ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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3.1.18

LISTA DEL POPOLO, FACCIAMO A CAPIRCI di Leonardo Mazzei

Risposta a Glauco Benigni su sovranismo e dintorni

Già una settimana fa ho replicato ad un articolo di Glauco Benigni che polemizzava con la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) attorno al tema della sovranità. 

Discussione per nulla astratta, in quanto riferita alle concrete vicende della "Lista del popolo". Adesso Benigni torna sulla questione, rispondendo a sua volta al mio articolo. Gliene sono grato, dato che sarà forse possibile mettere meglio a fuoco alcune questioni.
Benigni inizia dicendoci che gli «dispiace sinceramente che la CLN si sia dissociata dalla Lista del Popolo». Naturalmente non ho alcun motivo di dubitare della sua sincerità personale, ma il problema è un altro, ed è esattamente quello di non voler capire le ragioni della nostra dissociazione. 

Frasi come «Ancora una volta hanno vinto i nostri avversari... frettolose interpretazioni di posizioni espresse durante il dialogo... antichi giochi fondati sulla sfiducia di base e sugli ego», proprio non servono a nulla.

Io rispetto, pur non condividendole, le posizioni di Benigni. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. E in primo luogo il rispetto avrebbe da manifestarsi attorno alla realtà dei fatti che hanno portato alla rottura. E qui proprio non ci siamo.

Il che mi costringe a ribadire, spero per l'ultima volta, cose già scritte in abbondanza. In breve, quando i promotori della lista (Giulietto Chiesa ed Antonio Ingroia) hanno cambiato le carte in tavola, sulla questione - per noi decisiva - dell'UE, ma pure sul programma di nazionalizzazioni, la CLN gli ha subito scritto per superare il passo indietro compiuto. 

Riporto di seguito un passaggio di quella lettera:
«Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull'Unione Europea che tende a confondersi con l’"altreuropeismo" (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell'economia. Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d'allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla».
La CLN non ha mai preteso di imporre la propria visione, il proprio programma, le proprie parole d'ordine. Abbiamo invece proposto un ragionevole compromesso. Grave colpa, evidentemente, dato che tale proposta è stata sdegnosamente respinta dai due promotori (meglio sarebbe dire padroni) della lista. Benigni era presente all'assemblea del 16 dicembre e tutto ciò non dovrebbe essergli sfuggito.

Non si capisce allora come egli voglia dipingerci come arroganti portatori di "verità". O meglio, lo si capisce fin troppo bene nel successivo passaggio nel quale il Nostro si dichiara nientemeno che agnostico sulle questioni euro ed UE.

Agnostico? Certo che ce ne vuole dopo dieci anni di crisi, di un dramma sociale targato euro/UE, di politiche economiche ed anti-sociali portanti lo stesso marchio, dopo decine di pubblicazioni che hanno mostrato il nesso inscindibile tra euro/UE ed austerità, tra quest'ultima ed il peggioramento drammatico delle condizioni di vita della maggioranza degli italiani!

Ce ne vuole, eccome! Ma se questo ancora non basta, ognuno è libero di percorrere la sua strada. Basterebbe non falsificare le posizioni di chi, avendo aperto gli occhi per tempo, ha solo chiesto un minimo di coerenza a chi pure si dichiara sovranista.

Ma coerenza per cosa? Solo per una mania intellettuale? No, per onestà (che non è solo quella cosa che immaginano i grillini), ma soprattutto per chiarezza politica. Quella chiarezza che avrebbe potuto essere la forza della "Lista del popolo". Una forza che invece non ci sarà, relegando la lista -  ammesso che riesca a presentarsi grazie alla probabile norma "salva-radicali" - nel parco dell'irrilevanza degli zerovirgola.  

Perché questo sarà l'effetto del tabù altreurista. Salvo la Bonino, oggi nessuno è così fesso da dire "più Europa". Tutti chiederanno invece, con maggiori o minori accentuazioni, un'altra Europa. Chiederanno cioè una cosa impossibile. Spiace che anche la "Lista del popolo" abbia scelto di unirsi a questo ipocrita coro. Ma ormai le scelte sono fatte e non è nostra intenzione continuare a polemizzare.

Ci sono però ancora tre cose che voglio dire a Benigni.

La prima riguarda il livello di coscienza degli italiani sul tema euro/UE. Secondo il rapporto 2017 del Censis, pubblicato di recente, il parere degli italiani sulla moneta unica è negativo per 80,1% degli intervistati. Non solo, mentre il 95% esprime il senso di appartenenza alla propria nazione, solo il 45% manifesta un analogo sentimento verso l'Ue, che sarebbe "forte" solo per l'8%. Queste le cifre assolute, ma l'orientamento anti-euro ed anti-Ue è più forte tra gli operai, i disoccupati e le casalinghe. Insomma, le classi popolari sembrano avere le idee più chiare di tanti promotori di liste (e non mi riferisco soltanto alla "Lista del popolo")... Non tenerne conto, in nome di una posizione "politically correct", è semplicemente autolesionista. Peccato.  

La seconda riguarda la Banca d'Italia, che noi vogliamo riportare sotto il controllo pubblico e la "Lista del popolo" invece no. A leggere Benigni qui si coglie un certo livello di approssimazione. Per il Nostro essa servirebbe soltanto «a stampare quantità illimitate di moneta». Tutto ciò solo «in ossequio alla Sovranità del Mercato». 
O Santo Cielo! Ma di cosa straparla? A parte il fatto che in un regime di sovranità monetaria è il governo che dispone questa o quella mossa della Banca centrale, come dimenticare le altre funzioni macroeconomiche di questa banca, tra le quali la politica dei tassi e la funzione di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico? La verità è che senza una Banca centrale sotto il controllo pubblico non può esserci una politica economica degna di questo nome. Ma qui è Chiesa che ha chiesto un giuramento sulle opposte tesi del Micalizzi. Auguri!

La terza riguarda certi ragionamenti catastrofisti di cui il Nostro ha infarcito il suo intervento. Quelli secondo cui uscire dall'euro/Ue sarebbe il caos se non la catastrofe. Su queste cose tanto abbiamo scritto (certo non solo noi) e qui non ci torniamo sopra. Mi limito perciò ad indicare al Benigni il nostro Vademecum sull'uscita dall'euro. E' della primavera del 2014, ma è sicuramente più aggiornato di certe "riflessioni" che ci vengono riproposte ancora oggi. Noi abbiamo sempre detto che l'uscita dalla gabbia dell'euro non sarà di certo una passeggiata, ma le classi popolari del nostro Paese non possono più passeggiare serenamente da tempo. E' per questo che parliamo della necessità, per gestire tale rottura, di un governo popolare d'emergenza fondato sulla realizzazione di un programma di misure economiche urgenti.

Infine, ma qui siamo al comico, il Benigni chiede a me (sic!) di garantire che le non meglio precisate "Forze Occulte" non tentino di innescare il caos il giorno dell'uscita dall'euro. Ma si può!!!??? Certo che le forze del sistema non starebbero con le mani in mano, ma egli pensa forse di poter uscire dall'attuale regime senza scontrarsi con il blocco dominante? 

In ogni caso Benigni si tranquillizzi. Tra incertezze reali e presunte, tre certezze per il giorno dell'uscita mi sento di affermarle: 1) il sole continuerà a sorgere ad est, 2) le stagioni continueranno ad alternarsi, 3) chi non vuol capire oggi avrà le stesse difficoltà anche domani.
Tra queste tre certezze, l'ultima è la più certa di tutte.   

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20.12.17

"POTERE AL POPOLO"... QUALE POPOLO? di Moreno Pasquinelli

Sabato scorso, mentre alcuni di noi erano a Roma al centro Congressi Frentani all'incontro nazionale per la "Lista del Popolo" promosso da Giulietto Chiesa e Ingroia, si svolgeva, non distante, l'assemblea della sinistra-radicale-radicale. Obbiettivo: scendere in campo in vista delle elezioni con una lista che si chiamerà Potere al Popolo.

Un'assemblea che contrariamente a quella di Ingroia e Chiesa ha avuto un indubbio successo. Ampia la partecipazione (teatro stracolmo), grande entusiasmo, grazie anzitutto alla forte presenza giovanile. La vera "mossa del cavallo", quella dei napoletani di Je So' Pazzo, ha sortito dunque l'effetto sperato, quello di galvanizzare e raggruppare i cascami della sinistra antagonista che considera il Pd un nemico e che rifiuta di andare a rimorchio del nuovo partito dalemiano-vendoliano di Liberi e Uguali. Che questo successo preceda quello elettorale (superare la soglia di sbarramento del 3% per mandare in Parlamento una decina di deputati) ne dubitiamo.

A scanso di equivoci voglio fare i miei auguri a questo "esercito di sognatori": nel desolante panorama politico italiano, nell'assenza oramai quasi certa di una lista del sovranismo costituzionale, meglio un Parlamento con una loro pattuglia che senza.

Allora, mi chiederete: "sei forse per votare Potere al Popolo?". No, a meno di fatti nuovi, non li voterò. Il principio tattico di sostenere il "male minore" vale se questo "male minore", essendo una forza di massa, serve almeno a sventare la vittoria del nemico e la stabilizzazione del suo regime. Con ogni evidenza, dato che parliamo di una esigua minoranza politica, non è questo il caso. In questi contesti vale semmai, se non il principio del "bene maggiore", quello del "bene minore", e Potere al Popolo non lo è, e non lo è per alcune sostanziali ragioni.

Alcune di queste ho già provato a spiegarle giorni addietro decifrando la visione sociale e politica dei napoletani di Je So' Pazzo. Il manifesto di Potere al Popolo, per quanto concordato con i diversi moribondi della sinistra radicale saliti sul carro partenopeo, mentre conferma i ragazzi napoletani come i veri artefici dell'impresa, giustifica quanto ho già scritto.

Aggiungo alcune brevi e schematiche considerazioni.

C'è un passaggio del Manifesto ove i promotori la dicono tutta:

«Un movimento (...) che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi».

Come si vede i morti continuano ad allungare le mani sui vivi. Qui, al netto della sequela dei sostantivi, si resta ancora dentro la prigione simbolica e identitaria della sinistra che fu. Il "popolo" a cui ci si rivolge non è quello realmente esistente, quello prodotto da quarant'anni di neoliberismo e da dieci anni di dura austerità (e le cui meschinità attuali son pari alla sua potenza eversiva), resta quello immaginario di piccole minoranze radicalizzate. Non c'è niente da fare, non si vuole prendere atto che il divorzio tra le sinistre vecchie e nuove ed il popolo è oramai consumato, irreversibile. Così i toni "populisti" finiscono per risultare una maschera che non riesce a camuffare l'ennesimo tentativo di resuscitare il cadavere della sinistra. La novità, se di novità si tratta, è la cifra movimentistica e sindacalistica dell'impresa. Un bertinottismo senza Bertinotti —che la lezione del populismo pare invece l'abbia appresa. L'ostinazione con cui si immagina vincente il proporsi come quelli "veracemente di sinistra" ci consegna un populismo cosmetico, anzi, un populismo senza popolo che non va quindi da nessuna parte.

Il "popolo" che questi compagni hanno in mente non ha infatti né anima né sostanza. Se non è un'astrazione metafisica è la risulta del melting pot fallito venuto fuori dalla globalizzazione (prima "parolina" assente nel Manifesto?) Rimosso infatti con disprezzo scaramantico il concetto di Stato-Nazione, il demos che ne viene fuori, ove non sia un luogo di fantasia, è l'inferno della multietnicità post-nazionale, quindi imperiale. Cancellati quindi i principi della cittadinanza (seconda "parolina" mancante) e quello della sovranità (terza "parolina" censurata).

Un popolo che non sia dentro un demos, che non senta la nazione come sua, quindi come patria propria, è un popolo senza identità storica; non cittadini bensì moltitudine (negriana) di sudditi, una plebe destinata a vivere soggiogata ed alla quale si lascia ogni tanto la facoltà di ribellarsi, mai però quella di esercitare il potere.

Che la nostra società ed il nostro popolo si siano definitivamente americanizzati? Che la "società civile" —che il liberismo ha portato al grado più estremo di atomizzazione— sia tutto e il Politico nulla? Se questo fosse vero avrebbero ragione loro, i ragazzi partenopei; non resterebbe che rassegnarsi a costruire qua e là nicchiette multietniche di solidarietà mutualistica, che solo un certo revival social-utopistico può immaginare come immuni dalla pervasività tossica del mercato capitalistico.

Sì, noi siamo molto distanti da questa visione. Noi riteniamo che a maggior ragione davanti ad un popolo spappolato dalla globalizzazione neoliberista, il Politico abbia primazia assoluta, e che solo attraverso la leva politica si possa riconsegnare al popolo italiano, voce, identità, coraggio, missione storica, potenza. Ove Potere è potere statuale nel demos costituito dalla nazione o semplicemente non è.

L'ondata populista che sta travolgendo l'Occidente e le sue élite cleptomani e oligarchiche pare non aver insegnato niente ai promotori di Potere al Popolo. A noi ci indicano che serve costruire direzione politica, ovvero un Partito politico, democratico, patriottico e socialista. Una forza che organizzi chi sta sotto contro chi sta sopra, seguendo una strategia che faccia del popolo lavoratore la forza motrice del processo di liberazione nazionale dal giogo dell'Unione europea e del capitalismo casinò; perno di un'alleanza ampia che sventi la minaccia di una svolta reazionaria e che guidi, dentro lo stato d'emergenza in cui ci stiamo ficcando, il passaggio attraverso la porta stretta della rivoluzione democratica.

Ed ecco che siamo giunti al nodo centrale della questione, quello che la sinistra sinistrata non vuole vedere, quello di un Paese già incatenato da tempo immemore al ceppo della Chiesa cattolica, poi da settant'anni a quello della NATO ed infine inchiodato alla croce euro-tedesca. Il nodo gordiano dell'indipendenza nazionale che può essere sciolto solo con la spada della decisione politica sovrana, e che invece i nostri si sognano di risolvere irenicamente affidandosi non al popolo italiano, in cui non credono e che al fondo disdegnano, bensì al fantasma angelico dei "popoli" europei. Ci mancava solo l'Altra Europa con Tsipras reloaded.

Come ebbe a dire Ciro Menotti, martire della Repubblica Romana, prima di salire sul patibolo invocato dai preti e allestito dalla soldataglia francese: "Italiani ricordatelo, non dovete fidarvi che di voi stessi".




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11.12.17

PER LA SOVRANITÀ NAZIONALE di Antonio Ingroia

Alle porte delle elezioni generali la sola lista elettorale che metterà al centro la contestazione radicale dell'Unione europea e la necessità di riguadagnare piena sovranità nazionale sembra essere quella promossa da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa
Le difficoltà, anche visti i temi strettissimi che ci dividono dal voto, sono enormi.

Sabato prossimo a Roma si svolgerà l'assemblea generale dei sostenitori della LISTA DEL POPOLO.

Di seguito l'intervento di Antonio Ingroia all'assemblea per il coordinamento nazionale di "Attuare la Costituzione", che si è tenuta a Napoli a fine settembre.





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26.7.17

La sinistra è ormai globalista. Non resta che difendere la nazione

Giulietto Chiesa
Gentile dottor Chiesa,
Mi trovo a riscriverle perché non riesco proprio a comprendere il suo entusiasmo per questi movimenti nazionalistici (…) di sicuro non vedo nei movimenti nazionalistici la soluzione. Anzi a ben vedere rappresentano tutti un ritorno al passato che storicamente non ha mai funzionato. Lei (e molti altri) insiste sul fatto che destra e sinistra non esistono più e che adesso la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti (…). Ora, personalmente mi trovo solo parzialmente d’accordo con la sua analisi. Quello su cui mi permetto di dissentire fortemente è sulla sua idea che i “nuovi” movimenti nazionalisti siano al di sopra della dicotomia destra-sinistra. (…) Mi sembra che lei guardi con simpatia a questi movimenti, mentre io penso che rappresentino una cura peggiore del male stesso. (…) Non stupisce infatti che nessun movimento nazionalista abbia una soluzione (…). Visto che credo che entrambi proveniamo da un background di sinistra, vorrei capire come faccia a non vedere questi fattori macroscopici. Solo che il ritorno che lei sembrerebbe augurarsi è del tutto inadeguato a rispondere alle sfide dei prossimi decenni. Potrebbe dirmi cosa ne pensa di DIEM25 di Varoufakis che a me sembra l’unica opzione con un minimo di senso nel panorama europeo contemporaneo. Certo resta il fatto che sembra essere un movimento culturalmente elitario e non ancora in grado di parlare alle masse, nondimeno a me sembra che quella sia la direzione giusta: un movimento europeista democratico e di sinistra. La ringrazio e le auguro buon lavoro. Distinti saluti, 

Giovanni Fini


Gentile signor Fini,
la sua lettera è molto interessante perché mi consente di affrontare questioni che spesso sono fonte di equivoci sia terminologici che politici.

Lei esordisce attribuendomi, sconcertato, un mio “entusiasmo” per i “movimenti nazionalistici” che non mi risulta di avere mai espresso. Infatti io non ho mai pensato che essi rappresentino la soluzione dei problemi della nostra epoca. Né io penso che “la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti”. Io ragiono invece così: che tutti questi numerosi e distinti movimenti stanno sorgendo e moltiplicandosi come risposta alla globalizzazione americana o occidentale che dir si voglia. Sono la risposta spontanea, irriflessa, difensiva. Come tali essi sono il sintomo di una crisi profondissima delle società industriali cosiddette “avanzate”. E la loro azione, come lei scrive, sta infliggendo colpi durissimi, inattesi, alle classi dominanti dell’Occidente. Io plaudo a questi colpi, che ritengo salutari. Ma non posso essere entusiasta di ciò perché vedo, come lei, che chi prende la guida di questi movimenti sono spesso (non sempre) forze che non hanno a loro volta una visione della crisi, che guardano indietro (come lei giustamente rileva) anche perché non sanno cosa c’è davanti.
Il problema, uno dei problemi, è che la “sinistra”, tutte le miriadi di “sinistre” che conosciamo, non esistono più in forma di progetto. Esistono in quanto sono residuati storici, qualche volta semplicemente nostalgici, ma hanno perduto, agli occhi delle grandi masse popolari, ogni connotazione alternativa alla globalizzazione imperiale. L’hanno sposata senza condizioni, la appoggiano mentre organizza le guerre. E anche le sinistre più sinistre sono prive di ogni programma del presente, impegnate a recitare giaculatorie del passato che nessuno capisce. Non esiste più un’analisi di classe dell’epoca della sparizione delle classi così come le si intendeva nel secolo scorso. Non esiste più alcuna capacità dunque, di individuare le forze di un cambiamento possibile. E senza una tale capacità non c’è più alcun cambiamento possibile. Dunque la constatazione della sparizione della sinistra come alternativa alla globalizzazione fa sì che l’alternativa sia quasi dovunque di “destra”. Ma anch’essa, a ben vedere, non ha nulla in comune con quella della destra tradizionale, quella del XX secolo, anch’essa fagocitata dalla globalizzazione.
Dunque la mia posizione è molto diversa da quella che lei mi attribuisce. Anche per quanto concerne il discorso sulla fine della dicotomia destra-sinistra. 
La sinistra ha accolto la globalizzazione occidentale come il proprio orizzonte. 
E, con questo, ha finito di essere alternativa a quell’orizzonte. La destra politica che vediamo in Europa e negli Stati Uniti è anch’essa tutta all’interno di quell’orizzonte. Invocare una alternativa di sinistra in questo contesto equivale a una catastrofica illusione. Occorre una alternativa diversa rispetto a quel dualismo ormai morto. Come diceva molto bene Gore Vidal la democrazia occidentale è come un uccello con due ali, entrambe destre.
Io penso che occorre trovare le forze per sconfiggere la globalizzazione. E, quando mi pongo questo compito, penso al mondo, non all’Italia dove, molto probabilmente, queste forze non esistono più. Queste forze, dove esistono, sono tutte basate sul concetto, sull’idea di “nazione”. Si difendono, per ora, con la loro tradizione, con la loro lingua, la loro cultura, i loro strumenti finanziari (dove non ci sono più li stanno creando, come fa la Cina e la Russia, per esempio). Queste forze nazionali sono dei giganti. È ad esse che dobbiamo ispirarci e con esse dobbiamo stabilire rapporti.
Io penso che queste idee, accompagnate dalla difesa della propria sovranità, siano le uniche possibili per una difesa strategica contro la globalizzazione imperiale. Ho visto con i miei occhi la ricostruzione di una Russia, già soggiogata e colonizzata, mediante queste idee. L’idea di nazione non può essere mescolata con quella di nazionalismo che, come lei coglie, giustamente, è regressiva. Esiste un’idea di nazione che è, invece, una forza motrice per la salvaguardia dello stato nazionale. Per la salvaguardia delle istituzioni democratiche nazionali, le uniche dove i popoli possono decidere sovranamente. Quindi come opposizione a una globalizzazione, a un “internazionalismo”, che puntano alla disgregazione degli Stati, a una perdita totale della fisionomia delle diverse civiltà, a una omologazione totale.
Il globalismo della sinistra è la versione attuale, stravolta, dell’ “internazionalismo proletario” della sinistra. Poiché non esiste più il proletariato (non esiste più come coscienza di sé, né come organizzazione), questo internazionalismo è ora globalismo imperiale allo stato puro: “Un catafalco ideologico radical-chic-human rights-buonista-we can”. Non per niente le uniche idee che la sinistra propaganda sono i “diritti umani” nella versione imperiale.
Per quanto concerne DIEM25 di Varoufakis, trovo che sia totalmente all’interno di questo schema “internazionalista” di sinistra. Non c’è una parola sulla Nato, sulla guerra, sulla sovranità europea rispetto alla capitale imperiale, sulla sovranità degli stati europei all’interno di un’Europa democratica. Non andrà da nessuna parte. Quelli che stanno sopra non sono di destra, o di sinistra: sono dei dementi che ci portano al suicidio. Questa è la mia linea di demarcazione. Io sono “di sotto”, e penso di dover aiutare le masse popolari a rovesciare, finché siamo in tempo, quelli che stanno “di sopra”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it
 

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28.6.17

L’INGANNO DELLA SOVRANITÀ EUROPEA: UNA RISPOSTA A TOMASO MONTANARI di Ferdinando Pastore

Tomaso Montanari
Ferdinando Pastore fa parte della direzione di Risorgimento Socialista, come del centro dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

Nell’era del pensiero unico neo-liberista, nella quale appare inverosimile mutare le politiche d’indirizzo economico, presentate alla collettività come necessarie, ineluttabili, dettate dal pilota automatico, si rincorrono, in Italia, tentativi di ricostruzione della sinistra, che di continuo sono progettati mediante appelli alla società civile al fine di attuare la Costituzione italiana.

COSTITUZIONE, SOCIETA’ CIVILE, CORPI INTERMEDI

Già gli appelli alla società civile, entità astratta e non corrispondente ad alcun blocco sociale, sembrano in aperta contraddizione con lo spirito costituzionale, dato che essi si servono delle medesime caratteristiche di spoliticizzazione della società che sono insite nella prassi neo-liberista: il primato dell’economia sulla politica, il mito del privato rispetto al pubblico, la denazionalizzazione della moneta, lo smantellamento dello stato sociale, l’annientamento dei corpi intermedi ormai chiusi in apparati ermetici ma al contempo innocui e congeniali per il mantenimento dello status quo.
Difatti, proprio quando ci si rivolge alla società civile, si lascia intendere che i diritti sociali, ispirati a principi solidali e non mercantilistici,  un tempo protetti dallo Stato, hanno perso la loro funzione politica: quella di dare rappresentanza allo scontro sociale.
Essi sono così sostituiti dagli interessi dei gruppi di pressione, che ancora organizzati in apparati burocratici, in realtà, perseguono fini privati, tendenti al mero profitto economico e trovano terreno fertile nel momento in cui il neo-liberismo ha operato una mutazione sostanziale dell’individuo ormai ridotto a imprenditore di sé stesso e a eterno soggetto desiderante, non più in grado di prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento nei rapporti produttivi e di alienazione nella propria condizione esistenziale (1).
Con la conseguenza di silenziare lo scontro sociale e far paventare, continuamente, l’idea che esista una società civile portatrice di istanze omogenee e inter-classiste, che, causa la loro inconsistenza, saranno preordinate dal mercato(2).
Il richiamo alla Costituzione, poi, è ancora più marcato a seguito della vittoria al Referendum Costituzionale  del fronte del No, al cui interno la sinistra ha giocato un ruolo del tutto marginale e ininfluente, soprattutto se si pensa all’incapacità di darne un significato politico in linea di continuità con i risultati della Brexit o del Referendum greco di qualche anno fa. Esso è stato ridotto a semplice contestazione alla figura di Matteo Renzi.
Proprio la sottovalutazione della questione sociale e la tendenza a non identificare i risultati dei referendum come unareazione del basso della società, ormai definitivamente impoverito e ridotto ad assistere inerte allo smantellamento delle sicurezze novecentesche, porta la sinistra a non affrontare il tema centrale legato alla difesa della Costituzione:l’incompatibilità dei Trattati istitutivi della UE con le costituzioni moderne, nate nel dopoguerra, e, se si dà uno sguardo al caso italiano, alla sostanziale sostituzione della Carta del 1948 con i dettami delle strutture sovranazionali.

L’EUROPA, LA COSTITUZIONE E LA PIENA OCCUPAZIONE

Anche nell’ultima assemblea che ha richiamato l’unità della sinistra – quella promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari, nella quale si è riunito il gotha del progressismo liberale –  il tema o è stato accuratamente eluso o chiamato in causa con argomentazioni inverosimili.
Anzi Tomaso Montanari è andato ben oltre, nel momento in cui è riuscito a menzionare il problema UE e contemporaneamente a pubblicizzare un rafforzamento delle strutture con sede a Bruxelles e Francoforte. Il richiamo di Montanari è risultato particolarmente insidioso nel momento in cui ha affermato: “L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea”.
Le omissioni contenute in questo passaggio sono molteplici, perché l’articolo richiamato – oggi  diventato l’art. 2 III comma del Trattato di Lisbona –  in realtà è così strutturato: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico”. Solo da una semplice prima lettura appare evidente il contrasto tra questa formulazione e quella contenuta nell’art. 4 della Costituzione Italiana che così recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Il Trattato di Lisbona, quindi, riconduce la tendenziale piena occupazione, non tra i compiti dello Stato, bensì come conseguenza di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva e dalle politiche tese alla stabilità dei prezzi che generano deflazione salariale(3) e perdita dei diritti connessi al lavoro.
La piena occupazione richiamata da Montanari è, in buona sostanza, quella contenuta in un vero e proprio manifesto dell’ordo-liberismo che si pone in netta contraddizione con i principi ispiratori del Costituzionalismo moderno che si basavano su un forte intervento dello Stato per proteggere la collettività dai rischi connessi allo sviluppo capitalistico. Al contrario il riferimento all’economia sociale di mercato rappresenta lo stratagemma, utilizzato in primis dalla Germania, per sancire il principio secondo cui lo stesso individuo assume su di sé gli obiettivi dell’economia di mercato, che in questo senso si socializza (4).
Montanari, quindi, o non conosce i trattati europei o, se li conosce, evita, volontariamente, di spiegarne la natura ideologica, poiché se così facesse, dovrebbe trarre alcune conseguenze logiche.
Per esempio che i Trattati istitutivi dell’Unione Europea sono immodificabili perché strettamente connessi all’ideologia neo-liberista, e proprio l’esistenza di essi impedisce il pieno esercizio della sovranità costituzionale. Appare evidente che la difesa della Costituzione è uno specchietto per le allodole, se posta in termini generici e così fuorvianti.
Se da un lato l’omissione in questione serve per non disturbare i manovratori ed evitare che il dissenso possa avere ricadute di reale opposizione al sistema di dominio neo-liberista e quindi con il proposito di silenziarlo e progettare contenitori politici ossequiosi e docili, dall’altro si nota come la sinistra, nel suo complesso, aderisca, da quando si è allontanata dalla critica sociale d’ispirazione marxista, alle illusioni universalistiche del liberalismo.

LA MUTAZIONE GENETICA DELLA SINISTRA IN ITALIA

 Quest’adesione è avvenuta attraverso due distinti filoni di pensiero. Il primo è quello legato alla mutazione ordo-liberista del PCI, che dalla fine degli anni ’70 fu l’ideatore, insieme alla CGIL, dell’ideologia dell’austerità, attraverso la quale si iniziava a richiedere ai lavoratori sacrifici, per avere come contropartita un’immaginifica e rinnovata capacità produttiva. Processo portato a compimento quando, con l’avvento della seconda Repubblica, il gruppo dirigente post-comunista ha iniziato a recepire, acriticamente, i dettati compilati e imposti dai vincoli esterni contenuti nel Trattato di Maastricht.(5) 
Il secondo è legato alla struttura ideologica della sinistra radicale, che dal movimentismo anarco-liberale del 1968 in poi, ha accettato la supremazia del soggetto come elemento cardine di una politica antagonista. Proprio l’antagonismo è, in questa fase storica, il più grande alleato del capitalismo globale, poiché anch’esso punta allo sfaldamento delle strutture sociali e solidaristiche, al fine di concepire una società parcellizzata e atomistica, supina agli intendimenti del mercato che si deve espandere senza ostacoli(6).
La conseguenza è il comune accordo, tra sinistra e capitalismo globale, nel ridurre al minimo il ruolo dello Stato. Al massimo, secondo le indicazioni ordo-liberiste, esso si trasforma in apparato burocratico guardiano della libera concorrenza, ma privo della capacità di esercitare la piena sovranità.
Non a caso la sinistra ordo-liberista ha provveduto negli ultimi vent’anni alla massiccia campagna di privatizzazioni operata nel nostro Paese, contribuendo al decadimento della sfera pubblica, mentre la sinistra radicale, nell’opporsi alle privatizzazioni, conduce battaglie capziose nel momento in cui utilizza un linguaggio perfettamente accomodante nei confronti delle stesse, quando si riferisce alla difesa di fantomatici “beni comuni”, che si contrapporrebbero a quelli pubblici. Ma i beni o sono privati o sono pubblici, tertium non datur.
La difesa della Costituzione, con queste premesse, è del tutto fittizia. La Carta viene descritta come una bussola ma al contempo si partecipa alla sua distruzione. Per questo Montanari parla di conquistare una sovranità europea, dimentico del fatto che essa è già operante e che viene esercitata dalla UE in maniera repressiva nei confronti di chi non si adegua agli standard previsti proprio dalla forte competizione. 

LA SOVRANITA’ NAZIONALE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Vengono a compimento, in maniera definitiva, le profezie di Federico Caffé quando descriveva quella che si potrebbe definire la spirale ordo-liberista nel momento in cui le decisioni prese sulla stabilità dei prezzi diventano incongruenti con gli obiettivi della collettività, ma la stessa stabilità dei prezzi è presa, nuovamente, a modello per ovviare alle contraddizioni economico/sociali dalla stessa provocate.(7)
La sinistra, così per come si configura in Italia, dimostra la propria complicità nei due proponimenti principali dell’ordine neo-liberista: l’annientamento della democrazia e l’abbattimento delle società salariali che, proprio grazie ai partiti socialdemocratici, furono edificate dagli Stati nazionali europei del dopoguerra.
Per questo, oggi, i concetti di Patria, sovranità popolare e Costituzione sono intimamente connessi per operare in netto contrasto con il modello neo-liberista e, inoltre, il recupero della sovranità nazionale appare condizione indispensabile, non solo per il recupero della dimensione democratica e costituzionale, ma anche per immaginare la costruzione di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico.  
La questione del legame tra opposizione al neo-liberismo e recupero della sovranità nazionale è stata compresa soprattutto da Jean-Luc Mélenchon in Francia, difatti nella campagna presidenziale egli ha proposto una nuova assemblea costituente e, al contempo, l’uscita della Francia dai Trattati qualora non si ovviasse alla loro, radicale, trasformazione.
In Italia, dopo venticinque anni di macelleria sociale e di annientamento del sistema produttivo, tutto ciò viene, allegramente, ignorato, per continuare a proporre liste elettorali, votate ad un ministerialismo nevrotico e che si propongono di unire le due, fantomatiche, sinistre.
NOTE
1 – Particolarmente istruttivo sul punto fu C. Wright Mills quando descrisse la nascita di questi interessi nella società americana del dopoguerra “Il liberalismo, ora quasi un denominatore comune della politica degli Stati Uniti, diventa liberalismo amministrativo, potente struttura statale che avoca a sé un maggior numero di problemi, nel cui interno le lotte politiche aperte si trasformano in procedure per pressioni amministrative” e la loro pericolosità per la tenuta della democrazia americana sin dagli anni ’50 “Ma nello stesso tempo, se il futuro della democrazia americana corre dei rischi, non è a causa di un movimento della classe lavoratrice, ma a causa della sua assenza e perché esso è sostituito da un nuovo sistema di interessi costituiti. Se questi nuovi interessi appaiono spesso particolarmente pericolosi per la struttura sociale democratica, è perché sono così grandi e tuttavia così esitanti.” (C.Wright Mills, Colletti Bianchi, Einaudi Editore, 1974)
2 – La ricaduta ideologica di tale impostazione è l’esaltazione dei diritti universalistici e l’abbandono del criterio che era alla base del Costituzionalismo moderno, quello dell’istituzionalizzazione del conflitto di classe. Il percorso attraverso il quale si è arrivati a tentare di rappresentare interessi omogenei e slegati dalle condizioni socio-economiche e il legame con la teoria neo-liberale e post-moderna è ben descritto da Gaetano Azzariti, in particolare quando afferma “Esclusa la dimensione politica e conflittuale, si teorizza che le nuove costituzioni civili post-moderne e post-nazionali debbano trarre la propria legittimazione da interessi settoriali, prodotte dalle spinte spontanee del mercato e da indeterminate forze che operano entro comunità asettiche. Costituzioni, dunque, necessariamente arrese, che finiranno inevitabilmente per porsi al servizio del potere costituito, operando in accordo con il potere selvaggio del mercato.” (Gaetano Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016)
3- Sulla deflazione salariale Sergio Cesaratto su asimmetrie.org 
4- Per uno studio approfondito e di facile fruibilità si rimanda agli scritti di Vladimiro Giacché e di Luciano Barra Caracciolo. Del primo si raccomanda la lettura di Costituzione contro Trattati Europei – Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015; del secondo La Costituzione nella palude, Imprimatur, 2015. Giacché descrive, inoltre, come il pricipio della stabilità dei prezzi sia presente in altri articoli particolarmente significativi dei Trattati e che sia stata posta come condizione necessaria per poi poter avviare politiche anticicliche. In particolare i riferimenti sono l’art. 119 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; l’art. 127 dello stesso che si riferisce alla politica monetaria. Il problema della stabilità dei prezzi, strettamente connesso ai limiti imposti per le politiche occupazionali è poi ulteriormente aggravato dall’approvazione in Costituzione della riforma dell’art.81 (cd Pareggio di Bilancio).
5- Sulle politiche, denominate di solidarietà nazionale, del PCI e della CGIL alla fine degli anni 70 e l’adesione degli stessi all’irreversibilità dei vincoli esterni si guardi La scomparsa della sinistra in Europa di Massimo Pivetti (Imprimatur, 2016)
6- La sinistra partecipa alla costruzione di quella che Dardot e Laval hanno definito la “ragione-mondo” neo-liberista “La ragione politica neo-liberale, nel suo stesso principio costitutivo, concentrando la realtà del potere nelle mani degli attori economici più potenti a svantaggio della gran parte dei cittadini, produce insicurezza e disciplina la popolazione, disattiva la democrazia e frammenta la società…una ragione dotata della capacità di estendere e imporre la logica del capitale a tutte le relazioni sociali fino a farne la forma stessa delle nostre vite.” (Dardot-Laval, Guerra alla democrazia-L’offensiva dell’oligarchia neo-liberista, Derive Approdi, 2016)
7- Federico Caffé, In difesa del welfare state – saggi di politica economica, Rosenberg & Sellier, 1986

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