ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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24.7.17

LA CONFESSIONE SPONTANEA DEL PROF. PANEBIANCO di Leonardo Mazzei

Angelo Panebianco
A proposito di flat tax e Costituzione

Mannaggia, tutto ciò che ci serve è incostituzionale! Maledizione, chi ce lo ricorda non ha nemmeno torto! Peggio ancora: i tentativi di colpire al cuore la Costituzione modificandone la seconda parte falliscono, come si è visto il 4 dicembre. Che fare allora? Ma è semplice, bisogna cambiare direttamente la prima parte della Carta del 1948. Oddio, forse tanto semplice non è, visto come la pensa la maggioranza degli italiani. Ma non vorremo mica, noi liberali, sottostare al volere della plebe. Dunque si proceda in altro modo. Ad esempio scardinando l'impianto costituzionale a partire da un bel dibattito (leggasi da una massiccia campagna mediatica) sulla flat tax. Questo, in buona sostanza, il ragionamento proposto da quel gentiluomo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 21 luglio.

Il suo è un editoriale importante, perché indica da un lato che l'attacco delle èlite alla Costituzione non è certo archiviato (e questo lo sapevamo), dall'altro che l'assalto frontale agli stessi Principi Fondamentali ha bisogno di un nuovo Cavallo di Troia che ne consenta lo stravolgimento. La flat tax, appunto.

Ma seguiamo brevemente il discorso del Panebianco, che ha se non altro il merito di dire senza falsi pudori qual è l'obiettivo di lorsignori: quello di far corrispondere la costituzione formale a quella materiale, scolpendo una volta per tutte, anche nella pietra costituzionale, le "ragioni" del dominio di classe. Le sue proposte non lasciano adito a dubbi: passare da una repubblica fondata sul lavoro ad una fondata sulla "libertà", precisando subito che la prima "libertà" da tutelare è il diritto di proprietà da elevare a "diritto fondamentale".

Ora, anche se il Panebianco dice che la Costituzione del '48 «avrebbe potuto diventare - senza bisogno di revisioni - la carta fondamentale di una "democrazia popolare" se i socialcomunisti avessero vinto», a noi non risulta proprio che il diritto di proprietà abbia troppo sofferto negli ultimi settant'anni. Tant'è che il capitalismo italiano ha avuto il suo massimo sviluppo proprio nei primi decenni del dopoguerra. Ma ai rapaci del capitalismo-casinò dei nostri tempi anche questo non basta. Non solo vogliono che ogni legge sia a loro vantaggio, vogliono anche la piena vittoria sul piano ideologico. Concretamente, Panebianco vorrebbe la flat tax non solo per avvantaggiare i ricchi e per distruggere quel che resta del welfare (questo va da sé), ma anche (testuale) per assestare «una frustata ideologica e culturale».

Interessante l'elenco fatto dall'editorialista delle cose, per lui ovviamente tutte ottime, che possono però essere tacciate - giustamente, se non altro lo ammette - di incostituzionalità se non si interviene alla radice dei Principi Fondamentali: ovviamente la flat tax, ma anche le leggi elettorali maggioritarie, il numero chiuso nelle università e - orrore, orrore, tre volte orrore! - «forse perfino il Job act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso "controllo di costituzionalità"». Ma guarda un po', chi l'avrebbe mai detto!

Nei fatti il Panebianco ammette semplicemente che tutte le principali scelte politiche dell'ultimo quarto di secolo, non solo dunque le ultime firmate Renzi, sono incostituzionali. E questo perché - diciamo noi - tutte le scelte di questo periodo sono state ispirate all'ideologia ed ai dogmi neoliberisti. E neoliberismo e Costituzione proprio non possono convivere.

Fin qui, in un certo senso, siamo alla scoperta dell'acqua calda. Il che non toglie però interesse all'ammissione del Panebianco. Ma più interessante ancora è lo sviluppo del suo ragionamento. Sapendo di non potersi permettere un attacco scoperto alla prima parte della Costituzione (il referendum del 4 dicembre gli brucia ancora), ecco allora il gigantesco imbroglio della flat tax.

La gente non ne può più delle tasse? Bene, convinciamola che la prima cosa da fare è quella di introdurre una sola aliquota, uguale per tutti. Indovinate chi ci guadagnerà! No, calmi, mica quelli che credete voi, populisti che non siete altro. No, gente avvezza solo a pensar male di ogni studiata parola dei nostri giornaloni. Per il disinteressato editorialista del Corsera, e per tutti i sostenitori della "tassa piatta", ci guadagnerà solo l'economia, che riuscirebbe «a ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita». Boom, boom, triplo boom! Se davvero la flat tax fosse così benefica per l'economia, Russia ed Ucraina, che l'hanno introdotta rispettivamente nel 2001 e nel 2003, sarebbero in testa alle classifiche delle crescita, che ci raccontano invece una storia diversa assai.

Il succo della flat tax è palesemente un altro. Favorire spudoratamente i ricchi, cancellando anche quel minimo di redistribuzione della ricchezza che si determina grazie alla tassazione progressiva dei redditi. A questo scopo piuttosto volgarotto (e dunque poco confessabile), il Panebianco ne aggiunge un altro, per quelli della sua casta importante assai: affermare il principio del dominio assoluto della ricchezza anche nella carta costituzionale.

Detto questo, se sul Panebianco possiamo anche fermarci qui, non così sulla flat tax. Egli infatti non è solo, anzi. A rilanciare la "tassa piatta" ci ha pensato recentemente l'attuale presidente dell'Istituto Bruno Leoni, quel Nicola Rossi che è stato uno degli economisti di punta del centrosinistra nel primo decennio del secolo. Ma, come è noto a tutti, la flat tax è uno dei cavalli di battaglia preferito dalla Lega di Salvini, che proprio su questo tema ha ritrovato la piena convergenza con l'immarcescibile Silvio Berlusconi. E l'elenco potrebbe continuare...

Ora, siccome l'esercito di questi imbroglioni si va ingrossando, e siccome la propaganda leghista sul tema è attecchita anche in ambienti insospettabili del sovranismo, è quanto mai necessario fare chiarezza - numeri alla mano - sui veri effetti della flat tax, nelle varie forme proposte. Per questo torneremo nel dettaglio sul tema in un prossimo articolo.

Nel frattempo fissiamo almeno un punto: l'assoluta incompatibilità della "tassa piatta" con la Costituzione del 1948. A dire il vero, una inconciliabilità che chiunque può comprendere al volo senza bisogno di troppi discorsi. Ma viviamo tempi assai confusi, dunque di nuovo grazie al prof. Panebianco per la sua confessione spontanea.

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13.7.17

PATRIA, COSTITUZIONE, SOCIALISMO di Jean Luc Melenchon

Ascoltiamolo attentamente Jean Luc Mélenchon.
Mentre in Italia quattro amici al bar dei Parioli con l’aiuto di ordo-liberisti alla D’Alema, parlano di sconclusionatezze prive di logica come l’unità della sinistra e che al massimo si riverseranno su battaglie inter-classiste sponsorizzate da Hollywood come l’eutanasia, in Francia qualcuno ha compreso che la difesa del Parlamento, delle Costituzioni nazionali, della sovranità popolare, dei diritti sociali, rappresentano la chiave per una politica ispirata ai valori del socialismo.
Oggi però il riformismo non può che assumere caratteri radicali. Questa è la chiave per avviare un processo politico populista e di sinistra. Le conquiste socialdemocratiche del 900 si difendono radicalizzando lo scontro sociale. Ed è proprio lo scontro sociale l’aspetto principale del Costituzionalismo del dopoguerra.
Si comprese che il riconoscimento delle storture provocate dal capitalismo e la loro rappresentazione innalzasse il livello della vita democratica.
Per questo oggi Patria, Costituzione e Socialismo sono temi intimamente connessi.


Ferdinando Pastore

* sottotitoli a cura di Senso Comune

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28.6.17

L’INGANNO DELLA SOVRANITÀ EUROPEA: UNA RISPOSTA A TOMASO MONTANARI di Ferdinando Pastore

Tomaso Montanari
Ferdinando Pastore fa parte della direzione di Risorgimento Socialista, come del centro dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

Nell’era del pensiero unico neo-liberista, nella quale appare inverosimile mutare le politiche d’indirizzo economico, presentate alla collettività come necessarie, ineluttabili, dettate dal pilota automatico, si rincorrono, in Italia, tentativi di ricostruzione della sinistra, che di continuo sono progettati mediante appelli alla società civile al fine di attuare la Costituzione italiana.

COSTITUZIONE, SOCIETA’ CIVILE, CORPI INTERMEDI

Già gli appelli alla società civile, entità astratta e non corrispondente ad alcun blocco sociale, sembrano in aperta contraddizione con lo spirito costituzionale, dato che essi si servono delle medesime caratteristiche di spoliticizzazione della società che sono insite nella prassi neo-liberista: il primato dell’economia sulla politica, il mito del privato rispetto al pubblico, la denazionalizzazione della moneta, lo smantellamento dello stato sociale, l’annientamento dei corpi intermedi ormai chiusi in apparati ermetici ma al contempo innocui e congeniali per il mantenimento dello status quo.
Difatti, proprio quando ci si rivolge alla società civile, si lascia intendere che i diritti sociali, ispirati a principi solidali e non mercantilistici,  un tempo protetti dallo Stato, hanno perso la loro funzione politica: quella di dare rappresentanza allo scontro sociale.
Essi sono così sostituiti dagli interessi dei gruppi di pressione, che ancora organizzati in apparati burocratici, in realtà, perseguono fini privati, tendenti al mero profitto economico e trovano terreno fertile nel momento in cui il neo-liberismo ha operato una mutazione sostanziale dell’individuo ormai ridotto a imprenditore di sé stesso e a eterno soggetto desiderante, non più in grado di prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento nei rapporti produttivi e di alienazione nella propria condizione esistenziale (1).
Con la conseguenza di silenziare lo scontro sociale e far paventare, continuamente, l’idea che esista una società civile portatrice di istanze omogenee e inter-classiste, che, causa la loro inconsistenza, saranno preordinate dal mercato(2).
Il richiamo alla Costituzione, poi, è ancora più marcato a seguito della vittoria al Referendum Costituzionale  del fronte del No, al cui interno la sinistra ha giocato un ruolo del tutto marginale e ininfluente, soprattutto se si pensa all’incapacità di darne un significato politico in linea di continuità con i risultati della Brexit o del Referendum greco di qualche anno fa. Esso è stato ridotto a semplice contestazione alla figura di Matteo Renzi.
Proprio la sottovalutazione della questione sociale e la tendenza a non identificare i risultati dei referendum come unareazione del basso della società, ormai definitivamente impoverito e ridotto ad assistere inerte allo smantellamento delle sicurezze novecentesche, porta la sinistra a non affrontare il tema centrale legato alla difesa della Costituzione:l’incompatibilità dei Trattati istitutivi della UE con le costituzioni moderne, nate nel dopoguerra, e, se si dà uno sguardo al caso italiano, alla sostanziale sostituzione della Carta del 1948 con i dettami delle strutture sovranazionali.

L’EUROPA, LA COSTITUZIONE E LA PIENA OCCUPAZIONE

Anche nell’ultima assemblea che ha richiamato l’unità della sinistra – quella promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari, nella quale si è riunito il gotha del progressismo liberale –  il tema o è stato accuratamente eluso o chiamato in causa con argomentazioni inverosimili.
Anzi Tomaso Montanari è andato ben oltre, nel momento in cui è riuscito a menzionare il problema UE e contemporaneamente a pubblicizzare un rafforzamento delle strutture con sede a Bruxelles e Francoforte. Il richiamo di Montanari è risultato particolarmente insidioso nel momento in cui ha affermato: “L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea”.
Le omissioni contenute in questo passaggio sono molteplici, perché l’articolo richiamato – oggi  diventato l’art. 2 III comma del Trattato di Lisbona –  in realtà è così strutturato: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico”. Solo da una semplice prima lettura appare evidente il contrasto tra questa formulazione e quella contenuta nell’art. 4 della Costituzione Italiana che così recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Il Trattato di Lisbona, quindi, riconduce la tendenziale piena occupazione, non tra i compiti dello Stato, bensì come conseguenza di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva e dalle politiche tese alla stabilità dei prezzi che generano deflazione salariale(3) e perdita dei diritti connessi al lavoro.
La piena occupazione richiamata da Montanari è, in buona sostanza, quella contenuta in un vero e proprio manifesto dell’ordo-liberismo che si pone in netta contraddizione con i principi ispiratori del Costituzionalismo moderno che si basavano su un forte intervento dello Stato per proteggere la collettività dai rischi connessi allo sviluppo capitalistico. Al contrario il riferimento all’economia sociale di mercato rappresenta lo stratagemma, utilizzato in primis dalla Germania, per sancire il principio secondo cui lo stesso individuo assume su di sé gli obiettivi dell’economia di mercato, che in questo senso si socializza (4).
Montanari, quindi, o non conosce i trattati europei o, se li conosce, evita, volontariamente, di spiegarne la natura ideologica, poiché se così facesse, dovrebbe trarre alcune conseguenze logiche.
Per esempio che i Trattati istitutivi dell’Unione Europea sono immodificabili perché strettamente connessi all’ideologia neo-liberista, e proprio l’esistenza di essi impedisce il pieno esercizio della sovranità costituzionale. Appare evidente che la difesa della Costituzione è uno specchietto per le allodole, se posta in termini generici e così fuorvianti.
Se da un lato l’omissione in questione serve per non disturbare i manovratori ed evitare che il dissenso possa avere ricadute di reale opposizione al sistema di dominio neo-liberista e quindi con il proposito di silenziarlo e progettare contenitori politici ossequiosi e docili, dall’altro si nota come la sinistra, nel suo complesso, aderisca, da quando si è allontanata dalla critica sociale d’ispirazione marxista, alle illusioni universalistiche del liberalismo.

LA MUTAZIONE GENETICA DELLA SINISTRA IN ITALIA

 Quest’adesione è avvenuta attraverso due distinti filoni di pensiero. Il primo è quello legato alla mutazione ordo-liberista del PCI, che dalla fine degli anni ’70 fu l’ideatore, insieme alla CGIL, dell’ideologia dell’austerità, attraverso la quale si iniziava a richiedere ai lavoratori sacrifici, per avere come contropartita un’immaginifica e rinnovata capacità produttiva. Processo portato a compimento quando, con l’avvento della seconda Repubblica, il gruppo dirigente post-comunista ha iniziato a recepire, acriticamente, i dettati compilati e imposti dai vincoli esterni contenuti nel Trattato di Maastricht.(5) 
Il secondo è legato alla struttura ideologica della sinistra radicale, che dal movimentismo anarco-liberale del 1968 in poi, ha accettato la supremazia del soggetto come elemento cardine di una politica antagonista. Proprio l’antagonismo è, in questa fase storica, il più grande alleato del capitalismo globale, poiché anch’esso punta allo sfaldamento delle strutture sociali e solidaristiche, al fine di concepire una società parcellizzata e atomistica, supina agli intendimenti del mercato che si deve espandere senza ostacoli(6).
La conseguenza è il comune accordo, tra sinistra e capitalismo globale, nel ridurre al minimo il ruolo dello Stato. Al massimo, secondo le indicazioni ordo-liberiste, esso si trasforma in apparato burocratico guardiano della libera concorrenza, ma privo della capacità di esercitare la piena sovranità.
Non a caso la sinistra ordo-liberista ha provveduto negli ultimi vent’anni alla massiccia campagna di privatizzazioni operata nel nostro Paese, contribuendo al decadimento della sfera pubblica, mentre la sinistra radicale, nell’opporsi alle privatizzazioni, conduce battaglie capziose nel momento in cui utilizza un linguaggio perfettamente accomodante nei confronti delle stesse, quando si riferisce alla difesa di fantomatici “beni comuni”, che si contrapporrebbero a quelli pubblici. Ma i beni o sono privati o sono pubblici, tertium non datur.
La difesa della Costituzione, con queste premesse, è del tutto fittizia. La Carta viene descritta come una bussola ma al contempo si partecipa alla sua distruzione. Per questo Montanari parla di conquistare una sovranità europea, dimentico del fatto che essa è già operante e che viene esercitata dalla UE in maniera repressiva nei confronti di chi non si adegua agli standard previsti proprio dalla forte competizione. 

LA SOVRANITA’ NAZIONALE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Vengono a compimento, in maniera definitiva, le profezie di Federico Caffé quando descriveva quella che si potrebbe definire la spirale ordo-liberista nel momento in cui le decisioni prese sulla stabilità dei prezzi diventano incongruenti con gli obiettivi della collettività, ma la stessa stabilità dei prezzi è presa, nuovamente, a modello per ovviare alle contraddizioni economico/sociali dalla stessa provocate.(7)
La sinistra, così per come si configura in Italia, dimostra la propria complicità nei due proponimenti principali dell’ordine neo-liberista: l’annientamento della democrazia e l’abbattimento delle società salariali che, proprio grazie ai partiti socialdemocratici, furono edificate dagli Stati nazionali europei del dopoguerra.
Per questo, oggi, i concetti di Patria, sovranità popolare e Costituzione sono intimamente connessi per operare in netto contrasto con il modello neo-liberista e, inoltre, il recupero della sovranità nazionale appare condizione indispensabile, non solo per il recupero della dimensione democratica e costituzionale, ma anche per immaginare la costruzione di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico.  
La questione del legame tra opposizione al neo-liberismo e recupero della sovranità nazionale è stata compresa soprattutto da Jean-Luc Mélenchon in Francia, difatti nella campagna presidenziale egli ha proposto una nuova assemblea costituente e, al contempo, l’uscita della Francia dai Trattati qualora non si ovviasse alla loro, radicale, trasformazione.
In Italia, dopo venticinque anni di macelleria sociale e di annientamento del sistema produttivo, tutto ciò viene, allegramente, ignorato, per continuare a proporre liste elettorali, votate ad un ministerialismo nevrotico e che si propongono di unire le due, fantomatiche, sinistre.
NOTE
1 – Particolarmente istruttivo sul punto fu C. Wright Mills quando descrisse la nascita di questi interessi nella società americana del dopoguerra “Il liberalismo, ora quasi un denominatore comune della politica degli Stati Uniti, diventa liberalismo amministrativo, potente struttura statale che avoca a sé un maggior numero di problemi, nel cui interno le lotte politiche aperte si trasformano in procedure per pressioni amministrative” e la loro pericolosità per la tenuta della democrazia americana sin dagli anni ’50 “Ma nello stesso tempo, se il futuro della democrazia americana corre dei rischi, non è a causa di un movimento della classe lavoratrice, ma a causa della sua assenza e perché esso è sostituito da un nuovo sistema di interessi costituiti. Se questi nuovi interessi appaiono spesso particolarmente pericolosi per la struttura sociale democratica, è perché sono così grandi e tuttavia così esitanti.” (C.Wright Mills, Colletti Bianchi, Einaudi Editore, 1974)
2 – La ricaduta ideologica di tale impostazione è l’esaltazione dei diritti universalistici e l’abbandono del criterio che era alla base del Costituzionalismo moderno, quello dell’istituzionalizzazione del conflitto di classe. Il percorso attraverso il quale si è arrivati a tentare di rappresentare interessi omogenei e slegati dalle condizioni socio-economiche e il legame con la teoria neo-liberale e post-moderna è ben descritto da Gaetano Azzariti, in particolare quando afferma “Esclusa la dimensione politica e conflittuale, si teorizza che le nuove costituzioni civili post-moderne e post-nazionali debbano trarre la propria legittimazione da interessi settoriali, prodotte dalle spinte spontanee del mercato e da indeterminate forze che operano entro comunità asettiche. Costituzioni, dunque, necessariamente arrese, che finiranno inevitabilmente per porsi al servizio del potere costituito, operando in accordo con il potere selvaggio del mercato.” (Gaetano Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016)
3- Sulla deflazione salariale Sergio Cesaratto su asimmetrie.org 
4- Per uno studio approfondito e di facile fruibilità si rimanda agli scritti di Vladimiro Giacché e di Luciano Barra Caracciolo. Del primo si raccomanda la lettura di Costituzione contro Trattati Europei – Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015; del secondo La Costituzione nella palude, Imprimatur, 2015. Giacché descrive, inoltre, come il pricipio della stabilità dei prezzi sia presente in altri articoli particolarmente significativi dei Trattati e che sia stata posta come condizione necessaria per poi poter avviare politiche anticicliche. In particolare i riferimenti sono l’art. 119 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; l’art. 127 dello stesso che si riferisce alla politica monetaria. Il problema della stabilità dei prezzi, strettamente connesso ai limiti imposti per le politiche occupazionali è poi ulteriormente aggravato dall’approvazione in Costituzione della riforma dell’art.81 (cd Pareggio di Bilancio).
5- Sulle politiche, denominate di solidarietà nazionale, del PCI e della CGIL alla fine degli anni 70 e l’adesione degli stessi all’irreversibilità dei vincoli esterni si guardi La scomparsa della sinistra in Europa di Massimo Pivetti (Imprimatur, 2016)
6- La sinistra partecipa alla costruzione di quella che Dardot e Laval hanno definito la “ragione-mondo” neo-liberista “La ragione politica neo-liberale, nel suo stesso principio costitutivo, concentrando la realtà del potere nelle mani degli attori economici più potenti a svantaggio della gran parte dei cittadini, produce insicurezza e disciplina la popolazione, disattiva la democrazia e frammenta la società…una ragione dotata della capacità di estendere e imporre la logica del capitale a tutte le relazioni sociali fino a farne la forma stessa delle nostre vite.” (Dardot-Laval, Guerra alla democrazia-L’offensiva dell’oligarchia neo-liberista, Derive Approdi, 2016)
7- Federico Caffé, In difesa del welfare state – saggi di politica economica, Rosenberg & Sellier, 1986

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2.6.17

Quale festa? Quale Repubblica? di Ferdinando Pastore

Napoli, 2 giugno 2017
Il Potere neo-liberista ha de-sacralizzato tutte le feste, sia religiose che laiche. 
La caratteristica comune ad entrambe è il rifiuto di ogni legame comunitario. 
Nelle prime lo snaturamento è improntato a un'esaltazione del consumo. 
La famiglia si riunisce per celebrare la merce e la adora nel momento in cui si scambiano i regali, che non appartengono più alla dimensione del dono disinteressato. Anche i bambini sono educati alla dimensione del profitto, nel momento in cui il regalo è richiesto e si intende guadagnato. Le feste laiche, quelle che celebrano il lavoro, o date significative per l'intera comunità sono sminuite ad avvenimenti di maniera. Perdono il loro significato politico. Durante il primo maggio, momento nel quale si dovrebbero ricordare le conquiste sociali e la dignità sociale derivante dal lavoro, i sindacati organizzano un concerto. Lo sballo, il casino, la ribellione individuale diventano i simboli dell'uomo nuovo, quello che si deve fare da sé, che non deve recriminare e segnano la sconfitta delle rivendicazioni sociali che devono essere trasportate in una dimensione psicologica, proprio quando il lavoro ritorna a condizioni di schiavismo. Il 25 Aprile si riduce a parata nostalgica e impolitica, si celebrano i resistenti ma la Resistenza viene delimitata a esperienza del passato, glorioso e irriproducibile. La sua mitizzazione, collocata in un tempo lontano, è strumento per rendere innocua ogni contestazione allo status quo e dei contemporanei sistemi di dominio e di sfruttamento. Oggi questi sono da considerare elementi naturali dell'esistenza e non più frutto di determinate scelte ideologiche. Il Potere si rende neutro e inattaccabile.
Oggi, 2 giugno, si dovrebbe festeggiare lo Stato Repubblicano. Questa è la festa più ipocrita. Nel momento in cui si tradiscono, giornalmente, i presupposti di sovranità sottesi all'esercizio dell'autorità statale e le implicazioni sociali che lo Stato Costituzionale cristallizzava come suoi principi costitutivi, la classe dirigente che ha svenduto il Paese a forze sovranazionali che proteggono interessi in contrasto con quelli nazionali, ha il coraggio di presentarsi a questa parata vuota e demenziale.
Oggi gli unici elementi sovrani sono quelli del mercato e quelli dell'individuo. Il mercato esercita la propria sovranità in maniera repressiva, con il suo apparato tecnocratico che impone una nuova colonizzazione, mentre la sovranità dell'individuo, atomo e sradicato, è protetta da un sistema permissivo, quello del soggetto desiderante, che concepisce la liberazione dai sistemi di oppressione solo in termini di emancipazione di sé, guidata dalla promozione di falsi bisogni. Così la sovranità del mercato impone la distruzione dello Stato, dei confini, delle comunità e dei legami sociali e di classe, e trova un individuo falsamente sovrano, completamente addomesticato e pienamente assoggettato ai suoi voleri.

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11.5.17

Populismo, antifascismo e la falsa coscienza della sinistra di Ferdinando Pastore

 
POPULISMI

Cosa è emerso dai risultati dei referendum svoltisi in Europa – da quello greco, per passare alla Brexit, fino ad arrivare a quello Costituzionale in Italia? Sicuramente l’avvento di un blocco sociale, composito ed eterogeneo, che ha iniziato a dare risposte politiche, composto da tutti i soggetti che restano schiacciati dalla libera circolazione di capitali, merci e persone. Salariati e lavoratori precari del settore privato, giovani disoccupati, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori rappresentano la nuova classe sfruttata dal capitalismo globalizzato, la quale reagisce al sistema istituzionale ordo-liberista che ha accompagnato, in modo repressivo, la de-strutturazione al tessuto sociale delle nazioni: l’Unione Europea.

Questo blocco sociale non è ancora rappresentato, in maniera coerente, da un blocco politico, ma è fluttuante e divide i suoi voti tra una destra protezionistica e una nuova sinistra – che ha le espressioni più significative in Spagna e in Francia con il successo di Jean-Luc Mélenchon – che supera, definitivamente, la terza via Blairiana alla globalizzazione e individua nella lotta di classe nazionale il problema politico centrale per i nuovi ceti sfruttati. Entrambe le scelte del basso sono denominate dal blocco dominante, che ha i suoi epigoni politici nel PSE e nel PPE e in tutte le loro emanazioni nazionali, populiste.

Non si fa riferimento ad un populismo storico, bensì si cerca di derubricare queste nuove forze politiche nel terreno dell’avventurismo, con riferimento alle esperienze populiste del Sud-America, una evidente forzatura che mistifica la realtà dei fatti. Al contrario il sistema fondato sulle strutture sovra-nazionali ha avuto il compito di annientare tutti i soggetti che componevano il quadro costituzionale dei Paesi europei così come si era sviluppato dal secondo dopoguerra: Stato, partiti politici, sindacati, soggetti economici, cittadini sono stati trasformati in amplificatori della concorrenza economica e a loro sono state sottratte le prerogative che le Costituzioni gli attribuivano e che avevano lo scopo, esplicito, di salvaguardare la coesione sociale.

Se si prende per buona la definizione che Nicola Genga dà del populismo “l’appello a un popolo mitizzato da parte di un leader e la contestazione, dal basso, degli istituti di democrazia rappresentativa nelle loro forme storicamente determinate, una visione a-classista della società, la propensione al nazionalismo” sarà chiaro che proprio le strutture sovranazionali hanno interpretato queste mutazioni dall’alto.

Difatti tutte queste caratteristiche sono perfettamente compatibili con il sistema tecnocratico, che poggia le proprie basi su una legittimazione economica e non più sulla sovranità costituzionale e popolare. In questo modo il pilota automatico, gestito dai tecnocrati, ha prodotto uno svuotamento di significato della politica che non è più il luogo della formazione della decisione, ma che si riduce a sterile competizione sottoposta alle regole del marketing politico dove si annullano le componenti ideologiche e storiche per dettare un messaggio, seppur ideologicamente prefigurato in senso liberista, apparentemente neutro che si rivolge a un pubblico perlopiù indifferente ma ancora schierato, ingenuamente, tra destra e sinistra, categorie del tutto omogenee e compatibili con il sistema neo-liberale.

Così lo Stato nazionale è stato ridotto a protettorato e a passacarte delle multinazionali, le quali hanno i propri rappresentanti burocratici dentro le istituzioni sovranazionali e il manierismo politico si rivolge, proprio, direttamente al popolo, in una dimensione nella quale scompaiono la dialettica politica e gli interessi sociali che, in questo modo, sono nascosti e non rappresentati, con il conseguente smantellamento delle strutture democratiche (Parlamenti) e dei corpi intermedi (Partiti e Sindacati).

Il tutto per presentare come necessaria, inderogabile, una società proprio a-classista, nella quale solo l’individuo, continuamente sottoposto alla carneficina della competizione e immaginato come atomo slegato dalle condizioni socio-economiche, è degno di rappresentare bisogni politicamente rilevanti. Per di più questi bisogni sono artificiosamente esaltati dalle campagne di marketing, pubblicitarie, di propaganda le quali immaginano l’essere umano come uomo/impresa e lo inducono ad aderire sentimentalmente agli schemi della flessibilità lavorativa (il lavoro duraturo e stabile è definito privilegio parassitario) e della mobilità esistenziale.

Per rendere appetibile questo costrutto ideologico si fa richiamo a un vago e anti-storico nazionalismo europeo: l’Europa viene presentata come emblema di pace e di civiltà, e idealizzata a luogo sacrale, proprio utilizzando una retorica nazionalista. Di conseguenza le forze della destra protezionistica e quelle della nuova sinistra popolare sono costrette a richiamarsi alla mobilitazione del popolo, proprio per evidenziare la crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa che non permettono più la partecipazione delle masse alla struttura dello Stato e alla formazione della decisione politica.

Questo richiamo però è accompagnato dalla difesa delle Costituzioni nazionali o dalla immissione nel dibattito della questione costituzionale. Jean-Luc Mélenchon ha difatti proposto una nuova assemblea costituente, mentre in Italia si fa richiamo alla corretta applicazione della Costituzione del 1948 come orizzonte ideale per il recupero della sovranità.

Il problema del populismo va dunque rovesciato, dato che le élite hanno prodotto un sistema tecnocratico e populista e contemporaneamente stigmatizzano come populisti tutti quei movimenti che incentrano la propria azione sul recupero di sovranità popolare e nazionale, colpevolizzando le classi popolari, le quali iniziano a rifiutarsi di votare per il blocco politico che si autodefinisce “responsabile” e che ha gestito i processi di trasformazione della società in senso ordo-liberista attraverso il sistema delle riforme dettate dalla mano invisibile del mercato e che ha provocato squilibri sociali, disoccupazione, precarietà e diseguaglianze ormai divenute insopportabili. Così coloro i quali si dipingono come moderati si trasformano in estremisti nel monento in cui affidano esclusivamente al libero mercato e alla concorrenza la funzione di ordinare la società, con uno spirito assolutistico e totalitario.


IL RICATTO ANTIFASCISTA

L’ulteriore elemento ricattatorio nei confronti dei ceti deboli è rappresentato, oltre alla minaccia di paradossali crisi distruttive sul piano sociale nel momento in cui si procedesse a un mutamento di indirizzo politico, dall’avvento di un ipotetico ritorno al fascismo che sembra essere ormai alle porte. Il ricatto è eseguito ogni qual volta una forza della destra protezionistica ha una qualche possibilità di vincere le elezioni in un determinato Paese ed è direttamente proporzionale al richiamo contrario, quello del pericolo di un ritorno al socialismo reale o a un sistema di inefficienza e di statalismo burocratico ogni qual volta una forza della sinistra popolare aumenta i propri consensi, e quando essa denuncia l’impossibilità di difendere il lavoro e di sconfiggere le diseguaglianze sociali senza una adeguata politica dello Stato che dovrebbe tornare a dirigere i processi economici anche facendo ricorso alla spesa in deficit coperta dalla sovranità monetaria. Il ricatto del fascismo è ovviamente de-contestualizzato storicamente, dato che non esiste alcuna forza politica che si richiama al fascismo storico (i casi sono sporadici e ininfluenti) e quindi a un sistema nel quale lo Stato, attraverso l’uso della forza, silenzia il conflitto tra capitale e lavoro in una dimensione corporativa.

Al contrario le stesse destre protezionistiche si presentano come partiti anch’essi neo-liberali ma che, al contempo, limiterebbero la circolazione dei capitali per proteggere l’industria nazionale. Anche il FN appare oggi più inquadrabile in una forza realmente neo-gaullista, e si affacciò sulla scena politica francese proprio nel momento in cui, alle elezioni europee del 1984, la sinistra francese abbandonò il Programme Commun, per trasformarsi in quella sinistra mercatista e mondialista che oggi è parte integrante del blocco neo-liberale.

In questo modo il FN si iniziò ad accreditare anche tra i ceti bassi della popolazione francese, ma soprattutto iniziò a svilupparsi come partito non più legato a una piccola comunità nostalgica. Con questo non si vuole dire che il FN non avesse all’interno preoccupanti indirizzi xenofobi, ma che il ricatto fascista, dopo l’ulteriore svolta Repubblicana compiuta da Marine Le Pen e una volta che anche i guallisti si sono covertiti al culto liberista, opera come mero stratagemma, utilizzato per il mantenimento dello status quo e con cui le élite si auto-legittimano per raffigurarsi come unico campo politico degno di governare seppur in un continuo stato d’eccezione di fronte ai molteplici pericoli populisti, descritti come continui salti nel buio. L’emergenzialità è congeniale, oltretutto, alla presentazione di ulteriori riforme sempre incentrate sulla privatizzazione dello Stato e sulla mercificazione del lavoro.

In tutta Europa le politiche di austerità, le crescenti diseguaglianze hanno portato alla crescita della consapevolezza delle classi schiacciate dalla globalizzazione dei mercati e all’affermarsi di forze politiche che si pongono in contrasto radicale con l’impianto ordo-liberista di Bruxelles. In Francia, durante il primo turno delle elezioni presidenziali hanno avuto un risultato significativo sia uno schieramento, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che si richiama alla tradizione della sinistra popolare e sia la destra protezionistica di Marine Le Pen che ha conquistato l’accesso al ballottaggio. E proprio in Francia inzia a scricchiolare l’ordine neo-liberale dato che sembra meno pressante di un tempo il richiamo al pericolo fascista, diktat oppressivo e funzionale all’elezione di Macron, perfetto rappresentante delle élite finanziarie, ma che non sembra essere, al momento, in grado di riunire graniticamente quel che resta del Fronte Repubblicano.


IL CASO ITALIANO

Se in Europa inizia a trovarsi una corrispondenza tra blocco sociale schiacciato dal neo-liberismo e blocco politico che si rivolge alle classi sfruttate dallo stesso sistema, in Italia questo stesso blocco sociale che si è palesato con il Referendum Costituzionale e che conduce battaglie nei luoghi di lavoro (si pensi alla vertenza Alitalia ma anche alla battaglia dei tassisti contro le liberalizzazioni del mercato), non ha una rappresentanza politica. Se a destra i richiami alla sovranità monetaria e politica si riducono alla riproposizione di politiche neo-liberiste che guardano solo al mondo dell’impresa con scarsa capacità di diventare egemoni, la sinistra è proprio la parte politica che si rende più disponibile ad accettare i paradigmi ordo-liberisti che sono alla base della costruzione europea.

Quando si parla di sinistra non si fa riferimento al PD, che è partito centrale dello schieramento e che rappresenta il contenitore tendente alla stabilizzazione del sistema e che è responsabile, in via diretta, dello svuotamento della nostra Costituzione e della riduzione della sfera politica a mera competizione impolitica e che, insieme al M5S, si dota di strumenti realmente populistici (per esempio le primarie, ormai competizione che segue le regole dei talent show), bensì si vuole indicare tutto il variegato mondo che avrebbe l’ardire di collocarsi a sinistra del PD.

Ebbene questo schieramento è composto, per un verso, da una scissione, che in qualsiasi paese si considererebbe di destra, dallo stesso PD, effettuata da personaggi politici come D’Alema e Bersani, da sempre in prima linea nell’assecondare tutte le direttive dettate dalla tecnocrazia finanziaria, creatori, dagli anni 90, della linea rigorista in campo economico e ispiratori dei governi tecnici che si sono resi responsabili delle maggiori politiche di macelleria sociale e di distruzione dei principi sottostanti alla nostra Carta Costituzionale.

Ancora oggi questa parte politica rivendica, con orgoglio, le politiche di mercificazione e di precarizzazione nel mondo del lavoro, la svendita degli asset pubblici, le liberalizzazioni selvagge e addirittura la nascita del governo Monti, che contribuì a chiudere in maniera definitiva il sistema istituzionale italiano con la ricezione delle raccomandazioni neo-liberiste imposte dalla BCE e con l’instaurazione di una sorta di troika fatta in casa. Dall’altro lato è composta dalla cosiddetta sinistra radicale, che di radicale non ha nulla, la quale si è concentrata nella promozione dei diritti civili elevando il soggetto a unico elemento sociale e che ha rimosso la critica sociale. In questo modo, attraverso una sorta di anarchismo/libertario, ha contribuito alla definizione ordo-liberista dell’essere umano come imprenditore di se stesso, il quale deve assecondare i propri bisogni per raggiungere una liberazione meramente personale, sganciata dalle strutture collettive e dai bisogni reali connessi alle condizioni socio-economiche.

Questi due agglomerati hanno già delineato una futura alleanza elettorale, senza però che vi sia l’intendimento di rappresentare ciò che la sinistra popolare ha avuto il coraggio di affermare in Spagna e in Francia.

Al contrario i loro esponenti di spicco si sono affrettati nel dire che questa sarà una sinistra responsabile che dovrà essere forza di equilibrio del sistema politico. L’intendimento è proprio quello di deprimere e scoraggiare la nascita di una forza popolare che sappia porsi all’opposizione dell’odierno quadro istituzionale e che possa contrastare le prossime politiche di rigore che la UE continuerà a imporre e, soprattutto, che il dissenso, venga normalizzato o al massimo che continui ad essere canalizzato nel voto al M5S, il quale trasporta il malessere sociale sui canali impolitici della casta e dell’indignazione.

In più la classe dirigente di questa sinistra, contraddistinta da falsa coscienza, è atavicamente attratta da un ministerialismo che porta alla costruzione di cartelli elettorali funzionali esclusivamente alla sopravvivenza del loro management e al mantenimento del loro capitale. Non a caso essi si amano definire Ditta.







Fonte: risorgimento socialista







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