ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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17.5.17

Il partito della nazione di Luciano Canfora

Un «partito della nazione» lo aveva abbozzato, in un certo senso, già Ciampi al tempo della sua presidenza. Alla base di una tale costruzione, descritta come «patriottismo repubblicano», c’erano molto Risorgimento e, in dosi minori, un po’ di Resistenza, resa però il più possibile apartitica, così come già era stato sterilizzato – da una lunga tradizione parascientifica – il Risorgimento, impastato in un’unica “polpetta”, e trasformato in moto corale armonico e univoco (l’esatto contrario di ciò che era stato nella realtà).

Ma il progetto naufragò, perché non era facile replicare sulla Resistenza la stessa operazione. La vicenda della guerra civile italiana, nel corso della quale si era sviluppato il movimento di liberazione, non poteva essere sterilizzata agevolmente. Bisognava rimuoverne la componente comunista, innegabilmente maggioritaria. Con schietto entusiasmo, uno studioso italiano che appare oggi incerto sull’orientamento da adottare, parlò – in un saggio dell’ormai lontano 1976 – di «epopea» comunista nella Resistenza italiana (ed europea). Né era facile, sol perché nell’89-’91 era crollato il “socialismo reale”, far svanire nel nulla tale epopea, così determinante per la vittoria del côté antifascista nella guerra civile italiana. Per altro verso il crollo del “socialismo reale” incoraggiava la sub-storiografia alla Montanelli-Pansa, intenta a fare della Resistenza, con un notevole successo editoriale, un bersaglio costante ed un costante oggetto di discredito.

In conseguenza di ciò, più che sterilizzarla, si provvide ad espungere la Resistenza dal codice genetico di un possibile “partito della nazione”: tanto più che, nel frattempo, il centro-destra, insediatosi saldamente al potere, grazie alle infami leggi elettorali di tipo maggioritario, provvedeva a ricollocare in una luce positiva larghe fette dell’esperienza fascista. E il fascismo come tale riprendeva comunque quota – nella frastornata coscienza diffusa – per il fatto stesso di essere stato l’antagonista più coerente del comunismo, che ideologi colti e meno colti si affannavano, per intanto, a descrivere come il vero male assoluto del secolo.

A questo punto il basamento ideale di un auspicato “partito della nazione” («patriottismo repubblicano» già diventava qualcosa di troppo sbilanciato a sinistra) si riduceva quasi a nulla. Oltretutto, nel frattempo, anche il Risorgimento veniva preso a spallate e fatto oggetto di scherno da parte del pilastro politico che ha consentito, per anni e anni, al centro-destra di governare, e cioè la Lega Nord; il cui leader carismatico incitava, in pubblici comizi, ad adoperare la bandiera nazionale come risorsa d’emergenza per l’igiene intima.

Venuti meno entrambi gli ingredienti, la destra non leghista si appagava della genericissima qualifica di “liberale” e il centro-sinistra adottava come propria qualifica fondante “l’Europa” (assunta quasi come un valore in sé!). E poiché sia gli uni che gli altri pretendevano a spada tratta di non essere né liberali né anti-europei, ne scaturiva che una qualche significativa e qualificante distinzione tra i due gruppi cominciava a diventare problematica (fatta eccezione, beninteso, per il diverso modo degli uni e degli altri di impiegare il tempo libero e soprattutto le serate).


[1] E. Galli della Loggia, Ideologie, classi e costume, in L’Italia contemporanea. 1945-1975, a cura di V. Castronovo, Einaudi, Torino 1976, p. 391.

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12.5.17

La infine ingloriosa della II Repubblica

Le élite dominanti hanno giustificato il seppellimento della prima repubblica con il mito "costituente" del bipolarismo.
Si apriva l'alternanza tra i due poli, di centro-destra e centro-sinistra. Governabilità assicurata.
Quando tuttavia nel novembre 2011 esplose, pilotata, l'emergenza dello spread sui titoli di debito pubblico, arrivò il governo Monti o delle "larghe intese".
E' su questo decisivo passaggio che si sofferma Luciano Canfora nel suo pamphlet del 2012 dal titolo "E' l'Europa che ce lo chiede!" (Falso!) ed. laterza. 
Qui sotto il primo capitolo.

«Siamo spettatori di un paradosso. Il paradosso è che, al termine di un ventennio consacrato, con regolari vampate salmodianti, al culto del «bipolarismo», i medesimi idolatri siano ora passati, con analoga foga, al culto della «coesione». Il nuovo dogma è: fare «tutti insieme» le “cose che contano”, le fondamentali sulle quali è «ovvio» che «siamo tutti d’accordo». Buono a sapersi. Evidentemente il bipolarismo serviva a non farle, le “cose che contano”.

La religione del bipolarismo può comunque vantare alcuni bei successi: non solo ha distrutto la cosiddetta “Prima repubblica” ma ha ridotto la sinistra alla caricatura di se stessa, ad una macchietta speculare della destra, protesa a «contendere il centro alla destra» con le stesse “armi” lessicali e concettuali dell’antagonista. Inglobata nella pulsione bipolaristica, la sinistra è diventata infatti, via via, sempre meno sinistra.

Dovendo fare insieme “le cose che contano” – cioè far deglutire ai gruppi sociali più deboli una cura da cavallo a botte di tassazione indiretta – centro-destra e centro-sinistra archiviano il bipolarismo. E lo archiviano per un periodo lunghissimo visto che la cura da cavallo è programmata per il prossimo ventennio se vuole risultare «efficace».

(E non sarebbe male cercare di chiarire cosa s’intenda per “efficacia”.)

Il processo è abbastanza lineare:

1) si abroga il principio proporzionale e si innesca il maggioritario (più o meno totale) in omaggio alla religione idolatrica del bipolarismo;

2) bipolarismo significa necessariamente penalizzazione delle ali dette pomposamente “estreme” e convergenza al centro dei due «poli»;

3) il perseguimento di tale “conquista” ha come effetto la crescente rassomiglianza tra i due poli, i quali infatti rinunciano ben presto a chiamarsi destra e sinistra, e adottano una formula (centro-destra versus centro-sinistra) che almeno per il 50% ribadisce la coincidenza, se non identità, dei due cosiddetti «poli»;

4) quando questo processo è finalmente compiuto, si constata che la “via d’uscita” dal grave momento nazionale e mondiale è la «coesione»;

5) a quel punto l’idolatrato bipolarismo non solo boccheggia ma viene senz’altro archiviato, e l’operazione appare agevole (o almeno fattibile) perché la marcia dei poli verso il centro ha dato finalmente i suoi frutti, e infatti – come ci viene ripetuto – sulle “cose fondamentali” si deve andare tutti d’accordo!

6) a questo punto i teorici del “superamento” della distinzione destra/sinistra in quanto concetti obsoleti possono esultare. E difatti esultano. E’ impressionante che, in Italia, inconsapevoli della gaffe lessicale, alcuni si dispongano addirittura a dar vita ad un «Partito della Nazione» (il paetito fascista si chiamò per l’appunto «nazionale», e «nazionali» erano detti i seguaci di Franco, mentre «socialista-nazionale» era il partito del «Furer»);

7) l’effetto della progressiva assimilazione tra i due poli culminata nella «coesione» è il non-voto di coloro che non si riconoscono nella melassa. Ma questo non preoccupa l’ormai «coesa» élite, passata giocosamente attraverso la dedizione ad entrambe le ideologie (bipolarismo prima e coesione poi). Anzi, si gioisce ulteriormente perché si può sperare, procedendo per questa strada, di raggiungere i record delle cosiddette “grandi democrazie” dove – come negli USA – vota meno della metà degli aventi diritto. Anzi i più sfacciati dicono che il fenomeno del non-voto è un segno di maturità della democrazia».

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