ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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28.5.17

LA PIÙ BELLA MANIFESTAZIONE D'ITALIA di Sandokan

Ieri si è svolta a Roma l'annunciata manifestazione di solidarietà con le maestranze di Alitalia, per l'esattezza, con quelle che hanno votato NO all'accordo truffa del 24 aprile. Con i lavoratori che oggi, malgrado le intimidazioni, stanno incrociando le braccia —mi dicono che questo sciopero è stato un successo, se è vero, com'è vero che solo a Fiumicino ben 242 voli sono stati cancellati.

Di passata mi viene da fare una proposta: facciamo santi Fabio Frati e Antonio Amoroso, della CUB Trasporti, due sindacalisti che si tengono sulle spalle quasi tutto il peso della resistenza di quest'azienda che il governo vuole squartare per venderla a pezzi ai concorrenti. Di loro due scrivevo già il 26 aprile scorso.
E' grazie alla tenacia di questi due sindacalisti, al loro vero e proprio apostolato combattente che la manifestazione di ieri è stata un successo.

Mi dicono che fino all'ultimo istante i due, per quanto potessero contare sull'appoggio di un manipolo di precari e di lavoratori decisi a vendere cara la pelle, temevano il peggio. Invece anche questa volta hanno avuto la meglio, hanno avuto ragione. In migliaia e migliaia hanno risposto al loro appello alla mobilitazione. Ed è stata una manifestazione rumorosa, festosa, combattiva, bella.

I media di regime l'hanno completamente oscurata — niente, nemmeno nelle loro cronache locali -  giornali come Repubblica, Il Messagero o il Corriere. Un caso? No, un disegno preciso del nemico e dei suoi pennivendoli. Deve calare un tombale silenzio sulla resistenza dei lavoratori Alitalia. Non solo perché essi disprezzano chi si guadagna da vivere col proprio lavoro, non solo per fare un favore ai tre commissari liquidatori. Questa volta c'è una ragione in più, una ragione tutta politica. 

Questi lavoratori non si limitano a resistere, chiedono la nazionalizzazione della compagnia, avanzano misure e proposte precise, fattibili, in merito al rilancio di Alitalia. E' quindi, la loro, una lotta che ha oramai uno spessore tutto politico. Non è in ballo soltanto questo o quel diritto, è in ballo il destino della compagnia di bandiera. Non è questa una mera vertenza sindacale, è una partita nazionale, strategica. Da una parte un governo che in ossequio ai suoi padroni e ai dogmi liberisti ti dice che deve decidere "il mercato". Dall'altra chi lavora che risponde che Alitalia è un bene comune, un patrimonio nazionale.

A nessuno deve sfuggire che lo striscione d'apertura del corteo suonava "Giù le mani da Alitalia! Giù le mani dall'Italia". Segno di un orgoglio al tempo stesso, proletario e patriottico.
Forse è proprio per questo che si sono viste tante assenze, la ragione, infine, di chi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Una grande e bella manifestazione, dicevo, anche perché è stato il punto di raccolta (inatteso) di tante realtà del mondo del lavoro di Roma e dintorni. C'erano infatti almeno una ventina di delegazioni di aziende in lotta, di cui nessuno parla né vuole parlare, e che ieri hanno fatto sentire le loro voce, la loro rabbia contro il precariato, contro salari di fame spesso saldati in ritardo, contro i tanti soprusi che si debbono subire in ambienti di lavoro diventati da anni vere e proprie palestre di schiavismo.

Chi conosce il clima nei posti di lavoro, chi conosce quanto la città di Roma sia puttana e maligna, sa che questa manifestazione è stata un mezzo miracolo, un evento.

Che essa segni davvero una svolta, verso un'unione dei lavoratori, verso un riscatto dei senza voce, non sono in grado di dirlo. Lo vedremo nei prossimi mesi. Sugli arditi del popolo di Alitalia che l'hanno promossa sembra gravi ora un'altra grande responsabilità: fungere da punto di raccordo di tutte queste realtà del mondo del lavoro metropolitano disperso e atomizzato. Ciò senza dimenticare che Alitalia è adesso il centro geometrico di quella polvere d'umanità che è diventato il mondo del lavoro a Roma e dintorni.

Ora serve continuità, alzare il tiro inventandosi azioni esemplari e intelligenti.
 

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17.5.17

Il partito della nazione di Luciano Canfora

Un «partito della nazione» lo aveva abbozzato, in un certo senso, già Ciampi al tempo della sua presidenza. Alla base di una tale costruzione, descritta come «patriottismo repubblicano», c’erano molto Risorgimento e, in dosi minori, un po’ di Resistenza, resa però il più possibile apartitica, così come già era stato sterilizzato – da una lunga tradizione parascientifica – il Risorgimento, impastato in un’unica “polpetta”, e trasformato in moto corale armonico e univoco (l’esatto contrario di ciò che era stato nella realtà).

Ma il progetto naufragò, perché non era facile replicare sulla Resistenza la stessa operazione. La vicenda della guerra civile italiana, nel corso della quale si era sviluppato il movimento di liberazione, non poteva essere sterilizzata agevolmente. Bisognava rimuoverne la componente comunista, innegabilmente maggioritaria. Con schietto entusiasmo, uno studioso italiano che appare oggi incerto sull’orientamento da adottare, parlò – in un saggio dell’ormai lontano 1976 – di «epopea» comunista nella Resistenza italiana (ed europea). Né era facile, sol perché nell’89-’91 era crollato il “socialismo reale”, far svanire nel nulla tale epopea, così determinante per la vittoria del côté antifascista nella guerra civile italiana. Per altro verso il crollo del “socialismo reale” incoraggiava la sub-storiografia alla Montanelli-Pansa, intenta a fare della Resistenza, con un notevole successo editoriale, un bersaglio costante ed un costante oggetto di discredito.

In conseguenza di ciò, più che sterilizzarla, si provvide ad espungere la Resistenza dal codice genetico di un possibile “partito della nazione”: tanto più che, nel frattempo, il centro-destra, insediatosi saldamente al potere, grazie alle infami leggi elettorali di tipo maggioritario, provvedeva a ricollocare in una luce positiva larghe fette dell’esperienza fascista. E il fascismo come tale riprendeva comunque quota – nella frastornata coscienza diffusa – per il fatto stesso di essere stato l’antagonista più coerente del comunismo, che ideologi colti e meno colti si affannavano, per intanto, a descrivere come il vero male assoluto del secolo.

A questo punto il basamento ideale di un auspicato “partito della nazione” («patriottismo repubblicano» già diventava qualcosa di troppo sbilanciato a sinistra) si riduceva quasi a nulla. Oltretutto, nel frattempo, anche il Risorgimento veniva preso a spallate e fatto oggetto di scherno da parte del pilastro politico che ha consentito, per anni e anni, al centro-destra di governare, e cioè la Lega Nord; il cui leader carismatico incitava, in pubblici comizi, ad adoperare la bandiera nazionale come risorsa d’emergenza per l’igiene intima.

Venuti meno entrambi gli ingredienti, la destra non leghista si appagava della genericissima qualifica di “liberale” e il centro-sinistra adottava come propria qualifica fondante “l’Europa” (assunta quasi come un valore in sé!). E poiché sia gli uni che gli altri pretendevano a spada tratta di non essere né liberali né anti-europei, ne scaturiva che una qualche significativa e qualificante distinzione tra i due gruppi cominciava a diventare problematica (fatta eccezione, beninteso, per il diverso modo degli uni e degli altri di impiegare il tempo libero e soprattutto le serate).


[1] E. Galli della Loggia, Ideologie, classi e costume, in L’Italia contemporanea. 1945-1975, a cura di V. Castronovo, Einaudi, Torino 1976, p. 391.

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