ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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23.1.18

GERMANIA: CRISI FINITA? di Emmezeta

Stasera gli euristi brindano. Da Bonn è arrivata la notizia che attendevano. I delegati della SPD hanno detto sì al quarto governo Merkel. Capito su cosa si regge l'asse eurista? Sulla conservazione della politica austeritaria impersonata proprio dalla figlia del pastore luterano della Ddr. E pensare che ancora c'è chi crede, o più spesso fa finta di credere, alla possibilità di "riformare" l'Unione. L'esempio più vicino a noi di questi fenomeni da baraccone è quello di tutti i partiti italiani che si contenderanno il voto del 4 marzo.

Tra i primi commenti all'esito del congresso socialdemocratico quello di Juncker, che quando si tratta di brindare è notoriamente il più lesto di tutti: «Un’ottima notizia per un’Europa più unita, forte e democratica!». Ma anche pesce lesso Gentiloni, che sente il vento in poppa proprio grazie all'appoggio dei mascalzoni di Bruxelles (vedi la gravissima ingerenza di Moscovici), non è stato da meno. Questo il suo tweet: «#Spd Passata a maggioranza la proposta di @MartinSchulz per concludere un accordo di grande coalizione. Un passo avanti per il futuro dell'Europa».

Ma lasciamo perdere questi miserabili. La prima domanda da porsi è infatti un'altra, e riguarda il futuro della Germania. Davvero l'odierno voto di Bonn segna la fine dell'imprevista crisi politica tedesca, avviatasi con le elezioni del 24 settembre scorso? Noi non crediamo proprio che sia così.

Intanto nessuno credeva davvero ad un esito diverso del congresso della SPD, partito dall'inossidabile natura sistemica. Dunque, in un certo senso, la vittoria di Schultz è sostanzialmente una non-notizia. La notizia, semmai, è nelle striminzite proporzioni di questa affermazione. Sui 641 votanti dell'assise socialdemocratica, hanno espresso un sì solo 362 delegati contro 279. Insomma, Schultz vince, ma il partito è spaccato a metà. Un altro bel tassello da aggiungere al mosaico della crisi politica tedesca.

Il sì di oggi è un via libera all'avvio di negoziati con la CDU/CSU per la formazione del nuovo governo. I risultati del negoziato verranno poi sottoposti ad un referendum tra gli iscritti della SPD. E' davvero sicuro che la trattativa vada a buon fine? Le vicende politiche degli ultimi decenni fanno pensare che sì, andrà così. Ma la situazione attuale è assai diversa da quella del passato. Anche il precedente negoziato tra CDU/CSU, verdi e liberali avrebbe dovuto portare alla nascita della cosiddetta coalizione "Jamaica", ma così non è stato.

In ogni caso, anche se nascerà, il nuovo governo Merkel-Schulz sarà assai più fragile di quelli precedenti. La "Große Koalition" stavolta non potrà essere in nessun caso "grande". Questo per due motivi, il primo di natura numerica, il secondo di natura politica.

A settembre i due partiti del precedente governo Merkel hanno ottenuto il 32,9% l'Unione CDU/CSU, il 20,5% la SPD. Totale un modestissimo 53,4%, certo sufficiente a governare ma con una maggioranza assai meno "grande" del passato. Nelle ultime elezioni la batosta è stata infatti secca per entrambi: meno 8,6% la CDU/CSU, meno 5,2% i socialdemocratici.

Ma c'è anche un serio motivo politico a rendere la coalizione più fragile. Esso risiede nel notevole irrobustimento delle forze che in vario modo si collocano a destra di Angela Merkel. Se i nazionalisti della AfD hanno ottenuto a settembre il 12,6%, rilevante è stata anche l'avanzata degli ultra-liberisti della FDP (10,7%), senza dimenticare i settori più reazionari della CDU ed il peso che ancora mantiene (6,2% la sua percentuale nazionale) la costola bavarese (la CSU) dell'Unione capeggiata da Merkel.

Visti questi equilibri, la CDU/CSU - ammesso e non concesso che lo voglia - non potrà fare vere concessioni alla SPD. Da qui un vicolo abbastanza stretto per la trattativa. Ma forse un cappio al collo per lo stesso governo che ne nascerà. E che alla resa dei conti potrebbe scontentare tutti. Di certo le classi popolari che chiedono un cambio nella politica economica, ma anche i settori di un variegato ma emergente nazionalismo tedesco che il neoliberismo in salsa eurista è riuscito a far risorgere.

Tutto, dunque, può ancora accadere. Quel che ci sentiamo però di escludere è il tranquillo ritorno alla stabilità tedesca degli ultimi decenni, condizione di una qualche stabilità anche nell'Unione Europea. Ecco perché certi brindisi ci sembrano francamente fuori luogo. Insomma, la crisi politica tedesca non è per nulla finita. Questa almeno è la nostra opinione.

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28.7.17

NAZIONALIZZARE SI PUO': il caso Stx di Emmezeta

Sprezzanti del senso del ridicolo l'hanno chiamata «nazionalizzazione temporanea». In questo il governo francese non è stato il primo, visto che la stessa formula l'aveva adoperata otto mesi fa Palazzo Chigi per Mps. Quel che è interessante, però, è che nel caso dei cantieri Stx, Parigi ha apertamente rivendicato l'interesse strategico nazionale. E qui i giornaloni nostrani cadono dal pero. Ma come, ma Macron non era un'europeista a tutto tondo? Il fatto è che il piccolo napoleone (con la enne rigorosamente minuscola, s'intende) non è solo neanche su questo. In quanto a protezionismo anche Berlino infatti non scherza, e la scorsa settimana la Germania ha adottato una normativa che consente al governo di bloccare acquisizioni di società tedesche oltre il 25%, in settori giudicati strategici. La differenza è che la normativa tedesca si riferisce ad acquirenti extra-UE, mentre la decisione francese su Stx colpisce un'azienda di un altro paese dell'Unione come Fincantieri.

I più comici nel rispondere allo schiaffo francese sono stati i ministri Padoan e Calenda, che hanno parlato di "decisione incomprensibile". Incomprensibile? Forse per loro, imbevuti come sono dell'ideologia neoliberista, non certo per i comuni cittadini che hanno ben compreso almeno due cose. La prima, che nella mitica Europa ci sono sempre più palesemente due pesi e due misure; più precisamente ci sono i paesi che comandano e quelli che eseguono. La seconda, che le nazionalizzazioni si possono fare eccome.

A mostrare lo squilibrio tra Italia e Francia bastano alcuni dati. Se la Francia ha da ridire sull'acquisto del 66,7% della piccola Stx, che in termini monetari vale la miseria di 80 milioni di euro, a quanto ammontano le acquisizioni francesi nel nostro Paese? E' presto detto. Negli ultimi vent'anni, da quando cioè oltre che "europei" siamo anche diventati eurizzati, lo shopping francese in Italia è stato pari a 101,5 miliardi (miliardi, non milioni) di euro.

Facciamo solo alcuni esempi, quelli più macroscopici. Nel settore bancario Bnl è interamente posseduta da Bnp Paribas, così come il fondo Pioneer è passato interamente nelle mani di Amundi. Diversi prestigiosi marchi dell'agroalimentare, come Parmalat ed Eridania, sono controllati al 100% da Lactalis e Cristal Union. Poi c'è la grande distribuzione con il ruolo pigliatutto di Carrefour. Per non parlare della moda, dove grandi nomi del made in Italy - come Fendi, Bulgari, Loro Piana, Gucci, Pomellato e molti altri - sono posseduti (dall'80 al 100%) dai due giganti d'oltralpe Lvmh e Kering. Quindi l'energia (e qui arriviamo a settori davvero strategici), dove Edf controlla il 100% di Edison e Suez il 23% di Acea. Poi la logistica con Alstom che ha il 100% di Fiat Ferroviaria. Ed infine le telecomunicazioni, dove Vivendi ha il 28,8% di Mediaset e soprattutto il 23,9% di Telecom (oggi Tim), una percentuale che gli assicura di fatto il controllo dell'azienda.

Un elenco impressionante che non ha bisogno di particolari commenti. Un commento che va invece fatto sull'attuale governo e sull'intera classe politica dell'ultimo quarto di secolo. Costoro, anziché scandalizzarsi di quel Macron che pure, non più tardi di quaranta giorni fa, avevano salutato come il Salvatore d'Europa, farebbero meglio a fare mea culpa sulla loro subalternità - teorica e pratica - all'ideologia mercatista. E' questa subalternità dell'intera classe dirigente italiana ai dogmi neoliberisti, ed alle oligarchie euriste posizionate lungo l'asse carolingio, il vero cancro da rimuovere.

Inutile dire che il mea culpa dovrebbe estendersi ai loro servitori dei media. I quali hanno fatto tutto il possibile per far credere ai cittadini la panzana del libero mercato. Hanno fatto di tutto per far diventare la parola "nazionalizzazione" una bestemmia, ed ora non sanno come trattare le decisioni farncesi. Ma la storia, pian piano, si vendica e si vendicherà di questi miserabili. Lo diciamo da tempo: la crisi della globalizzazione, che è per noi benvenuta, conduce inevitabilmente ad una rinazionalizzazione della politica, anche e soprattutto la politica economica. In quale direzione si svilupperà questo processo è da vedersi, ma le scelte di Macron (come pure quelle tedesche) confermano come sia questo il corso delle cose. Prenderne atto, per agire di conseguenza, costruendo cioè un sovranismo democratico e costituzionale, è l'unica risposta all'altezza della situazione.

In ogni caso le decisioni di Macron su Stx una cosa la dicono chiaramente: nazionalizzare si può, basta volerlo. Perché - settore strategico per settore strategico - non porsi allora l'obiettivo di rinazionalizzare intanto le telecomunicazioni e dunque Tim, togliendola così di mano al signor Bolloré?

Di questo bisognerebbe discutere anche in vista delle prossime elezioni politiche, altro che i toni lamentosi degli editorialisti sedotti ed abbandonati dal loro Macron.

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