ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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13.2.18

DESTRE AL GOVERNO? di Leonardo Mazzei



«Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire».
Da settimane dicon tutti le stesse cose: (1) che dalle urne del 4 marzo non verrà fuori una maggioranza parlamentare, (2) che saranno perciò necessarie alleanze diverse da quelle presenti sulla scheda elettorale, (3) che forse nascerà un non meglio precisato "governo del presidente", (4) che in ogni caso l'instabilità politica caratterizzerà anche la prossima legislatura.

Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Tolto il quarto punto, sul quale possiamo scommettere, gli altri tre si basano su una fotografia vecchia di un paio di mesi. Foto oggi sbiadita assai, perché se resta vero che la coalizione di destra tutto sembra fuorché un'alleanza di governo, i due competitors sistemici —la micro-coalizione a guida piddina ed M5S— tanto competitivi non sembrano proprio.

Piddinia City le han provate ormai tutte: il Renzi populista come il Renzi europeista, quello che prende il treno per farsi vedere in giro per l'Italia e quello che sta chiuso nel bunker mandando avanti pesce-lesso-Gentiloni. Ma non gliene funziona una, perché  —ricordiamoci il 4 dicembre 2016— il Bomba resta il politico più odiato dagli italiani, mentre da un pesce lesso più di tanto sarebbe irragionevole attendersi.

Scherzi a parte, il dato di fondo è che il Pd è visto (e giustamente) come il vero perno del sistema, di un liberismo governante ben sposato con un indefettibile eurismo, il tutto simboleggiato oggi dall'alleanza con la turbo-euroliberista Bonino. In fondo la parabola del Pd va letta anche guardando al resto d'Europa, dove i partiti "fratelli" del PSE hanno fatto registrare nel 2017 un 20,5% con la Spd in Germania ed un simpatico 7,4% con il Partito Socialista in Francia. Perché, Renzi a parte (che comunque ci mette del suo, e gliene saremo per sempre grati), meravigliarsi se anche la curva del Pd tende al 20%?

Del resto, cosa dice il Partito democratico in questa campagna elettorale, oltre ad attaccare M5S su certe pittoresche incoerenze dei pentastellati? Dice che non farà inciuci, e qui tutti a sbellicarsi dalle risate. Magari non li farà non avendone la possibilità, ma tutti sanno che il progetto renziano è solo uno, quello dell'accordo con Forza Italia e dintorni. D'altronde è questa l'unica possibilità di governo per un Pd a guida renziana. Certo, è vero, in linea teorica non possiamo neppure escludere un governo Pd-M5S (con l'aggiunta della smorta pattuglietta di LeU), ma in quel caso Renzi dovrebbe lasciare alla svelta la segreteria del Nazareno.

Insomma, quello messo in pista dal fiorentino è un partito esausto, impossibilitato a vincere, che può solo auspicare che la destra non raggiunga la maggioranza assoluta, sperando poi di avere i numeri mettendo assieme i propri seggi con quelli dell'ex-cavaliere. Il problema è che per impedire un successo pieno della destra servirebbe un M5S competitivo nei collegi del sud, cioè laddove il Pd è del tutto fuori gioco. Altro che attaccare Di Maio! Può sembrare paradossale, ma a Renzi servirebbe un Movimento Cinque Stelle vincente almeno in una quarantina di collegi uninominali della Camera. Ma è realistica questa ipotesi? A parere di chi scrive, assolutamente no.

E perché no? Perché il grosso dei consensi M5S li ha ottenuti in passato presentandosi in alternativa secca al sistema dominante. Un appeal che oggi non c'è più. E non c'è più perché nessuno sa cosa farsene di un movimento che con la svolta di Di Maio è diventato —mutatis mutandis— una sorta di Democrazia Cristiana del ventunesimo secolo.[1]  Certo, sarebbe assurdo negare che anche il 4 marzo in tanti voteranno M5S pensando di dare un voto antisistemico. Questo avverrà per la mancanza di alternative credibili. Avverrà, ma assai meno che in passato, quando il voto a M5S era oggettivamente un voto contro le forze dominanti. Oggi, con la disponibilità a fare da ruota di scorta di un sistema politico sempre più zoppicante, le cose sono del tutto diverse. E la percezione di questa svolta è presente ormai in strati non trascurabili del precedente elettorato di M5S.

I sondaggi vanno sempre presi con la massima prudenza (ne parleremo tra poco), tanto più in Italia dove abbiamo i sondaggi low cost, quelli realizzati con 1.500 telefonate, quelli che vorrebbero appassionarci ai loro settimanali spostamenti millimetrici che nulla cambiano nella sostanza. Sono gli stessi istituti demoscopici che nel 2013 sottostimarono clamorosamente M5S dato al 14% contro il 25% delle urne. Gli stessi che nel 2016 non seppero vedere la valanga di NO in arrivo al referendum costituzionale. Bene, la mia impressione, per quel che vale, è che stavolta il dato dei Cinque Stelle sia invece sovrastimato alla grande. 

In ogni caso, che qualcosa non torni nei sondaggi tutti possono capirlo. Prendiamo l'ultimo uscito ieri, realizzato da Demopolis. Tanto uno vale l'altro visto che tutti dicono più o meno le stesse cose. Secondo questo sondaggio la coalizione di destra totalizzerebbe il 37,2%, M5S avrebbe il 28,3%, la mini-coalizione piddina il 27,5%, LeU il 5,8%. Totale 98,8%.

Vi sembra realistico? Vi sembra possibile che l'insieme delle altre liste raccolga solo l'1,2%? Ma per favore! Sorvolando su quelle presenti solo in pochissimi collegi, vi sono almeno sette liste in grado di ottenere un minimo di risultato. Semplificando, ve ne sono quattro a sinistra (Potere al Popolo, Partito Comunista, Per una Sinistra Rivoluzionaria, Lista del Popolo) e tre a destra (Casa Pound, Forza Nuova e Popolo della Famiglia). Personalmente penso che nessuna di queste arriverà al 3%, ma non mi stupirei di certo se Potere al Popolo e Casa Pound si avvicinassero al 2%. In ogni caso mi sembra che ipotizzare almeno un 6% per l'insieme delle liste minori sia piuttosto ragionevole.

Ma se così è, ne consegue che almeno qualcuno dei tre poli risulterà assai più magro di quel che ci dicono i sondaggi. Certo, in teoria questo dimagrimento potrebbe anche essere ripartito proporzionalmente tra di essi, lasciando dunque inalterati i rapporti di forza descritti dagli istituti demoscopici, ma la cosa mi pare poco probabile. Più verosimile invece, per le ragioni già descritte, che il dimagrimento si concentri su M5S e in secondo luogo sul Pd. Ma se così andranno le cose, alla destra non sarà neppure necessario raggiungere quel 40% di voti che secondo molti sarebbe la soglia indispensabile per vincere nel 70% dei collegi uninominali, conseguendo così la maggioranza assoluta dei seggi. Se gli altri due competitors nel maggioritario stanno sotto di 10 punti e passa su scala nazionale, è ben difficile che essi possano raccogliere complessivamente oltre il 30% degli eletti in questi collegi. Dunque, quel 37% che oggi appare ancora insufficiente per assegnare la vittoria piena alla destra, alla fine potrebbe invece bastargli.

Naturalmente la mia è solo un'ipotesi, ma non credo troppo infondata. Quali sarebbero, nel caso, le conseguenze di un simile risultato?

In primo luogo, la coalizione di destra, nata per raggranellare seggi ma non per governare, sarebbe invece costretta a farlo, mettendo subito in piazza le differenze e gli elementi inconciliabili che la contraddistinguono. Uno spettacolo di un certo interesse, tenuto conto che il principale di questi nodi si chiama Europa.

In secondo luogo il Pd imploderebbe e Renzi dovrebbe lasciare la segreteria. Ma la crisi di questo partito non si arresterebbe di certo con il ritorno di qualche zombie alla Veltroni. Essa invece continuerebbe, perché è una crisi che non dipende soltanto dal fiorentino.

In quanto ad M5S non sappiamo, ma certo non è difficile immaginare l'inizio della diaspora. Processo tutto sommato positivo, specie se le componenti più avanzate del vecchio movimento sapranno in qualche modo reagire alla svolta del Di Maio. Il quale —ma qui le previsioni sono più difficili— finirebbe forse anch'egli in soffitta.

In ogni caso, ribadirlo è superfluo, la mia è solo un'ipotesi. Se si realizzerà l'avvio della nuova legislatura sarà ben diverso da quello immaginato un po' da tutti. Il che non significa, però, che vi sarà "stabilità". Anzi! Essa non vi sarà affatto. Intanto la destra litigherà su chi dovrà fare il premier, poi verrà il turno della composizione del governo, infine il nodo del programma e del mantenimento delle mirabolanti promesse elettorali del duo Berlusconi-Salvini. Il tutto dentro quella gabbia europea che oggi l'ex-cavaliere applaude, mentre il Salvini la vorrebbe adesso "riformare".

Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire.     


NOTE

[1] Mi rendo conto che il paragone M5S-DC possa sembrare assai strambo. Io qui mi riferisco essenzialmente a tre cose: (1) l'assoluto ed insopportabile perbenismo tipico del nuovo corso pentastellato, (2) l'interclassismo dichiarato cui corrisponde però un rapporto privilegiato con l'establishment economico, (3) una sorta di vocazione "centrista" in cui il "né di destra né di sinistra" serve solo a dire signorsì al potere delle oligarchie.

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10.2.18

PER UN NUOVO ANTIFASCISMO di Moreno Pasquinelli

Ci mancava solo l'americanata in stile suprematista bianco del "lupo solitario marchigiano" ad intossicare una campagna elettorale già inquinata di suo da pagliacci che discutono del nulla.

Cosa pensassimo del fascista rinato che si è messo a fare il tiro al bersaglio contro tutti i passanti di colore che incontrava per strada l'abbiamo detto: un crimine infame. 

Che quanto accaduto a Macerata avrebbe mobilitato gli antifascisti era inevitabile. Alla fine la Questura ha autorizzato la manifestazione che si svolgerà oggi in quella città. Era in forse, a causa di una gravissima e sintomatica dichiarazione del piddino Ministro degli interni Minniti, questa: 
«Mi auguro che chi ha annunciato manifestazioni accolga l’invito del sindaco, se questo non avverrà, ci penserò io ad evitare tali manifestazioni».
Gravissima perché il divieto (formalmente anticostituzionale) opposto agli antifascisti avrebbe fatto il paio con la presenza elettorale (sostanzialmente anticostituzionale) dei fascisti del secondo e  terzo millennio. Sintomatica perché essa ci dice come crescano certe pulsioni sbirresche e stato-fortiste nel corpaccione di un regime neoliberista che, tra gli altri, si distingue per essere uno dei meglio attrezzati nella repressione del conflitto sociale e di strada. Non fosse che non siamo abituati ad usare alla carlona le categorie politiche, verrebbe voglia di parlare di demofascismo.

Detto che auguriamo il successo della ahinoi liturgica manifestazione di oggi a Macerata, due parole sull'antifascismo e gli antifascisti. 

Amadeo Bordiga fu forse troppo severo  a dire che "L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo". Opinione condivisa, seppure declinata in senso liberale dallo storico Renzo De Felice.[1] Il giudizio venne considerato un insulto dai militanti rivoluzionari che negli anni '70 condussero una battaglia senza quartiere contro i neofascisti del tempo. Sembrava loro che ci fosse un'effettivo e incombente pericolo fascista alle porte. La storia ci dirà che non era vero, che la vera minaccia era un'altra e di diverso segno: la radicale offensiva neoliberista che infatti dilagherà con gli effetti che sappiamo.

Oggi è diverso. Oggi siamo al tramonto di questo lungo ciclo liberista, un tramonto dovuto non all'avanzata di un'alternativa socialista, proletaria e democratica, ma a causa di una crisi sistemica (economica, sociale e politica) che potrebbe intaccare le stesse fondamenta della civilizzazione capitalistica. Siamo alle porte di un passaggio d'epoca, e tutto diventa possibile. Oggi sì esiste il carburante sociale per una mobilitazione reazionaria delle masse: la pauperizzazione senza scampo del ceto più numeroso della società: i ceti medi. Faccio notare che pauperizzazione non equivale, come comunemente si pensa, alla proletarizzazione.

Se questo carburante entrasse in contatto con un comburente avremmo l'incendio generale, quella che abbiamo chiamato "mobilitazione reazionaria delle masse". I neofascisti o qualche loro parente, qui sta il punto, potrebbero fungere da comburente (sottolineo il condizionale). Non è quindi sbagliato affermare che le forze rivoluzionarie debbono stare in guardia ed attrezzarsi per evitare che questa crisi di civiltà, che si manifesta anche come dissoluzione della democrazia costituzionale, sfoci nel caos che precede una dittatura sì postcapitalistica ma di segno neo-feudale, dove la potente élite finanziaria fungerà da nuova aristocrazia.

Ma come si combatte e si sventa questa minaccia? Si combatte e si sventa costruendo una forza politica dirigente che contenda ai neofascisti (o chi per loro) ogni centimetro di spazio politico, che impedisca loro di rappresentare e prendere la testa dei ceti medi pauperizzati, la cui esplosiva mobilitazione di massa è nell'ordine delle cose. Come ha scritto Sandokan su questo blog non c'è alternativa: per evitare che il mostro prenda forma occorre uccidere il  liberismo che lo porta in pancia. Sì quindi, tanto più da noi dove il fascismo nacque e affonda le sue radici, ad un antifascismo attivo, operante, intelligente. 

Non lo è quello che vediamo risorgere, che pare una scadente parodia di quello degli anni '70. Un antifascismo di maniera, tutto schiacciato sui "valori", ma i cui valori, a ben vedere, sono impastati con quelli della narrazione ideologica con cui il neoliberismo ha giustificato la sua egemonia. L'etica dei diritti umani, l'individualismo anarchicheggiante, l'edonismo consumistico, la ripugnanza cosmpolitica della nazione, il disprezzo per lo Stato. Con questi "valori" lo spirito delle élite neoliberiste si è impossessato come un demone del "corpo proletario". Un corpo che non c'è più e non potrà risorgere nella forma di prima.

Se i neofascisti avanzano è perché appaiono come i soli che rifiutano questi "valori" che vano perdendo la loro presa sulle larghe masse, che larghi settori di popolo considerano già adesso "disvalori". Essi si fanno largo perché sembrano i soli a raccogliere non solo il disagio e l'ansia di chi sta in basso, ma le richieste di sicurezza sociale, di sentirsi parte di una comunità nazionale, quindi di uno Stato che tuteli chi di questa comunità fa parte. 

Siamo così giunti al cuore della questione. L'antifascismo risorgente pretende e si illude di battere i neofascisti rifiutando come reazionarie le domande che salgono dalle viscere della società, opponendo loro, addirittura quali fattori identitari, proprio quei disvalori. Un antifascismo cosmopolitico, immigrazionistico, antinazionale antistatalista è condannato non solo a perdere, ma a fungere da truppa ausiliaria delle élite neoliberali.

L'antifascismo attivo, operante, intelligente deve, al contrario, accogliere le spinte che salgono dal basso, anzitutto dai settori falcidiati dalla crisi e più indifesi, fare propri, contro il crescente disordine sociale, i bisogni di sicurezza, di solidarietà comunitaria, di nazione e di Stato. Solo accogliendoli si può pensare di declinarli e indirizzarli in senso democratico, egualitario e socialista. Solo un patriottismo rivoluzionario può tenere testa al nazionalismo sciovinista e xenofobo.

Sarà possibile questa inversione di rotta delle sinistre radicali? Possibile sì, ma altamente improbabile perché si tratta di una vera e propria radicale palingenesi. Sarà impossibile, questa rinascita, se in tempi politici non entrerà in scena l'agente fermentante, il gramsciano intellettuale collettivo attorno al quale raggruppare nuove forze, che quelle vecchie sono oramai destinate a miglior vita. Detto altrimenti occorre un partito rivoluzionario, che sia il perno di una più vasto fronte popolare.

Lo ripetiamo: nella crisi si civiltà vincerà chi saprà mettere ordine nel disordine.

NOTE

[1] «Il fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell'avversario per distruggerlo».
Intervista sul fascismo. pp 6-7. Laterza 1975 . 





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1.7.17

I MILIONARI AUMENTANO MA I POVERI DI PIÙ

Il Sole 24 Ore del 14 giugno ci informava sui risultati di una ricerca dell'autorevole The Boston Consulting Group sulla concentrazione di ricchezza nel mondo e la crescita del divario tra classi sociale ricche e povere—vedi più sotto.
Agghiacciante. Così, d'istinto, ti vengono in mente gli SPARI SOPRA di Vasco Rossi
Nell'articolo, di un cinismo disarmante (istruisce i milionari a diventare ancor più ricchi) la Lucilla Incorvati ci informa che negli ultimi decenni e malgrado la crisi (anzi, grazie ad essa) molti ricchi sono diventati ricchissimi, tant'è che in Italia ci sono ben 307mila famiglie con patrimoni finanziari milionari. Ci dice anche che queste famiglie, nel 2021, saranno 433mila.

Per contraltare l'Istat ci informa oltre 4 milioni e mezzo di italiani vivono oggi in condizioni di povertà assoluta. I dati raccolti riguardano l’anno compreso tra il 2014 e il 2015, e attestano la soglia di povertà assoluta al 6,1% delle famiglie italiane, per un totale di 4 milioni 598 mila individui.
Ene passant: il Pil procapite italiano fa -24% rispetto a quello della Germania.
Un bel cadeau dell'Unione europea!


In Italia 307mila famiglie con patrimoni milionari


La crescita della ricchezza finanziaria privata nel mondo non si arresta: nel 2016 la corsa di Wall Street e degli altri principali mercati ha portato il valore totale di azioni, obbligazioni e depositi alla cifra record di 166.500 miliardi di dollari. Rispetto al 2015 si tratta di un incremento del 5,3%. Nel 2021 dovrebbe raggiungere i 223.100 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 6%, derivante in parti uguali dalla creazione di nuova ricchezza e dalla valorizzazione degli asset. Sono queste le principali evidenze del 17° rapporto sulla ricchezza di The Boston Consulting Group.
L ’aumento della ricchezza è avvenuto a tutte le latitudini, ma ancora una volta è stata l’area Asia-Pacifico a segnare lo sviluppo più rapido: nel 2016 l’incremento è stato del 9,5% (è strato del 12% nel periodo 2011-2015) in grado di prospettare a breve uno storico sorpasso ai danni dell’Europa occidentale come secondo mercato più ricco. L’area con Stati Uniti, Canada e Messico ha segnato un incremento robusto, +4,5%, superiore a quello dell’Europa occidentale (+3,2%). Per queste due regioni, così come per America Latina e Medio Oriente e Africa, l’andamento nel 2016 è stato migliore del 2015. A livello globale il numero di famiglie milionarie (chi ha ricchezze finanziarie superiori al milione di dollari) è cresciuto in un anno del 7%, arrivando a quota circa 18 milioni. Ovvero l’1% delle famiglie, che detengono il 45% della ricchezza totale.
L’Italia, che mantiene da anni la 10° posizione al mondo, conta 307mila famiglie milionarie nelle cui mani c’è il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana.
Nel 2021 saranno 433mila, l’1,6% del totale mondiale e con uno stock pari al 23,9%. «Se la ricchezza finanziaria globale è cresciuta del 5,3% e, in Europa del 3,2%, l’Italia ha registrato una leggera battuta d’arresto dovuta principalmente alla riduzione di valore delle partecipazioni azionarie dirette e degli investimenti obbligazionari che avevano come controparte istituzioni finanziarie» – ricorda Edoardo Palmisani, principal di BCG.


Le dinamiche della ricchezza finanziaria sono sempre legate a due fattori: la nuova ricchezza generata e la performance del portafoglio. Il report evidenzia come la creazione di nuova ricchezza sia rimasta pressoché costante, mentre sono stati gli investimenti diretti azionari ed obbligazionari a generare una performance negativa, seppur parzialmente controbilanciati da fondi comuni e gestioni patrimoniali. Nei prossimi 5 anni ci aspettiamo che la ricchezza italiana riprenda a crescere, superando i 5 trilioni di dollari dagli attuali 4,5 trilioni. A trainare saranno nuovamente i soggetti che hanno più di un milione di ricchezza e che cresceranno a tassi del 5/6%. Il portafoglio delle famiglie continuerà a ribilanciarsi verso le azionari a scapito di obbligazioni, cash e depositi per raggiungere un’allocazione più efficiente, in linea a quanto già accade in Europa o in America».

Per chi si occupa di wealth management lo studio evidenzia la necessità di adottare un nuovo approccio al digitale per recuperare in competitività e focalizzarsi sui momenti chiave per il cliente, offrendo i servizi giusti al momento giusto.

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25.5.17

ITALIA: BOLLETTE NON PAGATE = 26 MILIARDI....Guido da Landriano

L’eredità della crisi: in Italia 26 miliardi di bollette non pagate

Bollette di vecchia data non pagate, crediti al consumo, rate di mutuo non ancora onorate. Sono quelli che in gergo gli addetti ai lavori chiamano “Non Performing Loans”: capitali che le famiglie italiane – ma anche le piccole e medie imprese – faticano a pagare e che gli enti creditori hanno affidato alle agenzie specializzate nel recupero crediti.

Oggi, nel limbo dei crediti deteriorati fluttuano – secondo la recente stima di Unirec, l’Unione nazionale a tutela del credito – 26 miliardi che riguardano proprio bollette ‘dimenticate’, rate di mutui e piccoli finanziamenti.

Secondo quanto emerge dalla ricerca annuale, la ‘zavorra’ dei NPL ha rappresentato nel 2016 il 38% degli importi complessivi da riscuotere e il 14% del numero totale delle pratiche gestite dalle società di recupero associate a Unirec (circa l’80% dell’intero mercato), sulle cui scrivanie sono accumulati quasi 36 milioni di fascicoli. In media, una pratica ogni due persone.

I debitori, per quanto riguarda i NPL, sono per il 91% famiglie e per il 9% piccole o medie imprese. Si tratta prevalentemente di bollette e utilities per telefonia, luce e gas: a ‘dimenticarle’ sono soprattutto i clienti cessati (74%), che hanno cambiato operatore e che devono saldare, in media, 830 euro ciascuno. Il 26% degli importi da recuperare riguarda invece clienti ancora attivi, che devono in media 277 euro a testa. Per i primi, il recupero è più difficoltoso e il tasso di successo non supera il 17%, contro il 28% dei secondi.

L’importo medio da rintracciare ammonta invece a 2 mila euro se si considerano anche i debiti che derivano da finanziamenti e prestiti bancari (importo medio di questi ultimi è di 2400 euro, nel 2016 metà di queste pratiche sono andate a buon fine con un recupero del 16% dei capitali totali) e leasing (574 milioni di euro, il 47% dei quali è stato riscosso).

A preoccupare maggiormente sono le previsioni: nel 2017 il volume dei NPL sembra destinato a lievitare del 15%, con un aumento degli importi complessivi che dovrebbe oscillare tra l’8 e il 10%.

Dei 26 miliardi di euro accumulati nel 2016 e ancora da recuperare, soltanto 8,1 si prevede siano destinati a rientrare nelle tasche dei creditori, con performance di recupero che variano a seconda della tipologia del debito. Lavoro extra per le società di recupero crediti a Milano: la Lombardia, infatti, detiene il primato italiano – con il 14% – sia per numero pratiche che per importi.

* Fonte: Scenari Economici

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