizione elettorale vuota e impolitica e si riduce a società dello spettacolo. La sua azione è limitata alla gestione amministrativa e il dibattito è immiserito a quello che Gramsci avrebbe definito “chiacchiericcio carnevalesco”

- I soggetti economici che non devono più aumentare la produzione e che perdono la funzione sociale prevista dalla Costituzione ma che devono concentrarsi sul guadagno da portare agli azionisti con conseguenti sconvolgimenti dal punto di vista sociale: de-localizzazioni, compressione dei salari, disoccupazione, precarizzazione del lavoro.

- E infine, secondo la più grande utopia liberista l’essere umano che ha il dovere di concepirsi come imprenditore di sé stesso e come eterno soggetto desiderante. Si indica che valori sociali come la libertà, la giustizia, l’eguaglianza sono raggiungibili esclusivamente attreverso la liberazione del soggetto, slegato dal contesto sociale e dalle contraddizioni socio-economiche o dal cappio dei doveri di solidarietà. Questa visione, cara anche alla sinistra cosiddetta radicale (quella anarco/libertaria) risulta perfettamente compatibile con il darwinismo sociale proposto dal sistema neo-liberale. Esso, difatti, prevede l’istituzionalizzazione dell’uomo/impresa, il quale, da solo, dovrà fronteggiare i rischi connessi al sistema capitalistico, un tempo protetti dallo Stato. Solo la proprietà è terreno sovrano, tutte le altre sovranità scompaiono e per proteggere la proprietà anche il corpo, le capacità intellettive, le passioni, insomma l’essere umano nella sua interezza diventa merce che deve essere appetibile sia per il lavoro che per la vetrina edonistica della società composta da individui. L’uomo deve assecondare tutti i falsi bisogni dettati dal mercato che rappresentano le nuove pressioni sociali (non più identificabili nelle vecchie categorie storiche Dio, Patria, Famiglia) e che lo vorrebbero perennemente alla ricerca di una fatua libertà indipendente da legami, mobile e senza radici, flessibile. Tutte caratteristiche che lo rendono docile e sottomesso agli intendimenti del capitale.

In questo modo il cittadino si trasforma in semplice consumatore e asseconda la trasformazione di tutti gli aspetti dell’esistenza in merce e per ambire al consumo partecipa, attivamente, al sistema di dominio ordo-liberista incentrato sul debito e si consegna allo sfruttamento volontariamente.

I bisogni non devono più essere soddisfatti dal salario ma dal ricorso al credito e volontariamente, appunto, indica gusti, predisposizioni, inclinazioni nella rete telematica, nei social, nelle vetrine edonstiche contemporanee. In questo modo perde coscienza del proprio sfruttamento che ormai investe, non solo il rapporto produttivo, ma l’intera esistenza. Si convince che la confusione tra tempo libero e lavoro è in perfetta sintonia con l’idea utopistica dell’uomo nuovo, costruito dai mezzi di comunicazione, dalla pubblicità, dal merketing aziendale, perennemente alla ricerca della felicità sconnessa dalla proprie condizioni materiali e con conseguente colpevolizzazione dello stesso qualora esso non sia performante come le nuove pressioni sociali richiedono.

Per questo il grande capitale e la UE distruggono i diritti sociali e al contempo promuovono i diritti civili. Le stesse aziende multinazionali anche se sfruttano il lavoro nei paesi poveri ricevono bollini di affidabilità qualora diffondano campagne sul rispetto dei diritti civili, che si trasformano da elementi di coesione sociale a spot per esaltare l’uomo/atomo pronto al consumo e alla egoistica promozione di sé.

Proprio sull’essere umano si è costruito il dominio del pensiero unico neo-liberista che distrugge tutte le forme comunitarie: lo Stato descritto come apparato dedito allo spreco e che non può creare denaro né operare, al fine di proteggere i diritti sociali e un welfare sviluppato, con spesa pubblica in deficit e a cui è stata, di conseguenza, tolta la legittimazione a decidere. La Politica e i partiti, non più elementi nei quali sviluppare un libero dibattito sulle idee e non più luoghi di rappresentazione degli interessi sociali. I sindacati che non devono difendere il lavoro collettivo, il quale dovrà essere contrattato singolarmente dal lavoratore senza vincoli di solidarietà. Il lavoro che non deve essere tutelato dallo Stato come diritto collettivo ma che deve trasformarsi in concessione elargita filantropicamente dal grande capitale e in opportunità da prendere a qualsiasi costo. La famiglia che non può trasmettere valori non mercantilistici e che nella sua disgregazione porta l’essere umano a non preoccuparsi più del concetto costituzionale della dignità sociale.

Ora tutta questa costruzione è in netto contrasto con la nostra Costituzione che ebbe la sua genesi nel solco del Costituzionalismo moderno che ricondusse le origini del fascismo e della distruzione europea provocata dalle guerre proprio al dominio liberista dell’inizio del 900, periodo assimilabile a quello contemporaneo. Per questo la nostra Carta non fu una replica delle costituzioni liberali ma venne concepita, seppur con tutte le mediazioni possibili nel seno dell’Assemblea Costituente, secondo due direttive precise: la dignità sociale della persona e la concezione per cui lo Stato era organo regolatore del conflitto tra capitale e lavoro e in questo modo istituzionalizzò la lotta di classe e la pose al centro dell’ordinamento. Dimostrazione più puntuale fu la redazione dell’articolo 3 II comma, partorito dal socialista Lelio Basso, con cui si regolavano i compiti dello Stato per la concreta attuazione dell’eguaglianza meramente formale enunciata nel comma I.

Ebbene l’ordo-liberismo e i trattati istitutivi della UE si ispirano a principi, quelli della concorrenza economica e della stabilità dei prezzi, che sono in netto contrasto con la nostra Costituzione, in quanto essa riconosceva valori e ambiti di azione dello Stato non riconducibili al sistema mercantilistico. Per questo la UE e i suoi protettorati nazionali vogliono annientare le costituzioni del dopoguerra, come quella italiana definita “troppo socialista”. Nello specifico l’attacco, dal trattato di Maastricht in poi è stato portato contemporaneamente su due diversi fronti: la forma democratica e la sua caratterizzazione parlamentare attraverso la quale le masse popolari entrarono dentro lo Stato e il modello sociale europeo, costruito dalle nazioni sovrane del dopoguerra, dove il lavoro, il salario, la casa, il welfare rappresentavano beni sganciati dall’economia di mercato in quelle che Robert Castel ha definito le “società salariali”. Economia di mercato che oggi, al contrario, vuole regnare libera e senza controlli. A questo proposito Rino Formica, ex ministro socialista ha affermato che le direttive della UE in contrasto con la prima parte della nostra Costituzione sarebbero dovute essere sottoposte, qualora avessimo avuto una classe dirigente degna di questo nome e fedele alla nostra Repubblica, a referendum costituzionale. Ciò dimostra la svendita di sovranità a cui è stato sottoposto il nostro Paese.

Il consolidamento del sistema ordo-liberista, con ricette sempre improntate all’austerità e al raggiungimento del pareggio di bilancio, ha fatto emergere diseguaglianze sempre maggiori e una contrappsozione tra due blocchi sociali che non sono più configurabili all’interno dello schema politico classico che vede la separazione tra destra e sinistra. In realtà quello che emerge è una nuova contrapposizione tra alto e basso.

L’alto della società non si presenta come una nuova borghesia, non ne incarna valori e aspirazioni, bensì ha una concezione dei rapporti di forza come se si trattasse di una nuova aristocrazia che è contemporaneamente anti/borghese (rifiuta le dinamiche della democrazia liberale e la dialettica con il lavoro) e anti/sociale (non concepisce l’esistenza di una società con valori comunitari e non mercantili), ma è aristocrazia con coscienza di classe e che sfrutta la globalizzazione dei mercati per togliere all’essere umano dignità e sicurezze. Per cui fenomeni come appunto la globalizzazione, l’immigrazione incontrollata, la finanziarizzazione dell’economia sono eventi non naturali ma bensì frutto di precise e coerenti scelte politiche, che portano vantaggi escusivamente al capitale trans-nazionale.

Il basso, al contrario, costretto a rimanere inchiodato al territorio che, con l’abbattimento delle sovranità costituzionali, nazionali e popolari, non ha più rappresentanza politica, ritorna a pensare che l’impoverimento è condizione fatalistica e immodificabile, se non attraverso un riscatto individuale. Di conseguenza, attraverso la spoliticizzazione della società, ha una confusa reazione dato che divide i voti tra una destra protezionistica che però non sembra in grado di creare egemonia e una nuova, ma ancora debole, sinistra popolare, ancora troppo incerta nel prendere le distanze da un’idea di internazionalismo che viene confuso con il cosmopolitismo di origine borghese. La composizione di questo basso, oggi composto da varie realtà sociali – salariati, disoccupati e precari, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori – ha una reazione ancora non rappresentata da un blocco politico coerente e con orizzionti egemonici, ma esce allo scoperto soprattutto quando è sottoposto ad una scelta chiara. Per questo tutti in tutti i referendum, da quello greco alla Brexit per finire a quello italiano sulla riforma costituzionale, svoltisi negli ultimi anni, il basso ha avuto la capacità di sconfiggere i proponimenti delle élite, mentre nelle elezioni non ha ancora la possibilità di trovare uno sbocco politico.

Proprio le élite tecnocratiche presentano tutti i movimenti espressione del basso come populisti, senza distinguere tra quelli della sinistra popolare e quelli della destra protezionistica. Ma questa denominazione è frutto di una mistificazione della realtà. Il termine non è utilizzato riferendosi a un populismo storico e sociale, bensì si cerca di stigmatizzare i nascenti campi di opposizione al sistema assimilandoli a un populismo di tipo sud-americano, nel quale il capo saltava le forme della demcrazia borghese per arrivare a un rapporto diretto con il popolo. Ma in realtà è proprio la tecnocrazia, con il suo TINA, che riduce la politica a mera forma impolitica e a competizione imperniata sulle regole della società dello spettacolo, nella quale si presentano al pubblico consumatore pacchetti preconfezionati con forme, appunto del tutto populiste e prive di un rapporto organico con i corpi intermedi (primarie, parlamentarie, sondaggi sono gli strumenti propedeutici alla de-politicizzazione della società).

Per questo i movimenti che ambiscono al ripristino della piena sovranità costituzionale, contemporaneamente, sono costretti a richiamarsi al popolo, in quanto gli strumenti della democrazia rappresentativa sono stati svuotati di significato.

Questa posizione, quella di un costituzionalismo radicale, non può essere, però, per avere capacità egemonica, essere relegata a un semplice antagonismo o a una presa di coscienza solo contestativa. Essa deve avere l’ardire di unire quel blocco sociale, schiacciato dal predominio dei mercati liberi e globali, ancora disomogeneo, e portarlo dentro lo Stato per una nuova gestione della cosa pubblica.

Quest’assemblea ha avuto la chiarezza di rappresentare quel blocco sociale, dai lavoratori dell’Alitalia reduci dal vittorioso referendum , agli agricoltori oppressi dalle multinazionali e per finire anche alle categorie dei commercianti che lottano contro le liberalizzazioni.

Le elezioni francesi hanno dimostrato, attraverso la campagna elettorale di Mélenchon, che quel blocco politico si può formare. In Italia, al contrario, la strada è più ardua in quanto il ceto politico italiano è schiacciato da una sorta di ministerialismo opportunistico con il quale si abdica alla rappresentazione di interessi sociali per cercare di salvaguardare la propria carriera politica.

Ciò a cui aspira la CLN è l’apertura di una nuova stagione politica nella quale a tutti si richiede coraggio».


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