ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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15.1.18

EURO SÌ, EURO NO, EURO NÌ, EURO BOH di Sandokan

Con le elezioni che si avvicinano assistiamo ad un evidente paradosso.

Sulla questione delle questioni, quella della gabbia dell'euro e dell'Unione europea, si registra un contestuale avvicinamento delle posizioni di tutte le diverse forze politiche in campo.

Fino ad un anno fa c'erano, diciamo così, due campi apparentemente opposti: quello pro-euro (Partito Democratico, Forza Italia ecc.), e quello no-euro (M5S, Lega salviniana e Fratelli d'Italia). 

Fateci caso, è accaduto che entrambi questi schieramenti si sono assestati su una posizione se non uguale, del tutto simile, quella di euro-nì.

In cosa consiste l'euro-nì? Nel sostenere che siccome l'euro così com'è non va bene per l'Italia, occorre riformarlo, ovvero bisogna riformare l'Unione europea. Così, avendo gli euro-fanatici fatto un passo avanti, e gli euro-critici un passo indietro, ecco il miracolo di trovarli tutti nel medesimo luogo politico.

Il mantra viene diversamente declinato —"Ridiscutere i Trattati europei", "Ripensare i Trattati", "Riscrivere i trattati"—, la sostanza è la medesima. Si tratta, ovviamente di una presa per il culo, non fosse che ogni persona che abbia sala in zucca sa che non convincerai mai la Germania ad abbandonare le sue posizioni (monetariste e ordoliberiste), né tantomeno è immaginabile l'unanimità tra tutti e 27 paesi dell'Unione (erano 28 con il Regno Unito), unanimità che proprio i Trattati ritengono indispensabile per modificarli.

Sullo stesso luogo si ritrovano anche le forze minori del fianco sinistro del panorama politico, Liberi e Uguali e Potere al Popolo. 

Un esempio? Si legge in uno dei programma elettorali:
«Revisione dei Trattati, prevalenza della nostra Costituzione sulle leggi comunitarie»
Indovinate in quale programma elettorale è scolpita questa frase? 
Penserete in quello dei 5 Stelle? di Liberi e Uguali? di Potere al Popolo?

Sbagliato! E' il programma elettorale del centro-destra di Berlusconi-Salvini-Meloni.

Morale: le elezioni 2018 passeranno, l'euro resterà, e nessuno gli torcerà un capello.

Fonte: sollevazione




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12.1.18

DI MAIO, IL TRADITORE di Sandokan


Le elezioni si avvicinano e la gara a chi spara la cazzata più grossa è partita. Nel centro destra Berlusconi sorpassa Salvini (via la legge Fornero e quella sui vaccini) e promette, oltre che l'allungamento della vita a 120 anni con la pensione minima a mille euro, l'abolizione del Jobs Act.
Sul fronte opposto (si fa per dire) Renzi lancia la proposta del salario minimo legale di 9/10 euro. A sinistra, preoccupati di non apparire "populisti", volano basso: Pietro Grasso ha proposto l'abolizione delle tasse universitarie per tutti.

Potete star certi che nessuna di queste misure verrà adottata da questi signori nel caso, Dio non voglia, salissero al governo. Ci penserà l'Europa a ridurre questi giullari a più miti consigli, con le buone o con le cattive. Ovviamente questi imbroglioni lo sanno, e solo per questo loro uso sistematico dell'inganno non solo non vanno votati ma andrebbero messi alla gogna.

Luigi Di Maio invece, pensando di smarcarsi da questa commedia di scimmie, siccome  sente profumo di governo, non perde occasione, dato che al governo ci vai se hai il beneplacito dei poteri forti, di lusingarli, sforzandosi di apparire come un leader affidabile.

Così ci spieghiamo, dopo tante manfrine, il definitivo voltafaccia sulla questione dell'euro. Lo ha fatto l'altra sera a Porta a Porta, tempio del politicantismo. Egli ha testualmente affermato:
«Il quadro europeo vede non più quel monolite che era l'asse franco-tedesco, ma c'è un momento in cui l'Italia può contare di più a quei tavoli, e quindi non credo che sia più il momento dell'Italia per uscire dall'euro, infatti io parlo del referendum come estrema ratio, che spero di non utilizzare».
Così, con questo gettare nel cesso uno dei motivi che hanno spinto al successo il M5S, Di Maio è il protagonista della commedia di scimmie della politica italiana.

Né ridere né piangere, scriveva Spinoza, ma capire. E la prima cosa da capire è che il Movimento 5 Stelle, semmai andasse al governo, a parte qualche nota stonata, suonerà lo stesso spartito degli orchestrali precedenti, in devoto rispetto dei diktat euro-tedeschi. 

Sì, i Cinque Stelle sono diventati il tappo, l'ostacolo principale che impedisce un profondo cambiamento, che potrà avvenire solo con una sollevazione di popolo. Sì, in ultima istanza i Cinque Stelle sono diventati l'ultima muraglia a difesa del sistema.

Forse è proprio per questo che sarebbe bene che salgano al governo, perché i tanti cittadini che ancora si illudono che i Cinque Stelle siano diversi, che siano l'alternativa, si ricrederebbero.

Forse questo è il solo modo per spezzare l'incantesimo che paralizza milioni di cittadini, per porre fine l'illusione che la svolta di cui il Paese ha bisogno possa venire dall'alto, da questa o quella consorteria politicante.

Forse solo così si libereranno le energie necessarie per cambiare non solo musica, ma anche l'orchestra.


Fonte: sollevazione

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3.1.18

LISTA DEL POPOLO, FACCIAMO A CAPIRCI di Leonardo Mazzei

Risposta a Glauco Benigni su sovranismo e dintorni

Già una settimana fa ho replicato ad un articolo di Glauco Benigni che polemizzava con la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) attorno al tema della sovranità. 

Discussione per nulla astratta, in quanto riferita alle concrete vicende della "Lista del popolo". Adesso Benigni torna sulla questione, rispondendo a sua volta al mio articolo. Gliene sono grato, dato che sarà forse possibile mettere meglio a fuoco alcune questioni.
Benigni inizia dicendoci che gli «dispiace sinceramente che la CLN si sia dissociata dalla Lista del Popolo». Naturalmente non ho alcun motivo di dubitare della sua sincerità personale, ma il problema è un altro, ed è esattamente quello di non voler capire le ragioni della nostra dissociazione. 

Frasi come «Ancora una volta hanno vinto i nostri avversari... frettolose interpretazioni di posizioni espresse durante il dialogo... antichi giochi fondati sulla sfiducia di base e sugli ego», proprio non servono a nulla.

Io rispetto, pur non condividendole, le posizioni di Benigni. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. E in primo luogo il rispetto avrebbe da manifestarsi attorno alla realtà dei fatti che hanno portato alla rottura. E qui proprio non ci siamo.

Il che mi costringe a ribadire, spero per l'ultima volta, cose già scritte in abbondanza. In breve, quando i promotori della lista (Giulietto Chiesa ed Antonio Ingroia) hanno cambiato le carte in tavola, sulla questione - per noi decisiva - dell'UE, ma pure sul programma di nazionalizzazioni, la CLN gli ha subito scritto per superare il passo indietro compiuto. 

Riporto di seguito un passaggio di quella lettera:
«Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull'Unione Europea che tende a confondersi con l’"altreuropeismo" (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell'economia. Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d'allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla».
La CLN non ha mai preteso di imporre la propria visione, il proprio programma, le proprie parole d'ordine. Abbiamo invece proposto un ragionevole compromesso. Grave colpa, evidentemente, dato che tale proposta è stata sdegnosamente respinta dai due promotori (meglio sarebbe dire padroni) della lista. Benigni era presente all'assemblea del 16 dicembre e tutto ciò non dovrebbe essergli sfuggito.

Non si capisce allora come egli voglia dipingerci come arroganti portatori di "verità". O meglio, lo si capisce fin troppo bene nel successivo passaggio nel quale il Nostro si dichiara nientemeno che agnostico sulle questioni euro ed UE.

Agnostico? Certo che ce ne vuole dopo dieci anni di crisi, di un dramma sociale targato euro/UE, di politiche economiche ed anti-sociali portanti lo stesso marchio, dopo decine di pubblicazioni che hanno mostrato il nesso inscindibile tra euro/UE ed austerità, tra quest'ultima ed il peggioramento drammatico delle condizioni di vita della maggioranza degli italiani!

Ce ne vuole, eccome! Ma se questo ancora non basta, ognuno è libero di percorrere la sua strada. Basterebbe non falsificare le posizioni di chi, avendo aperto gli occhi per tempo, ha solo chiesto un minimo di coerenza a chi pure si dichiara sovranista.

Ma coerenza per cosa? Solo per una mania intellettuale? No, per onestà (che non è solo quella cosa che immaginano i grillini), ma soprattutto per chiarezza politica. Quella chiarezza che avrebbe potuto essere la forza della "Lista del popolo". Una forza che invece non ci sarà, relegando la lista -  ammesso che riesca a presentarsi grazie alla probabile norma "salva-radicali" - nel parco dell'irrilevanza degli zerovirgola.  

Perché questo sarà l'effetto del tabù altreurista. Salvo la Bonino, oggi nessuno è così fesso da dire "più Europa". Tutti chiederanno invece, con maggiori o minori accentuazioni, un'altra Europa. Chiederanno cioè una cosa impossibile. Spiace che anche la "Lista del popolo" abbia scelto di unirsi a questo ipocrita coro. Ma ormai le scelte sono fatte e non è nostra intenzione continuare a polemizzare.

Ci sono però ancora tre cose che voglio dire a Benigni.

La prima riguarda il livello di coscienza degli italiani sul tema euro/UE. Secondo il rapporto 2017 del Censis, pubblicato di recente, il parere degli italiani sulla moneta unica è negativo per 80,1% degli intervistati. Non solo, mentre il 95% esprime il senso di appartenenza alla propria nazione, solo il 45% manifesta un analogo sentimento verso l'Ue, che sarebbe "forte" solo per l'8%. Queste le cifre assolute, ma l'orientamento anti-euro ed anti-Ue è più forte tra gli operai, i disoccupati e le casalinghe. Insomma, le classi popolari sembrano avere le idee più chiare di tanti promotori di liste (e non mi riferisco soltanto alla "Lista del popolo")... Non tenerne conto, in nome di una posizione "politically correct", è semplicemente autolesionista. Peccato.  

La seconda riguarda la Banca d'Italia, che noi vogliamo riportare sotto il controllo pubblico e la "Lista del popolo" invece no. A leggere Benigni qui si coglie un certo livello di approssimazione. Per il Nostro essa servirebbe soltanto «a stampare quantità illimitate di moneta». Tutto ciò solo «in ossequio alla Sovranità del Mercato». 
O Santo Cielo! Ma di cosa straparla? A parte il fatto che in un regime di sovranità monetaria è il governo che dispone questa o quella mossa della Banca centrale, come dimenticare le altre funzioni macroeconomiche di questa banca, tra le quali la politica dei tassi e la funzione di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico? La verità è che senza una Banca centrale sotto il controllo pubblico non può esserci una politica economica degna di questo nome. Ma qui è Chiesa che ha chiesto un giuramento sulle opposte tesi del Micalizzi. Auguri!

La terza riguarda certi ragionamenti catastrofisti di cui il Nostro ha infarcito il suo intervento. Quelli secondo cui uscire dall'euro/Ue sarebbe il caos se non la catastrofe. Su queste cose tanto abbiamo scritto (certo non solo noi) e qui non ci torniamo sopra. Mi limito perciò ad indicare al Benigni il nostro Vademecum sull'uscita dall'euro. E' della primavera del 2014, ma è sicuramente più aggiornato di certe "riflessioni" che ci vengono riproposte ancora oggi. Noi abbiamo sempre detto che l'uscita dalla gabbia dell'euro non sarà di certo una passeggiata, ma le classi popolari del nostro Paese non possono più passeggiare serenamente da tempo. E' per questo che parliamo della necessità, per gestire tale rottura, di un governo popolare d'emergenza fondato sulla realizzazione di un programma di misure economiche urgenti.

Infine, ma qui siamo al comico, il Benigni chiede a me (sic!) di garantire che le non meglio precisate "Forze Occulte" non tentino di innescare il caos il giorno dell'uscita dall'euro. Ma si può!!!??? Certo che le forze del sistema non starebbero con le mani in mano, ma egli pensa forse di poter uscire dall'attuale regime senza scontrarsi con il blocco dominante? 

In ogni caso Benigni si tranquillizzi. Tra incertezze reali e presunte, tre certezze per il giorno dell'uscita mi sento di affermarle: 1) il sole continuerà a sorgere ad est, 2) le stagioni continueranno ad alternarsi, 3) chi non vuol capire oggi avrà le stesse difficoltà anche domani.
Tra queste tre certezze, l'ultima è la più certa di tutte.   

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2.1.18

ELEZIONI: LE LISTE DI SINISTRA E L'EURO

Quindi il prossimo 4 marzo gli italiani saranno chiamati a votare. Sarà bene monitorare profili e programmi delle liste in lizza —ammesso che tutte riescano effettivamente a presentarsi.
Lo faremo mettendo a confronto quanto dicono sull'Unione europea e sull'euro poiché, come chi abbia sale in zucca sa, questi due punti, tra gli altri, sono di grandissima importanza, e quindi dicono molte cose sulla natura delle proposte in campo.

Oggi iniziamo osservando quanto si dice sul fianco sinistro del variegato campo politico.

Cominciamo da LIBERI E UGUALI CON PIETRO GRASSO.

Il loro programma è in costruzione, ma è facile immaginare che per gente come Bersani, che affermò... "No, non e' colpa dell'euro. Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al 
Mediterraneo con della carta straccia in tasca", un politicante che ha sostenuto il governo Monti, che ha votato tutto, dal pareggio di bilancio fino al Jobs act, essi si attesterànno su una posizione europeista, salvo dire, per salvarsi la faccia, che i Trattati andrebbero cambiati —le posizioni più avanzate di Fassina e D'Attorre sono infatti ultra minoritarie. Una posizione di comodo, quella della modifica dei Trattati, che di fatto unisce tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per renziani, berlusconidi e salviniani vari. 

Come si spiega che pressoché tutte le liste si presenteranno come euro-critiche? Si spiega col fatto che passata la sbornia europeista la grande maggioranza degli italiani, se non è contro l'euro è di sicuro "euro-scettica". Quindi, se vuoi prendere i voti, quantomeno, devi far finta di essere eurocritico o addirittura simil-sovranista.

Veniamo al MOVIMENTO CINQUE STELLE.
I grillini, dopo aver fatto fuoco e fiamme contro l'euro, sentendo profumo di governo, camaleonticamente hanno adottato una posizione che più ambigua non si può. 
L'incarnazione perfetta di questa doppiezza è il Di Maio. Ricordiamo quanto ha recentemente affermato:
«Non abbiamo mai detto che vogliamo lasciare l’Europa...vogliamo restare ma cambiare alcune regole. Ad esempio possiamo superare il parametro del 3% come hanno già fatto Germania e Francia, e poi bisogna rivedere alcuni trattati che stanno danneggiando la nostra agricoltura”...
“L’idea originale dell’Ue era buona e per quanto mi riguarda va separato il tema Ue dal tema Euro. Il referendum sulla moneta unica per noi è una extrema ratio. Vogliamo sederci ai tavoli europei e parlare fra adulti con gli altri leader Ue, con lo scopo di rinegoziare i trattati che stanno bloccando la crescita italiana. Spero che le istituzioni europee siano disposte a negoziare un’altra Unione”».
In un posizionamento di prossimità coi Cinque Stelle troviamo la LISTA DEL POPOLO.
promossa da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia. Mentre Ingroia lasciatosi alle spalle la tragicomica esperienza di Rivoluzione Civile, pur se solo di recente ha espresso posizioni alquanto nette a favore dell'abbandono dell'eurozona, il primo (Chiesa) non ha mai fatto mistero del suo europeismo in versione eurasista. 
Il combinato disposto vorrebbe essere una sintesi delle due posizioni, prevale tuttavia, anche in questo caso una improbabile variante di altreuropeismo. Dopo avare adombrato alla necessità del 
recupero della sovranità nazionale leggiamo al punto 7) del  programma:
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza. Vogliamo un’Europa democratica dei Popoli. Ogni limitazione della sovranità nazionale dovrà essere subordinata alla assoluta ed effettiva parità di tutti i contraenti e in nessun caso dovrà essere realizzata a spese delle garanzie democratiche previste dalla Costituzione. Occorre una nuova Costituzioneeuropea da sottoporre mediante referendum popolari all’approvazione dei cittadini, liberi nel pieno esercizio delle prerogative costituzionali e della propria sovranità nazionale».
Passando in rassegna la lista che raccoglie i rimasugli della sinistra radicale che fu ci imbattiamo in POTERE AL POPOLO.
Riguardo all'Unione europea leggiamo nel programma elettorale:
«Rompere l’Unione Europea dei trattati; costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali, che promuova pace e politiche condivise con i popoli della sponda sud del Mediterraneo; rifiutare l’ossessione della “governabilità”, lo svuotamento di potere del Parlamento, il rafforzamento degli esecutivi, l’imposizione di decisioni dall’alto perché “ce lo chiede l’Europa”».
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Abbiamo la riproposizione dell'altreuropeismo, in una versione solo più urlata di quella dell'Altra Europa con Tsipras, per la precisione nella versione paracula di Rifondazione comunista (che è a tutti gli effetti il dominus della lista in questione). L'innesto di Eurostop sembra servito a ben poco visto che della moneta unica, sembrerà assurdo, non si fa menzione. Lo stesso riferimento a "politiche condivise con i popoli della sponda Sud del Mediterraneo", visto l'orizzonte alla "altra Europa" è solo fuffa demagogica. 
Ovviamente guai a rivendicare la "sovranità nazionale" che per i promotori di questa lista sarebbe una parola d'ordine "nazionalista", se non addirittura fascistoide.

Si attesta su una linea del tutto simile la lista PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, messa su dai trotskysti, ovvero la coalizione elettorale tra Partito comunista dei lavoratori e Sinistra classe e rivoluzione (ex-Falce e martello).
Leggiamo nel programma elettorale della lista in questione:
«Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori. Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista».
Una formulazione sciatta e telegrafica  —anche in questo caso, del regime della moneta unica nessuna menzione—, a dimostrazione, oltre che dell'imperdonabile ritardo con cui certa sinistra estrema ha compreso la centralità strategica della questione della rottura con l'Unione, di una imperdonabile superficialità. Ma, come dire, meglio tardi che mai. Come per i loro cugini di cui sopra, vige il tabù della sovranità nazionale.
La sola voce fuori dal coro, l'unica lista che rivendichi l'uscita dalla Ue e dall'euro è quella dello staliniano PARTITO COMUNISTA di Marco Rizzo. Leggiamo da un loro manifesto:
«Fuori dalla UE, dall’euro e dalla Nato è la parola d’ordine che i comunisti pronunciano, senza chiudersi in nessuna visione nazionalistica, senza prospettare un semplice ritorno al passato. Insieme a noi lottano in questa direzione i comunisti di tutta Europa, per la liberazione comune delle classi lavoratrici dei nostri Paesi dallo sfruttamento capitalistico, dal potere dei grandi monopoli».
Solo che, in maniera del tutto simile ai fratelli-coltelli trotskysti, la rottura dell'Unione e l'uscita dall'euro è spostata nell'orizzonte lontano del socialismo. Il che implica, siccome
non ci si deve chiudere ".. in nessuna visione nazionalistica", e si rifiuta ogni "ritorno al passato", che senza rivoluzione socialista tanto vale restare nella gabbia eurocratica. Che è come dire: "Caro dottore, sapesse quanto piango bene in questa valle di lacrime..."
C'è chi ricorda che Marco Rizzo, in quanto dirigente di Rifondazione stava coi governi Prodi che ci portarono nell'euro, e poi, esponente di punta del cossuttiano Partito dei comunisti italiani era addirittura nel governo D'Alema che bombardava la Iugoslavia.
Di acqua ne è passata sotto i ponti...




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26.12.17

"Lista del popolo": l'annata buona degli autogol di Leonardo Mazzei

Con la solita maniera pretesca di parlare del peccato ma non del peccatore, il sito Megachip affida una risposta alle ragioni della Confederazione per la Liberazione Nazionale (Cln) al giornalista Glauco Benigni. Ovviamente questo metodo non è casuale, visto che esso consente di dilungarsi in lungo e largo senza mai entrare veramente nel merito delle tesi che si vorrebbero contestare. Tuttavia, pur preferendo parlare di «un vasto arcipelago di gruppi», l'articolista non riesce a nascondere come il vero bersaglio sia la Cln, e più precisamente le motivazioni che ci hanno portato a dissociarci apertamente dal percorso della "Lista del popolo"(Ldp).

Noi, in ogni caso, non seguiremo questo metodo, ed andremo invece subito al dunque.
E qual è il "dunque"? E' che si cerca in tutti i modi di parlar d'altro, pur di far scivolare in secondo piano la necessità di liberarsi dalla gabbia dell'Unione europea e dell'euro.

Naturalmente, quelle del Benigni non sono posizioni personali. Esse cercano invece di dare una qualche dignità al nyet di Giulietto Chiesa ad ogni messa in discussione dell'appartenenza dell'Italia tanto all'UE quanto all'Eurozona. Un nyet certo non smentito dai leggendari balbettii politici di Antonio Ingroia, ed invece senza dubbio benedetto dal terzo padrone della "Lista del Popolo": quell'Alberto Micalizzi inopinatamente assurto al ruolo di grande consigliere economico della lista.

Ma veniamo a quel che scrive il Benigni. La sua tesi è che, siccome il sovranismo ha da costruirsi come "grande mosaico", bisogna lasciar da parte la questione europea per occuparsi di (cito alla rinfusa) Google e Ryanair, dell'e-commerce e della Nato, delle agenzie di rating e del controllo della finanza.

Questo modo di procedere si chiama "prendersi per i fondelli", ma siccome affinché il giochino riesca bisogna essere in due, temo per il Benigni che il suo tentativo sia destinato al più mesto dei fallimenti.

Ora, quale sovranista costituzionale (quali noi siamo) non si occuperebbe di questi temi? Chi di noi sottovaluta la settantennale lesione alla sovranità nazionale rappresentata dall'appartenenza alla Nato? Chi non avverte il peso dei giganti del web e del commercio elettronico? Chi non sa per quali interessi giochino le agenzie di rating? Ma per favore...

Il problema è evidentemente un altro, ed è che siamo in Europa. E qui dove siamo è perfettamente inutile parlare del dominio della finanza, con annessi e connessi, se non si comprende, si denuncia e si opera per liberarsi da quella gabbia che è stata concepita proprio per essere il regno della finanza e del mercato, cioè della progressiva lesione di ogni diritto dei popoli. Questa gabbia è l'UE, e l'euro è il suo principale strumento di distruzione di quanto conquistato in decenni di lotte.

Tuttavia, noi della Cln, non siamo fissati con l'euro. Ed infatti abbiamo sempre detto e scritto che uscire dalla moneta unica è solo una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per uscire dalla crisi e dallo stato di colonia in cui sta progressivamente precipitando il nostro Paese. Ci vanno perciò bene tutti gli altri obiettivi indicati dal Benigni. Ma essi sono perseguibili restando nella gabbia eurocratica? Suvvia, cerchiamo di essere seri.

In ogni caso, noi - lo ribadiamo per l'ennesima volta - non abbiamo proposto ad Ldp il nostro programma. Abbiamo invece proposto di cancellare almeno l'impronta altreurista emersa nella seconda stesura del programma della lista. Ad esempio abbiamo proposto di togliere di mezzo passaggi demenziali come questo:
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza».

La tesi secondo cui gli stati nazionali - in quanto troppo "piccoli" - non possano avere alcun ruolo nel mondo attuale è il primo ed il principale argomento di tutti i fautori della globalizzazione. Che esso venga ripreso come nulla fosse da una lista che per altri versi si definisce sovranista è una cosa che si commenta da sola, parlandoci più che altro della solidità di questo tentativo e della serietà dei suoi promotori (a questo punto dovremmo dire, padroni).

Costoro hanno tuttavia le loro convinzioni. Scrive infatti il Chiesa che non si deve ritornare agli Stati nazionali, che «l‘Italia sarebbe comunque destinata a sparire dal contesto delle forze che possono influire sui destini mondiali». Bene, cioè malissimo. Le opinioni ovviamente le rispettiamo, ma che c'azzecca questo eloquio "politically correct" con il sovranismo costituzionale?

Ovviamente nulla. Non ci interessa qui ragionare sul perché di questa mega contraddizione interna alla "Lista del popolo". Possono esserci tante ragioni, ma forse la più ovvia è anche la più vera: si tratta probabilmente di mera imperizia politica.

I due promotori sono evidentemente convinti di poter sfondare grazie alla loro immagine pubblica. Il programma, le parole d'ordine, il profilo politico della lista, tutto ciò è visto come un orpello secondario, se non addirittura come una possibile zavorra che potrebbe far perdere consensi. Da qui la scelta altreurista - siamo contro questa Ue, ma ne vogliamo subito un'altra; l'euro ha creato problemi, ma non dobbiamo uscirne; i Trattati fanno schifo, ma ne vogliamo di nuovi. Tutto ciò per non prendere atto dell'assoluta, totale ed immodificabile irriformabilità dell'Ue e della sua moneta. Insomma, "Lista del popolo" come tante altre liste: tutte critiche, ma nessuna coerente in materia europea.

Chiarito che questo è il nodo politico, e dunque la ragione della rottura della Cln con Ldp, resta però un altro fatto. Ci è toccato infatti sentir dire che quello dell'euro sarebbe un argomento divisivo, che una parte degli italiani non ne vuol sentir parlare. Ovvio che sia così. E allora? C'è una parte e ce n'è un altra - quella che nessuno rappresenta e che di certo non rappresenterà Ldp - quella di chi è a favore dell'uscita dalla gabbia europea.

Secondo diversi sondaggi (leggi ad esempio QUI, QUI e QUI) questa parte va da un terzo alla metà degli italiani. E - cosa ancora più interessante - è in costante crescita.

Ma che ci dice a tal proposito il Benigni? Egli ci dice che i due temi UE ed euro sono pericolosi perché, testuale: «probabilmente dividono l'Italia al 50%». Il 50%, avete capito bene. Il 50%!!! Percentuale evidentemente rischiosa da rappresentare per Ldp che notoriamente punta sul 60-65% dei consensi...

Ora qui davvero non si sa se ridere o se piangere. I due promotori ragionano infatti come il politicantume da talk show: quanti voti mi fa perdere la tal frase, quanti me ne fa guadagnare, forse è meglio se sto zitto e non scontento nessuno.

A parte il fatto che un simile modo di ragionare ci ripugna, ma chi credono d'essere costoro, i capi di un partito che essendo ad un passo dalla vittoria sentono di dover rassicurare prima ancora che convincere? In tutta sincerità non possiamo pensare ad un simile grado di megalomania. Resta tuttavia il fatto che chi vorrà uscire dalla palude dello zerovirgola dovrà almeno lanciare un messaggio forte. Quel messaggio che in Ldp non c'è, ma - peggio, vedi l'articolo del Benigni come le affermazioni del Chiesa - si teorizza pure che non dovrà esserci.

Insomma, un autentico autogol politico quello di Ldp. Certo, molto meno importante di quello messo a segno dal Pd di Renzi con la legge elettorale a firma Rosato, ma pur sempre pittoresco assai. Si vede che per certe cose è l'annata buona.

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12.12.17

LE ELEZIONI E LA QUESTIONE DELL'EURO

Alle porte di importanti elezioni il rischio è che la questione delle questioni, ovvero l'euro e la gabbia dell'Unione europea, venga fatta sparire dal dibattito pubblico, trasformando la contesa politica in un chiacchiericcio tra europeisti e diversamente europeisti.
Ma gli italiani vogliono tenersi l'euro o sbarazzarsene? Quanti sono i cittadini che vorrebbero uscire dall'Unione europea? E a quali aree politiche appartengono?
Stiamo ai sondaggi più seri.
Ce ne fu uno elaborato da Alessandro Amadori, Università Cattolica e vice-presidente di Istituto Piepoli e datato 2016, il quale diceva che in un eventuale referendum in stile Brexit, il 40% degli italiani avrebbe votato per l'Italexit.
L'ultimo sondaggio autorevole è quello elaborato nel febbraio scorso da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, che pubblichiamo qui sotto.
Ebbene, solo il 38 % ha ancora fiducia nell'Unione europea mentre il 36% sostiene che l'uscita dall'euro sarebbe un vantaggio.
Visto che sia la Lega salviniana che i Cinque Stelle han deciso di derubricare la rottura della Ue, sorge la domanda: chi, in vista delle elezioni, darà voce a più di un terzo di italiani eurocritici?



Italiani e Ue, amore in crisi
di Nando Pagnoncelli

clicca per ingrandire

«Cade la fiducia nell’Unione Europea ma prevale ancora il sì all’euro. L’«exit» vince tra chi vota centrodestra e Cinque Stelle.

Il rapporto con l’Europa sta diventando uno dei principali argomenti del dibattito politico. È un tema molto cavalcato per accrescere il consenso nell’elettorato, facendo leva sul progressivo calo di popolarità dell’Unione tra i cittadini.

Oggi, infatti, la maggioranza assoluta (59%) dichiara di non avere fiducia nell’Ue mentre solamente un italiano su tre (36%) manifesta un’opinione positiva. Dal 2008 l’indice di fiducia si è dimezzato, passando da 75 a 38. Analizzando la serie storica dei dati si osservano due momenti in cui il calo è risultato particolarmente brusco: nel 2002, dopo l’introduzione della moneta unica e la disillusione rispetto all’attesa di un miglioramento delle condizioni di vita, e nel 2012, dopo la prima crisi greca e l’affermarsi di un’Europa considerata poco indulgente nei confronti degli stati membri in difficoltà.

La fiducia prevale soprattutto tra gli elettori del Pd (77%) mentre gli atteggiamenti negativi sono largamente diffusi tra quelli di Forza Italia (77%), del M5S (75%) e, soprattutto, della Lega (89%).

Il clima mutato
Nel volgere di tre lustri l’opinione pubblica è passata dall’entusiasmo allo scetticismo per l’Europa. Prima si guardava ad essa come fattore di modernizzazione dell’Italia e la fiducia elevata rappresentava spesso un riflesso della sfiducia per la politica e le istituzioni italiane. Negli ultimi tempi le opinioni si sono rovesciate: laddove il vincolo esterno era considerato un’opportunità di cambiamento per il nostro Paese oggi è vissuto come un limite, un freno alla crescita imposto da un’Europa considerata arcigna, tecnocratica e sempre più distante dalla vita dei cittadini e dai loro bisogni.

I più recenti dati dell’Eurobarometro offrono molti spunti di riflessione sulle cause dell’appannamento dell’immagine dell’Europa, a partire dal senso di esclusione dei cittadini: solo il 21% degli italiani ritiene che la propria voce sia ascoltata in Europa, collocando l’Italia al 25° posto tra i 29 paesi in cui viene realizzata l’indagine.

La netta sfiducia manifestata dagli italiani non significa tuttavia la volontà di uscita dall’Unione Europea o l’abbandono dell’euro: infatti un cittadino su due (49%) considera l’ipotesi di «Italexit» uno svantaggio, mentre il 36% si mostra non particolarmente preoccupato, anzi, intravede possibili vantaggi.

Nonostante l’articolo 75 della nostra Costituzione precluda la possibilità di indire un referendum per abrogare leggi di ratifica di trattati internazionali, nel sondaggio odierno abbiamo voluto verificare gli orientamenti di voto nel caso di una consultazione sulla moneta unica e la nostra permanenza nell’Unione.

In entrambi i casi prevale il mantenimento dello status quo: il 41% voterebbe per conservare l’euro (mentre il 33% vorrebbe tornare alla lira) e il 49% opterebbe per restare nell’Ue (contro il 25% che preferirebbe uscire).

Gli orientamenti
Le opinioni sono fortemente influenzate dall’orientamento politico: infatti solo gli elettori del Pd e i centristi si mostrano eurofili, mentre a favore dello «strappo» risultano in misura molto netta i leghisti e i pentastellati e in misura più contenuta gli elettori di Forza Italia.

Ciò spiega il crescente innalzamento dei toni contro i leader e le istituzioni europee da parte degli esponenti dei partiti di opposizione, alcuni dei quali sono stati definiti «sovranisti»: attaccare l’Europa rende molto, compatta l’elettorato e consente di individuare un bersaglio comune su cui riversare l’insoddisfazione per le condizioni economiche e occupazionali in cui versa il nostro Paese e le responsabilità della gestione dei flussi migratori. Per costoro da tempo si è rotto un tabù e l’uscita dall’Europa non rappresenta motivo di preoccupazione, probabilmente anche a causa delle conseguenze meno drammatiche del previsto subite dalla Gran Bretagna a seguito della Brexit.

Dunque la maggioranza degli italiani è insoddisfatta ma non vede vie d’uscita e si mostra rassegnata ad una sorta di appartenenza «forzata»: insomma, in Europa non possiamo non esserci se vogliamo evitare il peggio.

Il peso degli indecisi
Ma una convivenza priva di entusiasmo rischia di non durare a lungo e, a questo proposito, non va sottovalutata la quota di cittadini (il 26%, circa 12,5 milioni) che oggi sta alla finestra e tra la permanenza e l’uscita sceglie di non scegliere. E il silenzio generalizzato nel dibattito pubblico sul significato dell’Europa e le ragioni della nostra appartenenza, a poco più di un mese dal 60° anniversario dei Trattati di Roma, non contribuisce a cambiare le opinioni».

* Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 12 febbraio 2017

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