ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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22.2.18

ALLARMI SON FASCISTI di Piemme

C'era da aspettarselo che il miserabile misfatto di Macerata innescasse una spirale di scontri tra neofascisti e antifascisti. Ecco dunque i pestaggi incrociati di Palermo e Perugia. Se essi occupano le prime pagine dei mass media non è un caso. 

Non c'è di mezzo solo la  compulsione ossessiva dei media per la cronaca nera (che com'è noto è uno stratagemma per aumentare vendite e ascolti). 

E' che il regime neoliberista, di cui i media mainstream rappresentano le falangi della sua egemonia ideologica, ha bisogno, tanto più alle porte delle elezioni, di inculcare nella testa dei cittadini la sensazione che fuori dal perimetro sistemico c'è il salto nel buio, nella fattispecie il timore degli estremismi, tanto più se opposti.

Lo si vide negli anni '70 quanto il mantra degli "opposti estremismi" fosse stato funzionale alla strategia della tensione e quindi di conservazione delle classi dominanti. Ma se allora si trattò di una tragedia, ora essa si ripete come farsa. Una farsa orchestrata dentro la quale, ahinoi, certa sinistra radicale ha deciso di far parte come protagonista, contribuendo così al depistaggio ideologico di massa.

E' vero che il liberismo agonizzante abbia in pancia, mutatis mutandis, il pericolo di una rinascita dei fascismi. Ed è quindi necessario che le forze democratiche e rivoluzionarie debbano stare in guardia. Ma fare qui e ora dell'antifascismo non solo un discorso ma una pratica prioritaria, come abbiamo provato a spiegare, è un enorme errore politico.

Sono forse le formazione neofasciste, oggi giorno, il nemico principale? No, non lo sono. Sono nemici secondari che dobbiamo contrastare sfidandoli sul terreno dell'egemonia politica, sociale e culturale; diventando noi i campioni della lotta contro il nemico principale, il sistema neoliberista, i suoi meccanismi ed i suo fantocci politici.

Invece, partecipando alla commedia dell'antifascismo, oggi come oggi, in assenza di una vera minaccia fascista, si rischia diventare funzionali al sistema neoliberista e globalista, di apparire come un'ala radicale delle élite liberali.

Il diritto all'autodifesa, in caso di aggressioni fasciste o di regime, è sacrosanto in ogni circostanza, ma non in ogni circostanza è legittimo —come invece postula un certo "antifascismo militante"— usare l'aggressione e l'attacco preventivo come pratica politica.

Non si deve abbracciare il pacifismo per capire che la violenza politica occorre maneggiarla con cura, che se usata nei modi sbagliati e nelle situazioni sbagliate è un fatale boomerang. La ragione mi pare  semplice: il passaggio dallo scontro verbale a quello fisico, in una situazione di pace sociale e di letargia delle masse, è un salto enorme, oserei dire qualitativo. Quindi una pratica politicamente suicida.

Mao Zedong, cito a memoria, mi pare disse: «La politica è guerra senza spargimento di sangue mentre la guerra è politica con spargimento di sangue». 

Chi oggi ritiene sia giusto, passare alla "politica con spargimento di sangue" è un imbecille o, peggio, un provocatore.




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10.2.18

PER UN NUOVO ANTIFASCISMO di Moreno Pasquinelli

Ci mancava solo l'americanata in stile suprematista bianco del "lupo solitario marchigiano" ad intossicare una campagna elettorale già inquinata di suo da pagliacci che discutono del nulla.

Cosa pensassimo del fascista rinato che si è messo a fare il tiro al bersaglio contro tutti i passanti di colore che incontrava per strada l'abbiamo detto: un crimine infame. 

Che quanto accaduto a Macerata avrebbe mobilitato gli antifascisti era inevitabile. Alla fine la Questura ha autorizzato la manifestazione che si svolgerà oggi in quella città. Era in forse, a causa di una gravissima e sintomatica dichiarazione del piddino Ministro degli interni Minniti, questa: 
«Mi auguro che chi ha annunciato manifestazioni accolga l’invito del sindaco, se questo non avverrà, ci penserò io ad evitare tali manifestazioni».
Gravissima perché il divieto (formalmente anticostituzionale) opposto agli antifascisti avrebbe fatto il paio con la presenza elettorale (sostanzialmente anticostituzionale) dei fascisti del secondo e  terzo millennio. Sintomatica perché essa ci dice come crescano certe pulsioni sbirresche e stato-fortiste nel corpaccione di un regime neoliberista che, tra gli altri, si distingue per essere uno dei meglio attrezzati nella repressione del conflitto sociale e di strada. Non fosse che non siamo abituati ad usare alla carlona le categorie politiche, verrebbe voglia di parlare di demofascismo.

Detto che auguriamo il successo della ahinoi liturgica manifestazione di oggi a Macerata, due parole sull'antifascismo e gli antifascisti. 

Amadeo Bordiga fu forse troppo severo  a dire che "L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo". Opinione condivisa, seppure declinata in senso liberale dallo storico Renzo De Felice.[1] Il giudizio venne considerato un insulto dai militanti rivoluzionari che negli anni '70 condussero una battaglia senza quartiere contro i neofascisti del tempo. Sembrava loro che ci fosse un'effettivo e incombente pericolo fascista alle porte. La storia ci dirà che non era vero, che la vera minaccia era un'altra e di diverso segno: la radicale offensiva neoliberista che infatti dilagherà con gli effetti che sappiamo.

Oggi è diverso. Oggi siamo al tramonto di questo lungo ciclo liberista, un tramonto dovuto non all'avanzata di un'alternativa socialista, proletaria e democratica, ma a causa di una crisi sistemica (economica, sociale e politica) che potrebbe intaccare le stesse fondamenta della civilizzazione capitalistica. Siamo alle porte di un passaggio d'epoca, e tutto diventa possibile. Oggi sì esiste il carburante sociale per una mobilitazione reazionaria delle masse: la pauperizzazione senza scampo del ceto più numeroso della società: i ceti medi. Faccio notare che pauperizzazione non equivale, come comunemente si pensa, alla proletarizzazione.

Se questo carburante entrasse in contatto con un comburente avremmo l'incendio generale, quella che abbiamo chiamato "mobilitazione reazionaria delle masse". I neofascisti o qualche loro parente, qui sta il punto, potrebbero fungere da comburente (sottolineo il condizionale). Non è quindi sbagliato affermare che le forze rivoluzionarie debbono stare in guardia ed attrezzarsi per evitare che questa crisi di civiltà, che si manifesta anche come dissoluzione della democrazia costituzionale, sfoci nel caos che precede una dittatura sì postcapitalistica ma di segno neo-feudale, dove la potente élite finanziaria fungerà da nuova aristocrazia.

Ma come si combatte e si sventa questa minaccia? Si combatte e si sventa costruendo una forza politica dirigente che contenda ai neofascisti (o chi per loro) ogni centimetro di spazio politico, che impedisca loro di rappresentare e prendere la testa dei ceti medi pauperizzati, la cui esplosiva mobilitazione di massa è nell'ordine delle cose. Come ha scritto Sandokan su questo blog non c'è alternativa: per evitare che il mostro prenda forma occorre uccidere il  liberismo che lo porta in pancia. Sì quindi, tanto più da noi dove il fascismo nacque e affonda le sue radici, ad un antifascismo attivo, operante, intelligente. 

Non lo è quello che vediamo risorgere, che pare una scadente parodia di quello degli anni '70. Un antifascismo di maniera, tutto schiacciato sui "valori", ma i cui valori, a ben vedere, sono impastati con quelli della narrazione ideologica con cui il neoliberismo ha giustificato la sua egemonia. L'etica dei diritti umani, l'individualismo anarchicheggiante, l'edonismo consumistico, la ripugnanza cosmpolitica della nazione, il disprezzo per lo Stato. Con questi "valori" lo spirito delle élite neoliberiste si è impossessato come un demone del "corpo proletario". Un corpo che non c'è più e non potrà risorgere nella forma di prima.

Se i neofascisti avanzano è perché appaiono come i soli che rifiutano questi "valori" che vano perdendo la loro presa sulle larghe masse, che larghi settori di popolo considerano già adesso "disvalori". Essi si fanno largo perché sembrano i soli a raccogliere non solo il disagio e l'ansia di chi sta in basso, ma le richieste di sicurezza sociale, di sentirsi parte di una comunità nazionale, quindi di uno Stato che tuteli chi di questa comunità fa parte. 

Siamo così giunti al cuore della questione. L'antifascismo risorgente pretende e si illude di battere i neofascisti rifiutando come reazionarie le domande che salgono dalle viscere della società, opponendo loro, addirittura quali fattori identitari, proprio quei disvalori. Un antifascismo cosmopolitico, immigrazionistico, antinazionale antistatalista è condannato non solo a perdere, ma a fungere da truppa ausiliaria delle élite neoliberali.

L'antifascismo attivo, operante, intelligente deve, al contrario, accogliere le spinte che salgono dal basso, anzitutto dai settori falcidiati dalla crisi e più indifesi, fare propri, contro il crescente disordine sociale, i bisogni di sicurezza, di solidarietà comunitaria, di nazione e di Stato. Solo accogliendoli si può pensare di declinarli e indirizzarli in senso democratico, egualitario e socialista. Solo un patriottismo rivoluzionario può tenere testa al nazionalismo sciovinista e xenofobo.

Sarà possibile questa inversione di rotta delle sinistre radicali? Possibile sì, ma altamente improbabile perché si tratta di una vera e propria radicale palingenesi. Sarà impossibile, questa rinascita, se in tempi politici non entrerà in scena l'agente fermentante, il gramsciano intellettuale collettivo attorno al quale raggruppare nuove forze, che quelle vecchie sono oramai destinate a miglior vita. Detto altrimenti occorre un partito rivoluzionario, che sia il perno di una più vasto fronte popolare.

Lo ripetiamo: nella crisi si civiltà vincerà chi saprà mettere ordine nel disordine.

NOTE

[1] «Il fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell'avversario per distruggerlo».
Intervista sul fascismo. pp 6-7. Laterza 1975 . 





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8.7.17

FASCISTI, ANTIFASCISTI E IMMIGRATI di Sandro Arcais

Un articolo impeccabile. E non perdetevi i due video!

Venerdì 30 giugno si è svolta a Cagliari una manifestazione contro l’immigrazione organizzata dal Movimento Sociale Sardo. La notizia è apparsa su L’Unione Sarda del giorno dopo. Da lì traggo le motivazioni degli organizzatori:

Diciamo basta all’arrivo di migranti. Non abbiamo le risorse per ospitarli e siamo davanti a una invasione senza fine. Chiediamo case, lavoro, istruzione, sanità per gli italiani. Inoltre la presenza di troppi migranti sta creando molti problemi di sicurezza nella nostra regione.

La manifestazione era stata regolarmente richiesta e accordata. Alla notizia, il Coordinamento Antifascista Cagliaritano ha immediatamente organizzato una contromanifestazione. Ecco le loro motivazioni:

Ci chiediamo come sia stato possibile dare il via libera per lo svolgimento di una manifestazione chiaramente razzista e fascista.Siamo qui per evidenziare che i cagliaritani non sono razzisti. … siamo in piazza per denunciare lo svolgimento di un corteo anticostituzionale, visto il significato xenofobo e razzista.

La notizia e le dichiarazioni dei due fronti mi fanno sorgere alcuni pensieri
moderatamente provinciali.

Uno. Dire «Basta ai migranti» o dire «Regolare gli ingressi di migranti in Italia» non è razzista e neanche xenofobo. Può anche darsi che gli esponenti del MSS coltivino particolari idiosincrasie per la gente di colore. Ammetto anche che ciò sia probabile. Ma razzismo implica la presupposizione che l’umanità sia divisa in razze biologicamente differenti e che esistano razze superiori e razze inferiori e che le prime siano biologicamente in diritto di dominare su (e al limite cancellare) le seconde. Questo è razzismo. Usare questo termine fuori da questo recinto, significa usarlo come uno strumento di intimidazione.

E che questa intimidazione stia funzionando molto bene lo dimostra, al di là delle sue intenzioni dichiarate, questo video:
 


Non so a voi, ma a me queste interviste non dimostrano che l’italianoqualunque è razzista, dimostrano piuttosto che è preoccupato e stressato per l’aumento esponenziale dell’immigrazione in questi ultimi anni, che questa preoccupazione e stress sono amplificati dal progressivo peggioramento delle condizioni di vita presenti e dal futuro per i propri figli, e infine che è molto preoccupato di incorrere nell’accusa di razzismo. Probabilmente quegli italiani avrebbero dovuto vergognarsi di meno dei propri sentimenti e paure e avere il coraggio di essere politicamente scorretti come lo è inconsapevolmente il personaggio di questa scena tratta da “La crisi” di Coline Serrau:

 

Due. I membri del Coordinamento Antifascista Cagliaritano potrebbero pensare che non bisogna aspettare che la pianta del razzismo generi i suoi frutti, e che la malapianta vada estirpata sul nascere. Potrebbero obiettare che questa particolare manifestazione non sarà stata esattamente razzista, ma che conteneva in sé il razzismo come un seme contiene la pianta benché non sia la pianta. Oppure potrebbero pensare e obiettare che i fascisti organizzatori della manifestazione non lo abbiano dichiarato apertamente nei loro striscioni e dichiarazioni ufficiali, ma la loro manifestazione non era contro gli immigrati in quanto tali, ma contro gli immigrati in quanto negri e stranieri.

Nel primo caso mi sembrerebbero abbracciare la nuova dottrina militare USA della guerra preventiva, nel secondo caso mi sembrerebbero incorrere nel processo alle intenzioni. In entrambi i casi individuerei un defict di cultura democratica.

Tre. Quelli dell’MSS hanno giustificato la manifestazione con due ordini di motivi: “non abbiamo le risorse per ospitarli” e “creano molti problemi di sicurezza”. Lasciamo da parte il secondo: io parlo di quello che so, e per ora non mi pare che gli immigrati pongano problemi di ordine pubblico. Quello che vedo è un aumento esponenziale della mendicità e già questo non è bene, soprattutto perché crea assuefazione a una condizione che piano piano sarà sempre più percepita come normale o a cui si tenderà a reagire “alla Minniti”. In entrambi i casi un problema, non di sicurezza, ma un problema.

È la prima giustificazione a interessarmi particolarmente, perché mi fa capire che quelli dell’MSS ragionano totalmente all’interno dei mantra che giustificano e rendono senza alternative ormai da sei anni le politiche di austerità dei vari governi inaugurati da quello di Monti: “non ci sono soldi”, “il fardello del debito pubblico”, “dobbiamo fare pareggio di bilancio (anzi, di più, avanzo)”, e via di questo passo. Sarebbe troppo lungo spiegare perché il debito pubblico in se e per sé non è un problema (ascoltare questo recentissimo intervento di Claudio Borghi Aquilini potrebbe essere un buon modo di avvicinarsi alla questione), mi limito perciò ad affermarlo: il debito pubblico in se e per sé non è un problema, dal momento che un paese con una moneta sovrana non può fallire (lo afferma anche un bollettino di ricerca della BCE) e potrà sempre onorare il suo debito. Il debito pubblico è un problema quando uno stato utilizza una moneta straniera e si impedisce di monetizzare il debito quando è possibile e/o ritiene necessario. Questa è la condizione dell’Italia e di tutti gli altri aderenti all’euro. Sì, è vero, “non ci sono soldi” perché la nostra classe dirigente (in particolar modo quella che fa capo al centrosinistra ora pd) ha ficcato l’Italia in un sistema che ha significato cessioni consistenti di sovranità di tutti i tipi, e nel caso specifico monetaria, e ha reso impossibile una qualsiasi politica economica di sviluppo.

Quelli dell’MSS dovrebbero distinguere tra “risorse” e “soldi”. Le prime sono limitate, i secondi hanno il solo limite di “star dietro” e mobilitare le prime. Comincerebbero ad accorgersi che a quel punto gli immigrati potrebbero davvero essi stessi essere “risorse” e non un peso che non possiamo sostenere.

Quelli del CAC dovrebbero capire che in regime di austerità è semplicemente vero che ciò che metti nella gestione del fenomeno degli immigrati lo stai togliendo, per esempio, alla sanità (ottenendo questi risultati). Detto più esplicitamente: in regime di tagli e di austerità, sei costretto a scegliere e allora quelli dell’MSS diventano condivisibili quando affermano: Chiediamo case, lavoro, istruzione, sanità per gli italiani.

Quattro. Che si voglia operare una politica restrittiva o generosa e aperta in merito agli immigrati, in entrambi i casi abbiamo bisogno di avere un maggiore controllo sui processi in cui siamo immersi. Abbiamo bisogno di maggiore sovranità monetaria, politica, militare, di maggiore controllo sui movimenti dei capitali, delle merci e delle persone. Ma per fare questo dobbiamo comprendere la necessità di accettare il vincolo interno rappresentato da coloro che si fanno portatori di interessi e idee diverse dalle nostre, per il semplice motivo che il vincolo esterno è peggio per il 70-80% del paese (il 20% ci sguazza benissimo).

Cinque. Il pericolo attuale non è il fascismo. L’attuale sorgere rigoglioso di formazioni o fenomeni che si richiamano all’esperienza e all’ideologia fascista sono il sintomo di una malattia, non la sua causa. Comincio anzi a credere che i grandi strateghi del capitale internazionale che si stanno preparando alle elezioni del 2018 stiano facendo di tutto per creare anche in Italia una situazione di artificiosa contrapposizione tra fascisti e antifascisti, dove alla fine vincerà il Macron di casa nostra: Sua Immensa Imperialità Tecnocratico-Finanziaria (SIITF) Mario Draghi. Il pericolo attuale è il Grande Capitale (Neo)(Ordo)liberista e Globalista (GCNOG), la Sacra Unione Europea (SUE) e le sue quinte colonne in Italia, quell’1% e il suo 15-20% di alleati vincenti e soddisfatti della globalizzazione (tutti asserragliati nel fortino pd). Su quello bisognerebbe concentrare l’attenzione, non facendosi distrarre dai presunti “pericolo immigrati” e “pericolo fascista”.

Sei. Se il MSS vuole tornare sulla questione, non metta nel mirino gli immigrati, in fin dei conti vittime come noi e come noi impegnati a conquistarsi una esistenza migliore, ma l’alleanza euroamericana impegnata da più di quindici anni a destabilizzare intere aree intorno al Mediterraneo, e la potente macchina modulare simil-criminale che li trasporta attraverso un mare di sabbia e di acqua salata. Quella macchina perfettamente oliata fatta di ONG che prestano i soldi per il lungo viaggio (soldi da restituire con gli interessi, néh), organizzazioni criminali trafficanti di uomini, e nuovamente ONG con le loro imbarcazioni che li imbarcano, ormai andandoli a prendere a ridosso delle coste libiche. Se pensiamo che ognuna di queste imbarcazioni costa circa 10.000 euro al giorno (300.000 euro al mese, 3.600.000 euro all’anno solo per una imbarcazione), sorge spontanea una domanda: chi scuce tutti quei soldi? E se scuce tutti quei soldi, che tornaconto si aspetta?

Sette e ultimo. Se c’è qualcosa in pericolo in tutta questa vicenda, questa è la sovranità dello stato italiano, totalmente in balia di processi che non prova neanche minimamente a governare. So che la parola “sovranità”, “patria”, “popolo” e “confini” fanno venire l’orticaria in tutte le varie versioni della sinistra. Subito parte il riflesso condizionato: “fascista!”, “xenofobo!”, “razzista!”, “tribale!”. Eppure, senza un minimo di recupero della sinistra alle ragioni della nostra sovranità, essa sarà sempre più costretta ad alienarsi dal popolo italiano (sì, proprio quel popolo dietro le cui spalle ride la spocchia snob dei due gemelli intervistatori del video precedente) e ad appoggiarsi a forze straniere facendone il gioco, che se renda conto o meno.

 

 

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11.5.17

Populismo, antifascismo e la falsa coscienza della sinistra di Ferdinando Pastore

 
POPULISMI

Cosa è emerso dai risultati dei referendum svoltisi in Europa – da quello greco, per passare alla Brexit, fino ad arrivare a quello Costituzionale in Italia? Sicuramente l’avvento di un blocco sociale, composito ed eterogeneo, che ha iniziato a dare risposte politiche, composto da tutti i soggetti che restano schiacciati dalla libera circolazione di capitali, merci e persone. Salariati e lavoratori precari del settore privato, giovani disoccupati, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori rappresentano la nuova classe sfruttata dal capitalismo globalizzato, la quale reagisce al sistema istituzionale ordo-liberista che ha accompagnato, in modo repressivo, la de-strutturazione al tessuto sociale delle nazioni: l’Unione Europea.

Questo blocco sociale non è ancora rappresentato, in maniera coerente, da un blocco politico, ma è fluttuante e divide i suoi voti tra una destra protezionistica e una nuova sinistra – che ha le espressioni più significative in Spagna e in Francia con il successo di Jean-Luc Mélenchon – che supera, definitivamente, la terza via Blairiana alla globalizzazione e individua nella lotta di classe nazionale il problema politico centrale per i nuovi ceti sfruttati. Entrambe le scelte del basso sono denominate dal blocco dominante, che ha i suoi epigoni politici nel PSE e nel PPE e in tutte le loro emanazioni nazionali, populiste.

Non si fa riferimento ad un populismo storico, bensì si cerca di derubricare queste nuove forze politiche nel terreno dell’avventurismo, con riferimento alle esperienze populiste del Sud-America, una evidente forzatura che mistifica la realtà dei fatti. Al contrario il sistema fondato sulle strutture sovra-nazionali ha avuto il compito di annientare tutti i soggetti che componevano il quadro costituzionale dei Paesi europei così come si era sviluppato dal secondo dopoguerra: Stato, partiti politici, sindacati, soggetti economici, cittadini sono stati trasformati in amplificatori della concorrenza economica e a loro sono state sottratte le prerogative che le Costituzioni gli attribuivano e che avevano lo scopo, esplicito, di salvaguardare la coesione sociale.

Se si prende per buona la definizione che Nicola Genga dà del populismo “l’appello a un popolo mitizzato da parte di un leader e la contestazione, dal basso, degli istituti di democrazia rappresentativa nelle loro forme storicamente determinate, una visione a-classista della società, la propensione al nazionalismo” sarà chiaro che proprio le strutture sovranazionali hanno interpretato queste mutazioni dall’alto.

Difatti tutte queste caratteristiche sono perfettamente compatibili con il sistema tecnocratico, che poggia le proprie basi su una legittimazione economica e non più sulla sovranità costituzionale e popolare. In questo modo il pilota automatico, gestito dai tecnocrati, ha prodotto uno svuotamento di significato della politica che non è più il luogo della formazione della decisione, ma che si riduce a sterile competizione sottoposta alle regole del marketing politico dove si annullano le componenti ideologiche e storiche per dettare un messaggio, seppur ideologicamente prefigurato in senso liberista, apparentemente neutro che si rivolge a un pubblico perlopiù indifferente ma ancora schierato, ingenuamente, tra destra e sinistra, categorie del tutto omogenee e compatibili con il sistema neo-liberale.

Così lo Stato nazionale è stato ridotto a protettorato e a passacarte delle multinazionali, le quali hanno i propri rappresentanti burocratici dentro le istituzioni sovranazionali e il manierismo politico si rivolge, proprio, direttamente al popolo, in una dimensione nella quale scompaiono la dialettica politica e gli interessi sociali che, in questo modo, sono nascosti e non rappresentati, con il conseguente smantellamento delle strutture democratiche (Parlamenti) e dei corpi intermedi (Partiti e Sindacati).

Il tutto per presentare come necessaria, inderogabile, una società proprio a-classista, nella quale solo l’individuo, continuamente sottoposto alla carneficina della competizione e immaginato come atomo slegato dalle condizioni socio-economiche, è degno di rappresentare bisogni politicamente rilevanti. Per di più questi bisogni sono artificiosamente esaltati dalle campagne di marketing, pubblicitarie, di propaganda le quali immaginano l’essere umano come uomo/impresa e lo inducono ad aderire sentimentalmente agli schemi della flessibilità lavorativa (il lavoro duraturo e stabile è definito privilegio parassitario) e della mobilità esistenziale.

Per rendere appetibile questo costrutto ideologico si fa richiamo a un vago e anti-storico nazionalismo europeo: l’Europa viene presentata come emblema di pace e di civiltà, e idealizzata a luogo sacrale, proprio utilizzando una retorica nazionalista. Di conseguenza le forze della destra protezionistica e quelle della nuova sinistra popolare sono costrette a richiamarsi alla mobilitazione del popolo, proprio per evidenziare la crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa che non permettono più la partecipazione delle masse alla struttura dello Stato e alla formazione della decisione politica.

Questo richiamo però è accompagnato dalla difesa delle Costituzioni nazionali o dalla immissione nel dibattito della questione costituzionale. Jean-Luc Mélenchon ha difatti proposto una nuova assemblea costituente, mentre in Italia si fa richiamo alla corretta applicazione della Costituzione del 1948 come orizzonte ideale per il recupero della sovranità.

Il problema del populismo va dunque rovesciato, dato che le élite hanno prodotto un sistema tecnocratico e populista e contemporaneamente stigmatizzano come populisti tutti quei movimenti che incentrano la propria azione sul recupero di sovranità popolare e nazionale, colpevolizzando le classi popolari, le quali iniziano a rifiutarsi di votare per il blocco politico che si autodefinisce “responsabile” e che ha gestito i processi di trasformazione della società in senso ordo-liberista attraverso il sistema delle riforme dettate dalla mano invisibile del mercato e che ha provocato squilibri sociali, disoccupazione, precarietà e diseguaglianze ormai divenute insopportabili. Così coloro i quali si dipingono come moderati si trasformano in estremisti nel monento in cui affidano esclusivamente al libero mercato e alla concorrenza la funzione di ordinare la società, con uno spirito assolutistico e totalitario.


IL RICATTO ANTIFASCISTA

L’ulteriore elemento ricattatorio nei confronti dei ceti deboli è rappresentato, oltre alla minaccia di paradossali crisi distruttive sul piano sociale nel momento in cui si procedesse a un mutamento di indirizzo politico, dall’avvento di un ipotetico ritorno al fascismo che sembra essere ormai alle porte. Il ricatto è eseguito ogni qual volta una forza della destra protezionistica ha una qualche possibilità di vincere le elezioni in un determinato Paese ed è direttamente proporzionale al richiamo contrario, quello del pericolo di un ritorno al socialismo reale o a un sistema di inefficienza e di statalismo burocratico ogni qual volta una forza della sinistra popolare aumenta i propri consensi, e quando essa denuncia l’impossibilità di difendere il lavoro e di sconfiggere le diseguaglianze sociali senza una adeguata politica dello Stato che dovrebbe tornare a dirigere i processi economici anche facendo ricorso alla spesa in deficit coperta dalla sovranità monetaria. Il ricatto del fascismo è ovviamente de-contestualizzato storicamente, dato che non esiste alcuna forza politica che si richiama al fascismo storico (i casi sono sporadici e ininfluenti) e quindi a un sistema nel quale lo Stato, attraverso l’uso della forza, silenzia il conflitto tra capitale e lavoro in una dimensione corporativa.

Al contrario le stesse destre protezionistiche si presentano come partiti anch’essi neo-liberali ma che, al contempo, limiterebbero la circolazione dei capitali per proteggere l’industria nazionale. Anche il FN appare oggi più inquadrabile in una forza realmente neo-gaullista, e si affacciò sulla scena politica francese proprio nel momento in cui, alle elezioni europee del 1984, la sinistra francese abbandonò il Programme Commun, per trasformarsi in quella sinistra mercatista e mondialista che oggi è parte integrante del blocco neo-liberale.

In questo modo il FN si iniziò ad accreditare anche tra i ceti bassi della popolazione francese, ma soprattutto iniziò a svilupparsi come partito non più legato a una piccola comunità nostalgica. Con questo non si vuole dire che il FN non avesse all’interno preoccupanti indirizzi xenofobi, ma che il ricatto fascista, dopo l’ulteriore svolta Repubblicana compiuta da Marine Le Pen e una volta che anche i guallisti si sono covertiti al culto liberista, opera come mero stratagemma, utilizzato per il mantenimento dello status quo e con cui le élite si auto-legittimano per raffigurarsi come unico campo politico degno di governare seppur in un continuo stato d’eccezione di fronte ai molteplici pericoli populisti, descritti come continui salti nel buio. L’emergenzialità è congeniale, oltretutto, alla presentazione di ulteriori riforme sempre incentrate sulla privatizzazione dello Stato e sulla mercificazione del lavoro.

In tutta Europa le politiche di austerità, le crescenti diseguaglianze hanno portato alla crescita della consapevolezza delle classi schiacciate dalla globalizzazione dei mercati e all’affermarsi di forze politiche che si pongono in contrasto radicale con l’impianto ordo-liberista di Bruxelles. In Francia, durante il primo turno delle elezioni presidenziali hanno avuto un risultato significativo sia uno schieramento, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che si richiama alla tradizione della sinistra popolare e sia la destra protezionistica di Marine Le Pen che ha conquistato l’accesso al ballottaggio. E proprio in Francia inzia a scricchiolare l’ordine neo-liberale dato che sembra meno pressante di un tempo il richiamo al pericolo fascista, diktat oppressivo e funzionale all’elezione di Macron, perfetto rappresentante delle élite finanziarie, ma che non sembra essere, al momento, in grado di riunire graniticamente quel che resta del Fronte Repubblicano.


IL CASO ITALIANO

Se in Europa inizia a trovarsi una corrispondenza tra blocco sociale schiacciato dal neo-liberismo e blocco politico che si rivolge alle classi sfruttate dallo stesso sistema, in Italia questo stesso blocco sociale che si è palesato con il Referendum Costituzionale e che conduce battaglie nei luoghi di lavoro (si pensi alla vertenza Alitalia ma anche alla battaglia dei tassisti contro le liberalizzazioni del mercato), non ha una rappresentanza politica. Se a destra i richiami alla sovranità monetaria e politica si riducono alla riproposizione di politiche neo-liberiste che guardano solo al mondo dell’impresa con scarsa capacità di diventare egemoni, la sinistra è proprio la parte politica che si rende più disponibile ad accettare i paradigmi ordo-liberisti che sono alla base della costruzione europea.

Quando si parla di sinistra non si fa riferimento al PD, che è partito centrale dello schieramento e che rappresenta il contenitore tendente alla stabilizzazione del sistema e che è responsabile, in via diretta, dello svuotamento della nostra Costituzione e della riduzione della sfera politica a mera competizione impolitica e che, insieme al M5S, si dota di strumenti realmente populistici (per esempio le primarie, ormai competizione che segue le regole dei talent show), bensì si vuole indicare tutto il variegato mondo che avrebbe l’ardire di collocarsi a sinistra del PD.

Ebbene questo schieramento è composto, per un verso, da una scissione, che in qualsiasi paese si considererebbe di destra, dallo stesso PD, effettuata da personaggi politici come D’Alema e Bersani, da sempre in prima linea nell’assecondare tutte le direttive dettate dalla tecnocrazia finanziaria, creatori, dagli anni 90, della linea rigorista in campo economico e ispiratori dei governi tecnici che si sono resi responsabili delle maggiori politiche di macelleria sociale e di distruzione dei principi sottostanti alla nostra Carta Costituzionale.

Ancora oggi questa parte politica rivendica, con orgoglio, le politiche di mercificazione e di precarizzazione nel mondo del lavoro, la svendita degli asset pubblici, le liberalizzazioni selvagge e addirittura la nascita del governo Monti, che contribuì a chiudere in maniera definitiva il sistema istituzionale italiano con la ricezione delle raccomandazioni neo-liberiste imposte dalla BCE e con l’instaurazione di una sorta di troika fatta in casa. Dall’altro lato è composta dalla cosiddetta sinistra radicale, che di radicale non ha nulla, la quale si è concentrata nella promozione dei diritti civili elevando il soggetto a unico elemento sociale e che ha rimosso la critica sociale. In questo modo, attraverso una sorta di anarchismo/libertario, ha contribuito alla definizione ordo-liberista dell’essere umano come imprenditore di se stesso, il quale deve assecondare i propri bisogni per raggiungere una liberazione meramente personale, sganciata dalle strutture collettive e dai bisogni reali connessi alle condizioni socio-economiche.

Questi due agglomerati hanno già delineato una futura alleanza elettorale, senza però che vi sia l’intendimento di rappresentare ciò che la sinistra popolare ha avuto il coraggio di affermare in Spagna e in Francia.

Al contrario i loro esponenti di spicco si sono affrettati nel dire che questa sarà una sinistra responsabile che dovrà essere forza di equilibrio del sistema politico. L’intendimento è proprio quello di deprimere e scoraggiare la nascita di una forza popolare che sappia porsi all’opposizione dell’odierno quadro istituzionale e che possa contrastare le prossime politiche di rigore che la UE continuerà a imporre e, soprattutto, che il dissenso, venga normalizzato o al massimo che continui ad essere canalizzato nel voto al M5S, il quale trasporta il malessere sociale sui canali impolitici della casta e dell’indignazione.

In più la classe dirigente di questa sinistra, contraddistinta da falsa coscienza, è atavicamente attratta da un ministerialismo che porta alla costruzione di cartelli elettorali funzionali esclusivamente alla sopravvivenza del loro management e al mantenimento del loro capitale. Non a caso essi si amano definire Ditta.







Fonte: risorgimento socialista







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