ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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21.4.18

La CLN sospende temporaneamente le attività

La CLN nacque all’indomani del referendum del 4 dicembre 2016. Sulla base di un’innovativa fisionomia confederativa essa si strutturava come contenitore pluralista di forze sovraniste costituzionali e patriottiche con l’obiettivo di mettere in campo un’azione politica sistematica contro la visione europeista, neoliberista e globalista dominante. La CLN riusciva in effetti a integrare e coinvolgere diverse realtà già presenti nel panorama italiano svolgendo diverse iniziative politiche e culturali.

Che il Paese fosse alle porte di una svolta, che vi fosse una maggioranza di cittadini non più prigioneri della narrazione dei dominanti è stato ampiamante dimostrato dalle elezioni del 4 marzo. Fu sulla base di questa consapevolezza che nel giugno 2017 nella CLN maturò la convinzione che fosse necessario costruire, in vista delle elezioni regionali siciliane del novembre e di quelle nazionali del marzo 2018, un polo elettorale indipendente e unitario del patriottismo costituzionale. Una minoranza contestò questa proposta e abbandonò la CLN.

Lanciato in settembre l’Appello “per un’Italia ribelle e sovrana” la CLN tentò in ogni modo, in vista del 4 marzo, di raggruppare forze per dare vita ad una lista che ponesse al centro la conquista della sovranità nazionale e l’applicazione della Costituzione. L’insuccesso di questi sforzi (che si aggiungeva al fallito tentativo di presentare una lista in Sicilia) spinse una parte ad abbandonare la CLN per aderire alla “Lista del Popolo”.

Ad un anno di distanza dalla sua fondazione dobbiamo prendere atto di non essere riusciti a mettere insieme un nucleo solido di forze che potessero convergere su un programma comune, superando le differenze e i personalismi politici in vista di un obiettivo che, a tutt’oggi, mantiene un grande potenziale.

Il terremoto elettorale del 4 marzo, proprio perché ha dimostrato che non esiste, ne' a sinistra ne' a destra, una forza popolare davvero alternativa che avesse chiari i punti fondamentali di uscita dall’euro e dall’Unione Europea e di attuazione di politiche pubbliche sovrane di intervento statale, è stata una occasione perduta per le minoranze del patriottismo costituzionale.

Alla luce di quanto sopra, poiché non sussistono al momento le condizioni di una sua azione efficace (sono nel frattempo scomparsi molti dei soggetti politici che si puntava a confederare), la CLN sospende temporaneamente le sue attività. Chi ne fa ancora parte, visto il momento particolarissimo in cui si trova il nostro Paese, continuerà a collaborare, dando priorità all’elaborazione di un pensiero e di modalità d’azione politica che siano al contempo costruttivamente alternativi all'attuale disegno socio economico dei dominanti e capaci di attivare e mobilitare nuove energie, guardando quindi al di là del perimetro del “sovranismo”.


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14.2.18

LE RADICI DEL NOSTRO PATRIOTTISMO

«La repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana».

Così recita il preambolo della Costituzione della Repubblica Romana, nata con la rivolta popolare del 9 febbraio 1849. Fu il canto del cigno della rivoluzione europea del 1848, schiacciata infatti dall'esercito francese di Napoleone III, giunto in soccorso del Papato.


Tengano a mente queste parole certi sinistrati senza memoria storica che equiparano il patriottismo al nazionalismo xenofobo e fascistoide. Rivendichiamo questo patriottismo internazionalista e repubblicano che fu alla base del "Risorgimento caldo" come una delle fonti spirituali a cui ci abbeveriamo. A maggior ragione lo rivendichiamo poiché esso venne seppellito da quello "freddo", quello borghese e monarchico, che userà la vanagloria nazionalista per soggiogare il popolo (quello del Mezzogiorno col ferro e col fuoco) e giustificare le sue sanguinarie imprese coloniali.
Alla memoria dei martiri della Repubblica Romana vogliamo dedicare questa magistrale interpretazione di Nino Manfredi nel film IN NOME DEL POPOLO SOVRANO.

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23.1.18

CASA POUND È SOVRANISTA? di Fiorenzo Fraioli

Riteniamo importante far circolare quanto scritto dall'amico Fiorenzo Fraioli sul suo blog EGO DELLA RETE. A proposito si sovranità (quella vera), di Casa Pound e del posizionamento politico di Marco Mori.....

Memento, (Marco) Mori!


Io non ho pregiudizi verso nessuno, mi limito ai fatti. Ed è un fatto che, parole di Simone Di Stefano: 
«l'Europa è sicuramente una grandissima opportunità, che noi sentiamo veramente come la nostra Patria e sentiamo i ragazzi europei come nostri fratelli... per noi l'Europa, la costruzione europea, è una costruzione vera e fattiva, una grandissima opportunità, però assolutamente non possiamo lasciare che il liberismo uccida l'idea di Europa, che può però realizzarsi soltanto all'interno di regole certe e di confini ben precisi».


Massimo rispetto per le posizioni di Casa Pound, come per tutte, però una cosa deve essere assolutamente chiara: Casa Pound non è sovranista! E men che mai è sovranista costituzionale. Su questo punto è necessario fare la massima chiarezza, anche approfittando del fatto che, in questo momento, il punto di vista sovranista, ovvero l'idea che la comunità nazionale è il solo luogo possibile dell'agire politico di un popolo, è al minimo del suo consenso. Come è certificato dal fatto che, nonostante gli sforzi profusi, non siamo riusciti a presentare una lista alle elezioni politiche. Serve anche questo, serve anche essere ridotti ai minimi termini per separare il grano dall'oglio, giacché ora che siamo ridotti al lumicino nessuno pensa più ad appropriarsi della nostra linea con tecniche metamorfiche. Sono tutti, nessuno escluso e Casa Pound inclusa, o pro Europa o per un'altra Europa. D'altra parte i media:

Tg1: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tg2: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tg3: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tg4: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tg5: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Studio Aperto: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tg La7: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Piazza Pulita: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Otto e Mezzo: pro Euro, pro UE, pro Nato.
DiMartedì: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Omnibus: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Gazebo: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Coffee Break: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Faccia a faccia: pro Euro, pro UE, pro Nato.
L'Aria che tira: pro Euro, pro UE, pro Nato.
In Onda: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Tagadà: pro Euro, pro UE, pro Nato.
L'Arena: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Che tempo che fa: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Uno Mattina: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Agorà: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Matrix: pro Euro, pro UE, pro Nato.
In Mezz'Ora: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Corriere della Sera: pro Euro, pro UE, pro Nato.
La Repubblica: pro Euro, pro UE, pro Nato.
La Stampa: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Il Fatto Quotidiano: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Il Messaggero: pro Euro, pro UE, pro Nato.
Il Sole 24 Ore: pro Euro, pro UE, pro Nato.

Tornando a Casa Pound, occorre anche valutare il livello delle argomentazioni del Di Stefano, che segnalo all'amico sovranista Marco Mori il quale, sicuramente in buona fede, dovrebbe ripensare quanto ha scritto in questo post su FB (grassetto aggiunto):


Marco Mori ha aggiunto 3 nuove foto.

5 h
Ecco un esempio classico dell'oscena campagna mediatica ai danni di Casa Pound, che vi ricordo essere l'unica forza politica che a marzo si presenterà con un programma chiaro di uscita da euro ed UE e di lotta al liberismo, con relativa attuazione del modello economico costituzionale.
Quasi tutti i giornali titolano contro CPI, spacciando per violenze del movimento quelle che esso invece subisce. Non ci credete? Leggete qui.
Ieri si è parlato ad esempio di tafferugli a Monza tra militanti di CasaPound ed i soliti antagonisti facinorosi (in foto il titolo).
C'è però chi non si ferma al titolo e legge l'articolo. Ebbene i militanti di Casa Pound non solo non hanno reagito all'ennesima vile aggressione ma addirittura, benché autorizzati alla raccolta firme in loco, si sono allontanati.
Poco dopo sono intervenuti sedicenti attivisti di un'altra associazione, Lealtà e Azione, che stupidamente sono andati allo scontro con gli antagonisti.
Lealtà e Azione non ha nulla a che vedere con Casa Pound ed anzi, come si può vedere dal loro sito, ha fatto ad esempio l'ultimo intervento pubblico il 18 gennaio con Fratelli d'Italia.
Il 4 marzo io voterò con decisione chi vuole portarci fuori dalla dittatura finanziaria UE.

Cari amici sovranisti, cari pochi veri patrioti, questo non è il momento di cercare improbabili endorsement con forze pseudonazionali che, non appena scorgono la possibilità di infilarsi in parlamento annacquano, forse dovrei dire rivelano, le loro posizioni. Per quelli che, come me, hanno qualche annetto sulle spalle, giova ricordare certe scritte fasciste  inneggianti all'Europa che, negli anni settanta, imbrattavano i muri delle nostre città. Scrive Zeev Sternhell (La Destra alla conquista delle coscienze?) in “Diorama Letterario” Aprile 1989:
«Il Fascismo duro è sempre stato paneuropeo. Il tema dell’unità dell’Europa è già molto importante negli anni 30. A condizione che sia una 'buona Europa', non l’Europa dei mercanti, non l’Europa dei finanzieri o dell’internazionale comunista… un’Europa virile, eroica, bianca…»
A Casa Pound poco importa della Costituzione del 1948: per loro quello che conta 
veramente è l'idea di Europa come grande nazione bianca, sul cui altare possono ben essere sacrificati i diritti e i redditi dei lavoratori dei quali, invece, la Costituzione è baluardo. Ed è esattamente questa la differenza sostanziale tra noi sovranisti costituzionali e CasaPound, perché per noi la Patria non è un'idea astratta, un concetto spirituale, ma, più prosaicamente il solo e possibile terreno dell'agire politico di un popolo. Unità di spazio, culturale, geografica, storicamente determinatasi, che esiste qui ed ora in virtù degli accadimenti precedenti, e non destino necessario scritto nelle stelle. Detto in termini più semplici, per noi sovranisti costituzionali il "popolo italiano" non è la manifestazione di un'idea, ma la personificazione collettiva e attuale di un processo storico in virtù del quale esso è nato, vive, e un domani scomparirà per lasciar posto ad altri popoli, che anch'essi si determineranno nella storia. Ma, finché un popolo esiste, è suo interesse, suo dovere e suo diritto difendersi lottando contro le forze disgregatrici che operano sia internamente che dall'esterno, esattamente come agisce qualsiasi organismo biologico che, nascendo dal concepimento (un fatto "storico"), si sviluppa e lotta per conservarsi in vita meglio che può e il più a lungo possibile. 

Dunque Casa Pound non è un movimento sovranista, men che mai costituzionale, ma è un movimento nazionalista europeo. Un movimento, cioè, che lotta (legittimamente) per la genesi di un nuovo popolo europeo, la cui nascita implica, necessariamente, la scomparsa del popolo italiano. Del nostro popolo, quello di cui sento di far parte. Sapevatelo, più altro non so che dirvi.

Memento, (Marco) Mori!

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29.11.17

La demonizzazione del sovranismo

C'è una parola, "sovranismo" che è sotto attacco propagandistico dal giorno della sua introduzione nel linguaggio politico nella primavera del 2012. Coloro che si rifanno a questo concetto, i sovranisti, assistono impotenti alla sua quotidiana delegittimazione, alimentata da un flusso costante, sebbene strisciante, di notizie che accostano il termine a significati apparentemente simili che tuttavia non ne colgono il significato profondo. Ricordate l'espressione TINA (There Is Not Alternative)? Quell'acronimo è l'emblema di una comunicazione politica il cui contenuto informativo è di zero bit, cioè assenza di scelta. Affinché sia possibile operare una scelta è infatti necessario almeno un bit, che sia 0 oppure 1, ma questo nel mondo della comunicazione politica modello TINA è precluso. Nel suo significato più profondo, dunque, "sovranismo" è il bit mancante nell'informazione politica, grazie al quale si può ricostruire il primo indispensabile operatore politico, l'operatore NOT. La sola presenza del NOT fa sì che diventi riconoscibile l'operatore nascosto che, ormai da decenni, è l'unico adoperato, l'operatore NOP, che sta per No-Operation (nessuna operazione).
Tutta la comunicazione politica di sistema agisce al fine di promuovere l'operatore NOP, il sovranismo invece proclama il NOT. Solo la possibilità di negare una tesi, una visione, una proposta politica, ne permette l'affioramento e, dunque il riconoscimento. Il globalismo, cioè l'idea della libera circolazione, della società vista come somma aritmetica di individui ognuno con la sua libertà che dipende solo dal suo capitale finanziario e umano (ricordate la Tatcher: "la società non esiste"), insomma l'ordine internazionale dei mercati posto come dato "naturale", emerge nella sua qualità di scelta politica solo nel momento in cui si impugna l'operatore NOT. Ecco perché la parola sovranismo è entrata nel mirino della propaganda politica dei media liberisti, che hanno ricevuto il compito di distruggerla demonizzandone l'uso.

Un'operazione che viene portata avanti ricorrendo all'unico mezzo possibile, consistente nel riassorbirla nelle pieghe del linguaggio politico unico. Lo stratagemma usato è quello di far sì che essa venga inserita all'interno di narrazioni politiche apparentemente anti liberiste, che del liberismo sono varianti cosmetiche. Ecco allora che il sovranismo viene proposto con significanti limitati, dall'uscire dall'euro - la sovranità monetaria, alla rivendicazione etnica - prima gli italiani, fino al risibile decideranno gli elettori con un referendum. Vediamo i movimenti No-Vax assimilati ai sovranisti (come se non ci fossero i NoVax liberisti, europeisti, atlantisti e chi più ne ha più ne metta), si usa la parola "fascismo" come sinonimo, come pure "populismo", fatto quest'ultimo indubbiamente meno grave, ma altrettanto capzioso.

Ora il punto cruciale da capire per intendere il significato profondo della parola sovranismo, e dunque il suo potenziale eversivo rispetto alla logica TINA, è già stato enunciato, e sono le parole della Tatcher, "la società non esiste". Parole che possono essere intese, in fondo, come un manifesto a posteriori del marginalismo, oppure, per farci capire anche da vegani e new agers, come affermare che "il tutto è la somma delle parti", ovvero che, per spiegarlo, basta studiare e comprendere il comportamento delle singole parti che lo compongono. Ecco, il sovranismo opera su tutto questo con un NOT: non è vero che la società non esiste, la società esiste eccome! Il tutto è più della somma delle parti.

Il che significa che le entità collettive esistono, siano esse le classi sociali, le etnie, le nazioni, i popoli, i sindacati, le associazioni capitaliste, le società segrete, le religioni, i legami di sangue, quelli tribali; insomma tutto quello che era pacificamente ammesso ancora cento anni fa e, da allora, è stato prima messo in discussione, e infine negato e annichilito, per effetto dell'azione politica di un movimento di idee, nato nella seconda metà del XIX secolo, che risponde al nome di marginalismo, con un'operazione NOT analoga a quella che oggi ripropone il sovranismo. Ed è stato annichilito perché, così facendo, il marginalismo ha camuffato la sua tesi da sintesi, elevandola a tale dignità usando in modo spregiudicato gli strumenti della comunicazione pubblicitaria di massa. Dunque un'operazione culturale di grande successo, certamente sofisticata ma anche promossa grazie all'enorme dispiegamento di mezzi messi a disposizione dalla ricchezza finanziaria e dall'impetuoso sviluppo dei mezzi di comunicazione.

Ora questo problema si pone, in Occidente, soprattutto al livello della percezione delle masse europee, in particolare italiane, perché altrove, perfino negli USA, l'idea che c'è un "noi" e un "loro" è ancora presente, e dunque che questa poltiglia che ci viene venduta come modernità, costituita dalla fiaba "dell'allocazione efficiente delle risorse all'interno di un mercato a concorrenza perfetta e cioè all'interno di un mercato in cui vi è un'ottima diffusione di informazioni", posta a fondamento della loro idea di democrazia, è una boiata pazzesca.

L'intuizione sovranista, dunque, consiste nella riscoperta della realtà concreta - oltre la narrazione TINA - che la società esiste e non è formata dalla somma aritmetica di singoli individui, ma è attraversata da confini e confitti di ogni genere, che essa stessa genera continuamente in un processo senza fine in cui il tempo gioca un ruolo fondamentale. Se ieri c'era la classe degli operai, oggi c'è il terziario impoverito; se appena due secoli fa un popolo non esisteva e non aveva coscienza di sé, oggi pretende di difendere la sua identità. E lo stesso - chiamiamolo così - campo sovranista, è attraversato da divisioni, perché ci sono quelli che si definiscono costituzionali e democratici, ma anche i sovranisti nazionalisti; non è un caso se, nel 2012, decidemmo di raccattare da terra questo termine, sovranismo, proprio per distinguerci dai nazionalisti. Ma resta vero che il nemico ideologico comune è il marginalismo, quell'ideologia fatta propria dal grande capitale (quello sì) internazionalista, e usata per dire a tutti i suoi nemici "voi non esistete". E' in questo modo, convincendo tutti del fatto di non esistere, che costoro hanno vinto. Per il momento.

Quanto appena esposto potrebbe essere inteso come uno sdoganamento della possibilità di unire tutti i sovranisti, ma questo sarebbe un errore imperdonabile. Non basta, per unire, il fatto di denunciare l'idea farlocca della fine della storia, così come non basterebbe, in una società per azioni, prendere coscienza che un socio di minoranza ha fatto credere a tutti di avere la maggioranza delle quote e che non ci fosse alternativa al suo dominio, per unire tutti gli altri in un'alleanza durevole. La fine della narrazione TINA, la rinascita della consapevolezza crescente che la società è divisa in classi, che le nazioni e i popoli esistono, segna solo il momento in cui il bluff della minoranza, che era riuscita a porsi come unico soggetto della storia del mondo, è stato scoperto. Dunque siamo sì, oggi, tutti "sovranisti", ma torneremo presto a dirci socialisti, comunisti, popolari, democristiani, repubblicani e, feccia della feccia, perfino liberali.

Dalle parti di questo blog oggi siamo sovranisti, ma domani saremo socialisti. 


Fonte: L'ego della rete

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4.4.17

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. 

E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.

Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. 

Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).

L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale) molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.

Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. 

A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.

Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!

Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.

Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.


Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.

In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.

Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non
III. Forum europeo No Euro. Chianciano terme, settembre 2016
rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi può testimoniarlo): semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.

Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.

[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).

[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.

[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

*Fonte: Owenisti Giuliani

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