ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

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7.3.18

ASTENSIONE: PER LA CRONACA....

L’affluenza degli elettori al voto di domenica 4 marzo per rinnovare il Parlamento è stata del 72,9% per la Camera e appena più alta (72,99%) per il Senato. È stata l’affluenza più bassa per le elezioni politiche nella storia repubblicana del nostro Paese: nel 2013, quando si poteva votare anche il lunedì mattina, l’affluenza era arrivata a poco più del 75% e aveva portato il numero di votanti per la prima volta in Italia sotto l’80%. Nel 1948 si superava il 92%.

Gli italiani che avrebbero avuto il diritto di votare erano quest’anno 46.605.046 ma quelli che si sono effettivamente recati ai seggi sono stati appena meno di 34 milioni: 33.978.719. In altri termini, più di 12 milioni e mezzo di italiani sono rimasti a casa e non hanno votato.

Dei 34 milioni che hanno ritirato la scheda, più di 350 mila la hanno restituita (per il voto alla Camera) senza compilarla e in totale le schede che sono state annullate sono oltre un milione: gli italiani che in effetti non hanno votato sono dunque più di 13 milioni e mezzo. E quelli che hanno votato meno di 33 milioni.

Le percentuali sono molto diverse a seconda delle Regioni e al loro interno. Quest’anno il Veneto ha strappato di poco all’Emilia Romagna il primato della Regione con la più alta affluenza al voto: 78,8% contro 78,3%, ma cinque anni fa entrambe le Regioni erano al di sopra dell’80%. A Padova e Vicenza sono andate alle urne anche questa volta più di otto persone su dieci, come anche nella provincia di Bergamo, ma sono ormai eccezioni. In Lombardia la percentuale dei votanti si è fermata al 77%, in Piemonte si scende al 75%.

L’affluenza diminuisce spostandosi verso il Sud. Nel Lazio sfiora il 73%, con un calo di cinque punti negli ultimi cinque anni. In Campania si scende al 67,8, cioè solo due persone su tre votano mentre la terza rimane a casa, anche se la situazione è quasi uguale a quella del 2013.

Il record negativo spetta alla Sicilia, dove ha votato solo il 63% delle persone, e alla Calabria, dove si arriva al 63,5%. Nelle province di Agrigento e Caltanissetta la percentuale si abbassa attorno al 60% ma ci sono anche zone della Sicilia, come Palma di Montechiaro, Lampedusa e Linosa, dove la percentuale è già sotto il 50%: è andata a votare meno di una persona su due.

* Fonte: LA STAMPA

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26.2.18

AD UNA SETTIMANA DAL VOTO di Leonardo Mazzei



Tre scenari, uno peggiore dell'altro. 
Ma per fortuna tutti instabili...

La mia previsione per il 4 marzo resta quella di due settimane fa. Anzi, queste ultime battute della campagna elettorale mi fanno sembrare ancor più probabile una maggioranza assoluta - in seggi ovviamente, che in voti non se ne parla proprio - della coalizione di destra. Vittoria, che se non è ancora del tutto certa, è solo per le contraddizioni di quella coalizione e per la pittoresca condizione del suo leader zombie.

Se alla destra dovessero mancare i numeri, si passerebbe subito all'opzione numero due, quel governo Renzi-Berlusconi per il quale è stato concepito e poi partorito il Rosatellum nell'autunno scorso. E' l'opzione più cara a Berlino e Bruxelles, quella per cui spingono i potentati nazionali, e che lo stesso Buffone di Arcore preferirebbe alla faticosa coalizione con l'ambizioso Salvini.

Se anche questa coalizione non avesse i seggi necessari, ecco che spunterebbe l'opzione numero tre, un accordo M5S-Pd-LeU, un patto che potrebbe saldarsi solo con la rapida defenestrazione dell'attuale segretario piddino.

A mio parere non serve dunque strologare sulle formule magiche che piacciono tanto ai giornalisti, tipo quella del "governo del presidente", per non parlare dell'ipotesi lunare di una prorogatio sine die a pesce lesso Gentiloni. Le cose sono assai più semplici: o la destra ha i numeri, o ce l'ha l'arco parlamentare che (almeno ufficialmente) gli si contrappone. In mezzo c'è solo il famoso inciucio Pd-Forza Italia. Che poi non si capisce neppure perché chiamarlo inciucio, dato che è vero che i due contraenti fanno parte di due schieramenti formalmente contrapposti, ma la matrice euro-liberista è la stessa.

Sta di fatto che Berlusconi attacca M5S ma mai il Pd, ricambiato in questo da Renzi, che casomai (oltre ai Cinque Stelle) attacca Salvini. Pur se sempre sdegnosamente negato, l'inciucio tra queste due forze sistemiche già c'è, se ne sono resi conto anche i bambini. E le bambine. Tant'è che pure la Meloni piagnucola in un angolo contro i possibili e probabili tradimenti dello zio Berlusconi. 

Ed a proposito di zii, il problema è che ci sono pure le zie. Quella che si è autonominata "zia d'Italia", cioè la peggiore di tutte, la più-europeista Emma Bonino, sembrerebbe la candidata premier di Berlusconi nel caso l'accordo con il Pd (e cespugli vari) avesse successo. La notizia è stata diffusa ad arte dagli stessi berlusconiani, per chiarire da un lato che i tempi di un Pd a Palazzo Chigi sono ormai finiti, e dall'altro che lui vuole ingraziarsi fino in fondo l'oligarchia eurista. 

Manovre preliminari si registrano però anche sull'altro versante, quello dell'opzione numero tre. Certo, i dominanti vedono questa soluzione solo come l'ultima spiaggia, ma i Cinque Stelle sembrano crederci, attestandosi nel caso sul nome del primo ministro e chiamando "contratto sul programma" un accordo politico col Pd che ormai non è più un tabù. Sia chiaro, chi scrive ritiene quest'ultima un'esercitazione senza speranza, ma il tentativo pentastellato c'è e va segnalato.

Ovvio che sia l'opzione numero due che quella numero tre nascerebbero entrambe nel segno del "più Europa". Più problematico, da questo punto di vista, un governo della destra. Quest'ultimo avrebbe invece la sua caratteristica fondamentale nel turbo-liberismo (flat tax, privatizzazioni, eccetera) e nel securitarismo di matrice poliziesca. 

Cosa hanno in comune queste tre ipotesi? Essenzialmente due cose: che una è peggiore dell'altra, che nessuna di queste potrebbe davvero consolidarsi come governo di legislatura. E questa è in fondo l'unica buona notizia che possiamo dare.

Dopo le elezioni la pressione europea, più precisamente quella dell'asse (a trazione tedesca) Parigi-Berlino, diverrà asfissiante. L'ultimo episodio che ce lo conferma è la recente nomina di Luis de Guindos - ministro di quel governo Rajoy così fedele alla Merkel - alla vicepresidenza della Bce. E' questo un tassello, probabilmente decisivo, della strategia che mira a portare al posto di Draghi, nell'autunno 2019, il falco Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank. Le conseguenze per l'Italia, insieme alle scelte che bollono in pentola sul ministro delle finanze europeo e sulla trasformazione del MES in una sorta di Fondo Monetario Europeo non saranno certo trascurabili.

Nessuna delle tre possibili coalizioni di governo è attrezzata a far fronte a questo passaggio. Tant'è che tutti - ma proprio tutti - hanno preferito una campagna elettorale basata su scandali e scandaletti, su promesse quasi più risibili di chi le propone, sull'esasperazione del tema migranti, su un antifascismo truccato assai. Tutto pur di non parlare della gabbia europea che opprime l'Italia, ed in primo luogo le classi popolari del nostro Paese.

Oggi, perfino la vignetta di Giannelli sul Corsera (vedi qui sotto) ridicolizza la 
strumentalità di questa riscoperta di un antifascismo a misura dei dominanti. Una vera pagliacciata, probabilmente insufficiente però a risollevare i consensi del Pd.

Sull'Europa, invece, si è assistito ad una specie di revival degli apologetici canti di moda negli anni ottanta/novanta del secolo scorso. Quasi questi dieci anni di crisi non ci avessero insegnato nulla. Il Pd è tornato a sbandierare gli "Stati Uniti d'Europa", Berlusconi è andato a Bruxelles a baciare i piedi a chi di dovere, Di Maio ha parlato dell'Europa come della "nostra casa". 

Non votare loro e i loro alleati è dunque il minimo che si possa fare. Ma per questo rimando alla posizione espressa da Programma 101.

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13.2.18

DESTRE AL GOVERNO? di Leonardo Mazzei



«Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire».
Da settimane dicon tutti le stesse cose: (1) che dalle urne del 4 marzo non verrà fuori una maggioranza parlamentare, (2) che saranno perciò necessarie alleanze diverse da quelle presenti sulla scheda elettorale, (3) che forse nascerà un non meglio precisato "governo del presidente", (4) che in ogni caso l'instabilità politica caratterizzerà anche la prossima legislatura.

Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Tolto il quarto punto, sul quale possiamo scommettere, gli altri tre si basano su una fotografia vecchia di un paio di mesi. Foto oggi sbiadita assai, perché se resta vero che la coalizione di destra tutto sembra fuorché un'alleanza di governo, i due competitors sistemici —la micro-coalizione a guida piddina ed M5S— tanto competitivi non sembrano proprio.

Piddinia City le han provate ormai tutte: il Renzi populista come il Renzi europeista, quello che prende il treno per farsi vedere in giro per l'Italia e quello che sta chiuso nel bunker mandando avanti pesce-lesso-Gentiloni. Ma non gliene funziona una, perché  —ricordiamoci il 4 dicembre 2016— il Bomba resta il politico più odiato dagli italiani, mentre da un pesce lesso più di tanto sarebbe irragionevole attendersi.

Scherzi a parte, il dato di fondo è che il Pd è visto (e giustamente) come il vero perno del sistema, di un liberismo governante ben sposato con un indefettibile eurismo, il tutto simboleggiato oggi dall'alleanza con la turbo-euroliberista Bonino. In fondo la parabola del Pd va letta anche guardando al resto d'Europa, dove i partiti "fratelli" del PSE hanno fatto registrare nel 2017 un 20,5% con la Spd in Germania ed un simpatico 7,4% con il Partito Socialista in Francia. Perché, Renzi a parte (che comunque ci mette del suo, e gliene saremo per sempre grati), meravigliarsi se anche la curva del Pd tende al 20%?

Del resto, cosa dice il Partito democratico in questa campagna elettorale, oltre ad attaccare M5S su certe pittoresche incoerenze dei pentastellati? Dice che non farà inciuci, e qui tutti a sbellicarsi dalle risate. Magari non li farà non avendone la possibilità, ma tutti sanno che il progetto renziano è solo uno, quello dell'accordo con Forza Italia e dintorni. D'altronde è questa l'unica possibilità di governo per un Pd a guida renziana. Certo, è vero, in linea teorica non possiamo neppure escludere un governo Pd-M5S (con l'aggiunta della smorta pattuglietta di LeU), ma in quel caso Renzi dovrebbe lasciare alla svelta la segreteria del Nazareno.

Insomma, quello messo in pista dal fiorentino è un partito esausto, impossibilitato a vincere, che può solo auspicare che la destra non raggiunga la maggioranza assoluta, sperando poi di avere i numeri mettendo assieme i propri seggi con quelli dell'ex-cavaliere. Il problema è che per impedire un successo pieno della destra servirebbe un M5S competitivo nei collegi del sud, cioè laddove il Pd è del tutto fuori gioco. Altro che attaccare Di Maio! Può sembrare paradossale, ma a Renzi servirebbe un Movimento Cinque Stelle vincente almeno in una quarantina di collegi uninominali della Camera. Ma è realistica questa ipotesi? A parere di chi scrive, assolutamente no.

E perché no? Perché il grosso dei consensi M5S li ha ottenuti in passato presentandosi in alternativa secca al sistema dominante. Un appeal che oggi non c'è più. E non c'è più perché nessuno sa cosa farsene di un movimento che con la svolta di Di Maio è diventato —mutatis mutandis— una sorta di Democrazia Cristiana del ventunesimo secolo.[1]  Certo, sarebbe assurdo negare che anche il 4 marzo in tanti voteranno M5S pensando di dare un voto antisistemico. Questo avverrà per la mancanza di alternative credibili. Avverrà, ma assai meno che in passato, quando il voto a M5S era oggettivamente un voto contro le forze dominanti. Oggi, con la disponibilità a fare da ruota di scorta di un sistema politico sempre più zoppicante, le cose sono del tutto diverse. E la percezione di questa svolta è presente ormai in strati non trascurabili del precedente elettorato di M5S.

I sondaggi vanno sempre presi con la massima prudenza (ne parleremo tra poco), tanto più in Italia dove abbiamo i sondaggi low cost, quelli realizzati con 1.500 telefonate, quelli che vorrebbero appassionarci ai loro settimanali spostamenti millimetrici che nulla cambiano nella sostanza. Sono gli stessi istituti demoscopici che nel 2013 sottostimarono clamorosamente M5S dato al 14% contro il 25% delle urne. Gli stessi che nel 2016 non seppero vedere la valanga di NO in arrivo al referendum costituzionale. Bene, la mia impressione, per quel che vale, è che stavolta il dato dei Cinque Stelle sia invece sovrastimato alla grande. 

In ogni caso, che qualcosa non torni nei sondaggi tutti possono capirlo. Prendiamo l'ultimo uscito ieri, realizzato da Demopolis. Tanto uno vale l'altro visto che tutti dicono più o meno le stesse cose. Secondo questo sondaggio la coalizione di destra totalizzerebbe il 37,2%, M5S avrebbe il 28,3%, la mini-coalizione piddina il 27,5%, LeU il 5,8%. Totale 98,8%.

Vi sembra realistico? Vi sembra possibile che l'insieme delle altre liste raccolga solo l'1,2%? Ma per favore! Sorvolando su quelle presenti solo in pochissimi collegi, vi sono almeno sette liste in grado di ottenere un minimo di risultato. Semplificando, ve ne sono quattro a sinistra (Potere al Popolo, Partito Comunista, Per una Sinistra Rivoluzionaria, Lista del Popolo) e tre a destra (Casa Pound, Forza Nuova e Popolo della Famiglia). Personalmente penso che nessuna di queste arriverà al 3%, ma non mi stupirei di certo se Potere al Popolo e Casa Pound si avvicinassero al 2%. In ogni caso mi sembra che ipotizzare almeno un 6% per l'insieme delle liste minori sia piuttosto ragionevole.

Ma se così è, ne consegue che almeno qualcuno dei tre poli risulterà assai più magro di quel che ci dicono i sondaggi. Certo, in teoria questo dimagrimento potrebbe anche essere ripartito proporzionalmente tra di essi, lasciando dunque inalterati i rapporti di forza descritti dagli istituti demoscopici, ma la cosa mi pare poco probabile. Più verosimile invece, per le ragioni già descritte, che il dimagrimento si concentri su M5S e in secondo luogo sul Pd. Ma se così andranno le cose, alla destra non sarà neppure necessario raggiungere quel 40% di voti che secondo molti sarebbe la soglia indispensabile per vincere nel 70% dei collegi uninominali, conseguendo così la maggioranza assoluta dei seggi. Se gli altri due competitors nel maggioritario stanno sotto di 10 punti e passa su scala nazionale, è ben difficile che essi possano raccogliere complessivamente oltre il 30% degli eletti in questi collegi. Dunque, quel 37% che oggi appare ancora insufficiente per assegnare la vittoria piena alla destra, alla fine potrebbe invece bastargli.

Naturalmente la mia è solo un'ipotesi, ma non credo troppo infondata. Quali sarebbero, nel caso, le conseguenze di un simile risultato?

In primo luogo, la coalizione di destra, nata per raggranellare seggi ma non per governare, sarebbe invece costretta a farlo, mettendo subito in piazza le differenze e gli elementi inconciliabili che la contraddistinguono. Uno spettacolo di un certo interesse, tenuto conto che il principale di questi nodi si chiama Europa.

In secondo luogo il Pd imploderebbe e Renzi dovrebbe lasciare la segreteria. Ma la crisi di questo partito non si arresterebbe di certo con il ritorno di qualche zombie alla Veltroni. Essa invece continuerebbe, perché è una crisi che non dipende soltanto dal fiorentino.

In quanto ad M5S non sappiamo, ma certo non è difficile immaginare l'inizio della diaspora. Processo tutto sommato positivo, specie se le componenti più avanzate del vecchio movimento sapranno in qualche modo reagire alla svolta del Di Maio. Il quale —ma qui le previsioni sono più difficili— finirebbe forse anch'egli in soffitta.

In ogni caso, ribadirlo è superfluo, la mia è solo un'ipotesi. Se si realizzerà l'avvio della nuova legislatura sarà ben diverso da quello immaginato un po' da tutti. Il che non significa, però, che vi sarà "stabilità". Anzi! Essa non vi sarà affatto. Intanto la destra litigherà su chi dovrà fare il premier, poi verrà il turno della composizione del governo, infine il nodo del programma e del mantenimento delle mirabolanti promesse elettorali del duo Berlusconi-Salvini. Il tutto dentro quella gabbia europea che oggi l'ex-cavaliere applaude, mentre il Salvini la vorrebbe adesso "riformare".

Nessuna stabilità dunque da una vittoria della destra. Anzi, quasi certamente una maggiore instabilità di quella che avremmo con la palude di "governi del presidente" o similari. Buffo che dopo un quarto di secolo di Seconda Repubblica possa tornare a galla un reperto archeologico di nome Silvio Berlusconi. Buffo, ma in qualche modo logico. Perché lo schifo di questa stagione politica, che con lui è cominciata, forse è proprio con lui che dovrà finire.     


NOTE

[1] Mi rendo conto che il paragone M5S-DC possa sembrare assai strambo. Io qui mi riferisco essenzialmente a tre cose: (1) l'assoluto ed insopportabile perbenismo tipico del nuovo corso pentastellato, (2) l'interclassismo dichiarato cui corrisponde però un rapporto privilegiato con l'establishment economico, (3) una sorta di vocazione "centrista" in cui il "né di destra né di sinistra" serve solo a dire signorsì al potere delle oligarchie.

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28.1.18

PULIZIA ETNICA A PIDDINIA CITY di Leonardo Mazzei

Il bunker di Renzi e una crisi che si aggrava

Tra qualche anno, quando la polvere di questi tempi grigi si sarà infine depositata nell'ampio magazzino della storia, verrà il momento di ringraziare Renzi. Grazie di aver distrutto il Pd, grazie di averlo fatto in breve tempo. Magari sarebbe andata così comunque, ma tu ci hai aiutato non poco. Di nuovo, grazie!

La vicenda della composizione delle liste elettorali al Nazareno è di quelle che merita qualche riga di commento. Come previsto, Renzi ha fatto piazza pulita di ogni opposizione interna. Una pulizia etnica che certo Bersani e i suoi avevano da tempo immaginato (tra parentesi, è questo il vero motivo della nascita di LeU, che altro non c'è).

Sia chiaro, Renzi non è certo l'unico leader di partito a muoversi come un monarca. Così hanno fatto Di Maio e Salvini, come pure - e ci sarebbe da ridere! - il pesce lesso numero 2 (essendo il numero 1 Gentiloni) della politica italiana: quel Pietro Grasso che si trova lì solo perché gli altri si son guardati tutti allo specchio. E tuttavia Renzi è stato insuperabile.

Da mesi avevamo chiara una cosa, che se il segretario del Pd era rimasto inamovibile al suo posto pur non azzeccandone più una da tempo immemorabile (basti pensare al Rosatellum), è anche perché i suoi - un gruppo di parassiti attaccati al potere come l'edera alla pianta - gli hanno imposto di arrivare almeno al momento per loro cruciale: quello della composizione delle liste elettorali.

E così si è consumata la pulizia etnica, con Renzi chiuso nel bunker col fido Lotti a lavorar di biro e di bianchetto. Lavoro svolto, però, non più come condottiero, ma come stanco notaio di un rito che non gli porterà fortuna, né lo porterà lontano. "Esperienza devastante", l'ha definita lui stesso...

Ma perché, vi chiederete, questo passaggio delle candidature è così rilevante? Che forse è la prima volta? Che forse gli esclusi erano migliori dei salvati? No, no, assolutamente no! Non è questo il punto, e poi c'è davvero in giro qualcuno che sappia dirci che cos'è un "orlandiano"? Suvvia, non scherziamo, la cosa potrà al massimo interessare qualche entomologo, ma mai e poi mai le persone sane di mente.

E tuttavia l'importanza di quel che è avvenuto resta. Lo psicodramma di queste mezze calzette, che si credevano insostituibili ed hanno scoperto di non contare un fico secco, non è solo divertente, è anche istruttivo. Esso ci parla della crisi del Pd, cioè del partito sistemico per eccellenza. Quello del pieno dispiegamento delle politiche liberiste, austeritarie ed euriste.

Magari questo partito resterà in qualche modo al governo, forse la stessa emorragia elettorale verrà tamponata dall'intervento in emergenza di ogni strumento (mediatico e non) di cui dispongono lorsignori, ma l'idea del partito pigliatutto, a "vocazione maggioritaria", è ormai morta e sepolta.

Questo nell'immediato, mentre più avanti credo che vedremo qualcosa di ben più radicale, probabilmente la stessa fine del Pd, esito non improbabile di una crisi verticale dell'intera classe politica italiana.

Cosa ne seguirà non sappiamo. Ma tra le tante notizie non buone di questo periodo, quella dell'acutizzarsi della crisi del Pd non è solo buona: è ottima!

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24.1.18

BAGNAI CON LA LEGA: UN GIORNO TRISTE di Moreno Pasquinelli


Non condivido quanto scrive l'amico Sergio Cesaratto, che non solo si "complimenta" con Bagnai per la sua scelta di candidarsi con la Lega di Salvini ma gli augura "un grande successo".

Non nascondo anzi la mia tristezza. E non ci consola per niente il fatto che noi, già nel 2013, avessimo previsto che Bagnai si sarebbe buttato con la destra. In cuor nostro speravamo non sarebbe mai accaduto.

E' triste dirlo ma era tutto già scritto, sin da quando il Nostro ci diede addosso dicendo che "l'uscita da sinistra dall'euro" era una fregnaccia; quando, per giustificare la sua pulsione a siglare il patto col diavolo, sosteneva che siccome l'euro è nazista ogni uscita sarebbe stata benefica, anche se nazional-liberista. 

Non c'è dubbio alcuno che l'essenza della Lega di Salvini sia liberista (sorvoliamo per carità di patria su razzismo, securitarismo fascistoide ecc. ed altre schifezze). Ma questo Bagnai lo sa benissimo, per questo è politicamente grave che si sia messo al servizio di Salvini per camuffare il liberismo reazionario con una spruzzata di keynesismo sinistrorso. Il keynesiano de' noantri, verrebbe da dire. E che pena che il Nostro abbia accettato di dare la notizia partecipando ad una una conferenza stampa voluta da Salvini per rispondere in tempo reale alla mossa di Berlusconi che da Bruxelles si accreditava come un europeista al cento per cento e garantiva a Lorsignori che Salvini medesimo... è un cane che abbia ma non morde.
Berlusconi eurista, Salvini euroscettico.... Un'Armata Brancaleone, quella delle destre, compatta solo su una "cosetta": la visione neoliberista, che Berlusconi declina in modo ordoliberista mentre Salvini in quello all'amatriciana.

Consapevole di aver accettato il ruolo di comparsa in una corte dei miracoli ecco come Bagnai la racconta a Radio radicale:
«Noi non apprezziamo molto il metodo del processo d'integrazione europea proprio perché in nuce è un metodo e un processo che tende a negare il valore delle differenze e a schiacciarle; tutti i paesi devono essere uguali, se non si è uguali non entri; beh, questa coalizione di centro-destra fra le cose che diciamo personalmente apprezzo ha anche il fatto di essere una coalizione plurale e il fatto che Berlusconi rivendichi un suo afflato europeista e dei contatti con le istituzioni europee ai massimi livelli come ho già detto in conferenza stampa dal mio punto di vista è un vantaggio, un asset come direbbe un economista (mi faccia parlare da economista) per la coalizione piuttosto che essere una passività una liability per un motivo molto semplice che è opportuno che nella coalizione ci siano interlocutori che siano in grado di rapportarsi con le istituzioni europee sotto qualsiasi scenario ci si dovesse presentare».
Davvero patetico. 

Ciò che come economista Bagnai si era guadagnato sul campo, egli ora lo ha gettato nel cesso con la sua farlocca scelta di campo. Ingenuità politica? narcisismo? ambizione? Forse un miscuglio dei fattori. Come andrà a finire? Male!

Ps

Che poi l'uscita dall'euro sia solo il "Piano B", essendo quello "A" il restarci, è cosa oramai nota. Vale la pena segnalare come Borghi Aquilini abbia spiegato questo aggiustamento non da poco
«L'aspetto della dissoluzione concordata [dell'eurozona, NdR] per noi è stato sempre fondamentale. Cos'è stato il cambiamento? E' stato l'arrivo di Macron in Francia invece di madame Le Pen. Se ci fosse stata madame Le Pen questa dissoluzione concordata sarebbe già avvenuta, adesso ci vuole un po' più di tempo».
Capite cos'è il "Piano B"? 
Non l'uscita unilaterale, sovrana e costituzionale, sempre esclusa, anche dal Bagnai (fu un punto della nostra polemica), ma lo smantellamento concordato dell'eurozona con tedeschi e francesi. Aspetta e spera.. 


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15.1.18

EURO SÌ, EURO NO, EURO NÌ, EURO BOH di Sandokan

Con le elezioni che si avvicinano assistiamo ad un evidente paradosso.

Sulla questione delle questioni, quella della gabbia dell'euro e dell'Unione europea, si registra un contestuale avvicinamento delle posizioni di tutte le diverse forze politiche in campo.

Fino ad un anno fa c'erano, diciamo così, due campi apparentemente opposti: quello pro-euro (Partito Democratico, Forza Italia ecc.), e quello no-euro (M5S, Lega salviniana e Fratelli d'Italia). 

Fateci caso, è accaduto che entrambi questi schieramenti si sono assestati su una posizione se non uguale, del tutto simile, quella di euro-nì.

In cosa consiste l'euro-nì? Nel sostenere che siccome l'euro così com'è non va bene per l'Italia, occorre riformarlo, ovvero bisogna riformare l'Unione europea. Così, avendo gli euro-fanatici fatto un passo avanti, e gli euro-critici un passo indietro, ecco il miracolo di trovarli tutti nel medesimo luogo politico.

Il mantra viene diversamente declinato —"Ridiscutere i Trattati europei", "Ripensare i Trattati", "Riscrivere i trattati"—, la sostanza è la medesima. Si tratta, ovviamente di una presa per il culo, non fosse che ogni persona che abbia sala in zucca sa che non convincerai mai la Germania ad abbandonare le sue posizioni (monetariste e ordoliberiste), né tantomeno è immaginabile l'unanimità tra tutti e 27 paesi dell'Unione (erano 28 con il Regno Unito), unanimità che proprio i Trattati ritengono indispensabile per modificarli.

Sullo stesso luogo si ritrovano anche le forze minori del fianco sinistro del panorama politico, Liberi e Uguali e Potere al Popolo. 

Un esempio? Si legge in uno dei programma elettorali:
«Revisione dei Trattati, prevalenza della nostra Costituzione sulle leggi comunitarie»
Indovinate in quale programma elettorale è scolpita questa frase? 
Penserete in quello dei 5 Stelle? di Liberi e Uguali? di Potere al Popolo?

Sbagliato! E' il programma elettorale del centro-destra di Berlusconi-Salvini-Meloni.

Morale: le elezioni 2018 passeranno, l'euro resterà, e nessuno gli torcerà un capello.

Fonte: sollevazione




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